Tempi moderni

Vicenza: processo alla base

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A 6 anni dalla grande manifestazione No Dal Molin del 17 febbraio 2007, si è tenuta l’ultima udienza del processo contro una trentina di attiviste/i vicentini. Udienza che però ha messo in evidenza che l’unica violenza e illegalità l’hanno commessa l’amministrazione statunitense e i governi italiani.

Sono passati esattamente 6 anni dalla grandissima manifestazione che il 17 febbraio 2007 portava migliaia di donne e uomini nelle strade di Vicenza per protestare contro la decisione di costruire una nuova base militare a Vicenza, sull’area dell’aeroporto Dal Molin, a cui era stata data l’autorizzazione da parte del governo Prodi – un governo nel quale erano ministri anche Diliberto, Ferrero, Di Pietro e Bersani, e del quale Vendola era appassionato sostenitore.
Ieri a Vicenza si è tenuta l’ultima udienza del processo contro una trentina di attiviste/i vicentini del presidio “No Dal Molin” che il 18 gennaio 2008 invadevano pacificamente l’Ufficio Territoriale del Governo, rappresentante locale di un’istituzione sorda alle volontà della popolazione di Vicenza.
Quella di ieri è stata un’udienza particolare, dedicata alla “consulenze” chieste dalla difesa. Consulenze altrettanto particolari, perché venivano dal movimento pacifista e contro la base: Flavio Lotti, Piero Maestri, Guglielmo Verneau. Con un significato molto chiaro: mettere in luce il contesto nel quale si era svolta quella manifestazione e ribadire le ragioni di quella protesta, popolare, ferma e pacifica.
Anche l’ultima testimonianza è stata significativa. Infatti è stata quella del sociologo Ilvo Diamanti, cittadino di Caldogno (quindi con la base nel “giardino di casa”) che ha ricordato i sondaggi condotti fin dalla fine del 2006, che mostravano come oltre il 60% dei cittadini di Vicenza e Caldogno fossero contrari alla costruzione della base e l’85% favorevole a una consultazione che non è mai stata autorizzata (anche D’Alema si diceva ipocritamente d’accordo con essa, ma il Consiglio di Stato la negò: si tenne ugualmente in forma autogestita e confermò l’opposizione dei cittadini alla base).
Lotti ha ricordato che la mobilitazione contro la base è stata patrimonio dell’insieme del movimento pacifista e ha ricordato l’ampiezza delle simpatie e della solidarietà che in tutto il paese ha ricevuto il presidio No dal Molin.
A sua volta Maestri ha messo in luce le ragioni di fondo dell’opposizione alla base vicentina: un NO deciso alla guerra e alle infrastrutture che la rendono possibile. Perché, ha chiarito nella sua testimonianza, la base di Vicenza è solamente il nodo di una rete planetaria delle basi e infrastrutture militari statunitensi, che dal 1991 si sta ridisegnando con l’obiettivo di garantire la “presenza avanzata” e con questa il predominio militare degli Usa, rendendo più facili e rapidi gli interventi militari ovunque nel mondo (vedi video).
Per questo ospiterà il comando Africom - in rete con il porto di Napoli e l’aeroporto della base di Sigonella - che si occupa del controllo e degli interventi statunitensi sul suolo africano, strategicamente importante nei prossimi anni.
Verneau ha invece insistito sui costi economici, sociali e ambientali della base, partendo dai lavori in corso e dal progetto definitivo presentato dall’amministrazione Usa). La base è stata definita nei mesi scorsi “medaglia d’oro ambientale” su qualche giornale locale, ma la realtà è piuttosto differente, è quella di un rischio per la qualità delle acque (andando a toccare le falde sotterranee), un mostro sul piano paesaggistico (violando le norme della zona), una fonte di inquinamento e di spreco energetico immensi (potete leggere queste analisi sul sito del presidio No Dal Molin http://www.nodalmolin.it/spip.php?article1).

L’obiettivo del pool di avvocati della difesa e delle/degli imputate/i era evidente: aiutare con queste “consulenze” a collocare nella loro giusta dimensione le mobilitazioni contro la base sul Dal Molin, insistendo sulle molteplici ragioni che stavano loro alle spalle – ragioni politiche, antimilitariste, ambientali, sociali.
In questo modo l’udienza è diventata in un certo senso un “processo alla base”, perché l’unica violenza, illegalità e aggressione commessa a Vicenza in questi anni l’hanno commessa l’amministrazione statunitense che ha voluto quella base e i governi italiani che l’hanno resa possibile con la loro complicità vergognosa.
La base diventerà operativa entro la prossima estate. Possiamo scommettere che il movimento No Dal Molin, che non ha potuto impedire la costruzione della base (per diverse ragioni esterne e interne al movimento stesso) non mancherà di far sentire la propria voce contro questa “base della guerra”. E noi saremo ancora con loro.

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