Tempi moderni

Un prefetto successore

Manuele Bonaccorsi Angelo Venti [da Left]

Le inchieste su Br e terrorismo. Il comando dei servizi segreti. Poi il governo lo manda a l’Aquila. Dove dovrebbe controllare gli appalti. Ma si scaglia contro le carriole. Biografia non autorizzata di Franco Gabrielli, il poliziotto che succederà a Bertolaso come capo della Protezione civile

Sono legati a doppio filo. Da quella mattina del 6 aprile, la frenetica riunione di governo che ha tracciato il futuro de L’Aquila. Guido Bertolaso, capo della Protezione, nominato commissario straordinario all’emergenza terremoto in Abruzzo; Franco Gabrielli, ex poliziotto, ex capo del Sisde, prefetto del capoluogo colpito dal sisma. Da allora hanno lavorato fianco a fianco. Rendendo indistingubili i loro ruoli. Gabrielli ha fatto tutto il possibile affinché controlli troppo indiscreti non rallentassero i lavori delle new town. Ha difeso il commissario quando le indagini della Procura di Firenze ne infagavano l’immacolata figura. Ha duramente definito «cialtroni» i carriolanti aquilani e ha minacciato di usare la forza contro di loro. Pedissequamente la Digos ha ubbidito, sequestrando tre pericolosi mezzi arrugginiti, guidati da altrettanti sfollati, denunciati. Dall’antiterrorismo all’ambiente intricato delle spie italiane, Gabrielli approda al sequestro delle carriole. «Farò tutto quello che il governo mi chiederà di fare, come succede da 24 anni», ha dichiarato recentemente il prefetto. Anche in questo uguale a Bertolaso: incorruttibile servitore dello Stato.

Ora arriva la giusta ricompensa, come affermano rumor sempre più insistenti e mai smentiti. Qualche mese da vicecapo del potentissimo dipartimento di Bertolaso, da apprendista stregone dei poteri d’ordinanza, quelli che permettono di derogare alle leggi ordinarie, paradosso dei paradossi per un poliziotto come lui. Poi, la nomina a successore di Superguido alla Protezione civile. Il cui compito dovrebbe essere «prevenzione e previsione delle calamità naturali». Materie sulle quali Gabrielli non è certo ferrato. Come dimostra la sua biografia.

Entrato in polizia nel 1985, si fa le ossa in provincia, nella noiosissima Digos di Imperia. Poi a Roma, dove sul campo dimostra grandi capacità: lavora, con ottimi risultati, sulle stragi mafiose del 1993. È lui a smantellare le nuove Br, catturando gli assassini di Massimo D’Antona, il giuslavorista ucciso nel 1999, e del poliziotto Emanuele Petri, nel 2003. Uno così lo Stato non può lasciarselo scappare. Ed ecco la nomina a capo del servizio centrale antiterrorismo, negli anni bui dello spauracchio al Queda. Anche qui, per i criminali non c’è scampo: nel 2005 Gabrielli può festeggiare l’arresto di uno dei terroristi dell’attentato alla metropolitana di Londra, Hamdi Adus Isaac. Ogni incarico un successo. Prodi se ne accorge, e nel 2006 lo nomina a capo del Sisde, nel difficile periodo della riforma dei servizi segreti. Col nuovo governo Berlusconi, però, finisce subito male. Gabrielli litiga con Maroni e il leghista non perdona: lo caccia via su due piedi, nel maggio 2008. Un anno in sordina e poi, il 6 aprile del 2009, la nomina che lo rilancia, anche grazie all’interessamento di Gianni Letta: prefetto dell’Aquila distrutta dal terremoto. In questo anno difficile, Bertolaso e Gabrielli lavorano fianco a fianco. Il primo dirige tutte le operazioni e gli appalti della prima emergenza e del Progetto C.a.s.e., le new town di Berlusconi. Roba da un miliardo di euro. Il secondo, come prefetto, dovrebbe vigilare sugli atti del commissario. Ma il prefetto viene dimezzato nelle sue funzioni dalla Dicomac, la nebulosa “Divisione di comando e controllo” creata dal dipartimento (e mai normata in nessuna legge) che esautora Gabrielli di buona parte dei suoi poteri di coordinamento. L’ex 007 non se ne lamenta. Con spirito di abnegazione si dedica alle poche funzioni che restano di sua competenza. In particolare il controllo sugli appalti e il coordinamento delle forze dell’ordine. Insomma, il prefetto Gabrielli è il controllore e Bertolaso il controllato. Ora il controllore sostituirà il controllato nel suo ruolo.

Tra i due, d’altronde, c’è molta simpatia. Gabrielli, quando si scopre che la Procura di Firenze indaga anche su Bertolaso per un giro di tangenti e appalti pilotati nella gestione del G8 della Maddalena, dice senza peli sulla lingua: «Con Bertolaso ho passato dieci mesi di intenso lavoro e ho apprezzato la sua integrità. Ci sono stati frangenti in cui, se solo avesse voluto, avrebbe potuto indirizzarmi verso una certa strada. Invece...»
Eppure per chi ha seguito le vicende aquilane, episodi poco chiari non mancano. A fine giugno sulla stampa esce la notizia che il movimento terra nel cantiere simbolo della ricostruzione, quello di Bazzano, era stato affidato a una ditta il cui titolare risultava socio anche di personaggi arrestati o coinvolti in indagini di mafia. Il prefetto Gabrielli interviene immediatamente: con piglio da poliziotto convoca una conferenza stampa per smentire gli articoli e difendere la ditta. Settanta giorni dopo, il prefetto si vede costretto a ritirare il certificato antimafia all’impresa, la Di Marco srl. A settembre altro colpo di scena: le forze dell’ordine rilevano in due soli cantieri la presenza di 132 ditte sospettate di “subappalto non autorizzato”. Il prefetto si mete subito in moto: emette un duro comunicato stampa. Ma non contro la Protezione civile, contro il giornalista che rende nota la notizia. Poi, a novembre, la Protezione civile emana un’ordinanza con la quale elimina retroattivamente il reato: in deroga alla legge, ogni subappalto di ritiene autorizzato automaticamente. La polizia se ne fa una ragione e smette di girare nei cantieri. Se nella questura Gabrielli ha fama di lavoratore infaticabile, da prefetto aquilano decide di prendersela comoda. Il decreto Abruzzo prevede strigenti controlli sugli appalti, per evitare infiltrazioni mafiose. Ma tutto rimane sulla carta. Lo stesso Gabrielli, a dicembre, ammette che gran parte di queste misure non vengono applicate. A dicembre, a cantieri quasi chiusi, manca ancora un decreto sulla «tracciabilità dei flussi finanziari» mentre solo l’11 novembre si riunisce per la prima volta la «Sezione specializzata del «Comitato di coordinamento per l’alta sorveglianza delle grandi opere», che dovrebbe aiutare il prefetto nel controllo sui cantieri.
Dinanzi agli allarmi del pool antimafia al lavoro in Abruzzo, infine, il prefetto da commissario si trasforma in pompiere. Quando a gennaio il pm Olga Capasso, lamentando la scarsezza di uomini e mezzi, dichiara che «sono tantissime le aziende in odore di criminalità che hanno operato in questa fase», Gabrielli ribatte: «Non si può parlare di un allarme generalizzato né di un sacco della città compiuto dalla criminalità organizzata. Il numero circoscritto dei casi finora emersi dimostra come alcuni sbarramenti posti dal legislatore abbiano sortito un primo effetto deterrente».

Un occhio chiuso sugli appalti gestiti da Bertolaso, uno bene aperto su chi ha il coraggio di lamentarsi. Il 26 marzo Gabrielli dichiara a Repubblica: «Nel giorno delle lezioni non possiamo consentire» la manifestazione del popolo delle carriole. «Si tratta di un’iniziativa politica». E aggiunge: «Saremo nostro malgrado costretti a far rispettare la legge con tutti i mezzi a disposizione. Anche con la forza». Per la cronaca, la giornata finisce con tre carriole sequestrate. Non male, come retata. Non contento, Gabrielli mette i panni del politico. Il 6 aprile, dinanzi ai fischi degli aquilani rivolti al messagio di Berlusconi, dichiara: «Sono solo quattro cialtroni». A giugno del 2009, in un incontro coi comitati dei cittadini, Gabrielli promette di rendere accessibili i campi, per svolgere assemblee e volantinaggi, vietati dal Dicomac. Ma la promessa rimane disattesa. Le tende rimangono simili a campi militari. «Anche in questo Gabrielli è del tutto vicino a Bertolaso. Continuerà nel percorso che ha reso la Protezione civile uno strumento di comando e controllo, militarizzazione e repressione», commenta Mattia Lolli, attivista aquilano del comitato 3e32.

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