Nota quotidiana

Utopia... pia... pia...

Giuseppe Ciarallo

In vista del Festival di Letteraria che si terrà a Roma dal 10 al 12 giugno, pubblichiamo l'editoriale con cui si apre l'ultimo numero di Letteraria, il terzo della nuova serie, dedicato al tema delle utopie e distopie.

Come già faceva notare Paolo Vachino nel suo articolo L’ignoranza è forza!, pubblicato sul precedente numero della rivista (Nuova Rivista Letteraria nuova serie n. 2, novembre 2015), l’esercizio e l’affermazione del potere passano inesorabilmente attraverso la manipolazione delle parole, la compressione del vocabolario e la destrutturazione della lingua. Antonio Gramsci, una delle menti più acute del secolo scorso (lo avevano capito principalmente i suoi nemici, tanto che il pubblico ministero del tribunale fascista Isgrò, terminò la propria requisitoria in sede processuale con la famosa frase: “Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”) visionariamente sosteneva che la vera Babele non è dove si parlano lingue diverse bensì dove si parla la stessa lingua ma ognuno dà alle parole un significato diverso.

Facendo un esercizio di archeologia linguistica e confrontando vocabolari di epoche varie, si può vedere come il Potere senta, da sempre, il fortissimo impulso di piegare le parole alle proprie esigenze storico/politico/economico/sociali del momento, se non addirittura alla ragion di Stato.

Se prendiamo il termine Utopia, ad esempio, potremo notare che se in quasi tutti i dizionari la definizione rimanda, dopo aver fatto riferimento all’opera di Thomas More (pardon, Tommaso Moro, l’italianizzazione è d’obbligo), a un “modello politico, sociale o religioso che non trova effettivo riscontro nella realtà, ma che viene proposto come ideale; ideale irrealizzabile, progetto che non può avere un’attuazione pratica”, è negli esempi che appare chiaro dove i governanti vogliono andare a parare e il modo in cui “piegano” le parole a loro uso e consumo. Ecco, allora, che nell’Italia umbertina di fine XIX secolo, dove grande è lo spavento per il crescere della conflittualità sociale, con i movimenti socialista e anarchico che chiedono giustizia sociale, lavoro e istruzione, l’idea irrealizzabile (perché si vuole che non si realizzi) è quella dell’Utopia dell’istruzione obbligatoria (Vocabolario della lingua parlata – Nuova edizione, Rigutini e Fanfani, G. Barbera Editore, 1893). Nel Vocabolario della lingua italiana – Nuovissima edizione (VII) interamente riveduta 1940-41 XIX° di Nicola Zingarelli, invece, la lingua diventa veicolo della propaganda del regime fascista che ha trascinato l’Italia in guerra e che dunque ha l’esigenza di giustificare le sue scelte belliciste: qui è “la pace duratura nel mondo” ad essere esempio di utopia (di conseguenza, i conflitti armati diventano realtà ineluttabile). Nel Dizionario di Politica – a cura del Partito Nazionale Fascista, pubblicato nel 1940 dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani – poi, più prosaicamente le utopie vengono considerate “pericolose, per le conseguenze che importano nella valutazione e nell’esercizio della vita individuale e nazionale.”

Ma l’utopia è davvero qualcosa di irrealizzabile, e gli utopisti dei folli visionari, o quella di affibbiare l’etichetta di “utopico” è la maniera più comoda e veloce per liquidare un progetto che non si ha voglia, la capacità e il coraggio di realizzare? Perché se è innegabile che molte esperienze utopiche siano naufragate, è altrettanto vero che di utopia sono venate molte situazioni che invece esistono e strenuamente resistono opponendosi a una realtà che sempre più chiaramente mostra il proprio volto distopico.

Tra le pagine di questo numero, che di utopia grondano, si potranno trovare gli esperimenti artistici ad essa legati (in letteratura, cinema, pittura, architettura, fumetto), i tentativi miseramente falliti (i moti internazionalisti del Matese di fine ’800, e i movimenti antagonisti degli anni ’70, che negli USA con il loro tracollo hanno dato la stura a un proliferare di predicatori, sette e pseudoreligioni), gli esperimenti negativi in corso di realizzazione (azzeramento del welfare contro promessa di lunga vita, e illusione di un futuro migliore, terreno e ultraterreno, dispensata ai giovani delle periferie che scelgono l’arruolamento nella follia dell’ISIS), ma soprattutto le tante esperienze che l’utopia l’hanno azzardata e in suo nome hanno realizzato nuclei di resistenza al potere distruttivo del Potere: le comunità cristiane di base nel Nicaragua sandinista, la collettività di San José de Apartadó in Colombia, i presidî e le libere repubbliche NO TAV della Val di Susa, l’Orto dei Tu’rat in Salento, la resistenza delle donne e degli uomini del Kurdistan in lotta contro il Daesh, le comunità di donne indigene del Guatemala, il tentativo di una medicina più democratica, con una nuova visione dell’approccio alla salute basata sulla narrativa, la fattoria senza padroni di Mondeggi, in Toscana.

Resta comunque valido il monito sarcastico di Giorgio Gaber, che in una delle sue più belle canzoni retoricamente chiede ai pochi visionari ancora in circolazione: ...ma come, con tutte le libertà che avete / Volete anche la libertà di pensare? Utopia… Utopia... Utopia... pia... pia...