Tempi moderni

Trieste come Middletown. Ma ai triestini non lo dicono

di Checchino Antonini

Il governo vuole il rigassificatore in città e sta cercando in tutti i modi di nascondere le conseguenze alla cittadinanza. Ma la sua costruzione provocherebbe rischi ben maggiori di quelli prodotti dalla centrale elettrica esplosa nel Connecticut

Se capitasse a Trieste un rogo come a Middletown nessuno saprebbe cosa fare. Incombe sulla città un progetto di centrale turbogas ma pure di un rigassificatore e di un metanodotto. Tasselli dello stesso puzzle ma che sono stati presentati separatamente proprio per barare sulla valutazione di impatto ambientale. Il rigassificatore è già stato approvato dal ministero dell'Ambiente e ora attende il verdetto della conferenza dei servizi. Le centrali turbogas sono impianti che spuntano sempre accanto ai rigassificatori, e in Italia ne sono in costruzione, o in fase di valutazione, ben 15. Perché, più del gas da cucina, è l'energia il vero business. Lo scoppio di Middletown è stato sentito anche a 15 km dalla centrale e, otto chilometri più in là, ha scassato i vetri di un ospedale. «Un’esplosione di questo genere distrugge tutti i vetri che trova - dice Adriano Bevilacqua della Uil dei vigili del fuoco di Trieste e presidente di un tavolo tecnico cui hanno preso parte docenti di varie università - andrebbero in frantumi migliaia di finestre e di insegne di locali con l’effetto di causare migliaia di feriti, centinaia di ciechi. Si guardino le statistiche israeliane sull’effetto deflagrante delle esplosioni dei kamikaze». A Trieste la turbogas di Zaule sorgerebbe a soli 200 metri dalle case, a 300 dal quartiere popolare di Servola, a 1 chilometro e mezzo da Piazza Unità. Dal tavolo tecnico sono venute fuori le lacune e le incoerenze del progetto: gran parte della documentazione non è firmata, cita normative straniere inapplicabili in Italia, è scritta in buona parte in inglese e le traduzioni non paiono coincidere con l’originale. Curiose le misurazioni del vento. La bora, ad esempio, viene presa a Mestre così da soffiare molto meno di quanto non faccia nella città giuliana: 30 km invece dei reali 120-180! I dati oceanografici sembrano non approfonditi e si finge che il raffreddamento nelle acque del mare, cruciale nella rigassificazione, sia irrilevante. E perciò le carte fingono che il golfo sia profondo 50 metri anziché 20.
Il problema generale è l’incastro fra i tre progetti incastonati tra i palazzi e altri impianti a rischio di incidente rilevante. L’effetto domino, denunciano gli esperti, è stato volutamente trascurato alterando anche la cartografia utilizzata nella quale svaniscono i depositi pericolosi circostanti. E poi non si tiene conto mai dell’errore umano.
Gli Amici della terra hanno chiesto agli amministratori locali, già nel 2005, di sapere qualcosa dei piani di emergenza esterni per impianti ad alto rischio e le risposte erano così carenti da far scattare un’indagine della magistratura. Il caso è stato archiviato, anche perché la Regione non ha ancora legiferato, ma le conclusioni degli investigatori non lasciano dubbi sui ritardi della prefettura nell’elaborazione dei piani di emergenza esterna, nella formazione di operatori di soccorso e nello svolgimento di esercitazioni e, di conseguenza, nel mancato invio a tutti gli enti interessati alla gestione di un’eventuale emergenza. Così, le popolazioni locali non sono state mai adeguatamente informate dai comuni (Trieste, Muggia e S.Dorligo della Valle). La commissione europea ha messo in mora l’Italia, il 24 aprile del 2009, per il mancato rispetto della normativa Seveso che obbliga gli enti locali alla comunicazione alle popolazioni interessate dei rischi e delle procedure d’emergenza. C'è di più: da quando s’è iniziato a parlare di un rigassificatore, dal 2004, sta sparendo la previsione dell'effetto domino dalle documentazioni triennali obbligatorie fornite dalle aziende interessate. Dalla comparazione dei diverse dichiarazioni salta agli occhi la sottrazione di interi paragrafi. Intanto,
c’è un braccio di ferro diplomatico tra Roma e Lubiana che ha definito inaccettabili i tre progetti così vicini al confine.