In movimento

Tesi (provvisorie) sul contropotere

Emmanuel Rodríguez e Brais Fernández*

Il contropotere è una strategia appropriata alla frammentazione della politica dello stato e della crisi capitalista. Piuttosto che una riununcia ad affrontare il problema del potere, il contropotere si comprende a partire dalla crisi della forma moderna del potere: lo stato.

1.La politica di sinistra, e della cosiddetta sinistra rivoluzionaria, non è riuscita ad evitare la sua stessa crisi; crisi che, per rigore storico, dobbiamo considerare sia iniziata negli anni '20 e '30 del XX secolo. Di fronte alla triplice alternativa della collaborazione alla rinascita capitalista mediante la partecipazione allo stato interventista keynesiano (socialdemocrazia), la distruzione dall'interno della rivoluzione stessa attraverso le dittature staliniste (URSS) o l'impotenza della marginalità (sinistra comunista e anarchici), la sinistra come potenza viva e alternativa di un altro mondo possibile è stata sconfitta durante quei decenni. La ripresa rivoluzionaria negli anni '60 e '70 del secolo scorso è stata solo una riproposizione delle stesse alternative che, progettate nel primo terzo di secolo in Europa, si sono riproposte nei paesi del Terzo Mondo, come nei Paesi a capitalismo avanzato. L'unica novità nell'occidente capitalistico sono stati i nuovi movimenti (l'ecologismo, il femminismo), che hanno creato una politica alternativa che solo nominalmente si può considerare di "sinistra".
La crisi della sinistra, come progetto alternativo al capitale e allo stato (1), non è questione di oggi. Non c'è stata nessuna nuova idea riguardo al suo rinnovamento o reinvenzione; nessuna nuova sinistra. La sua fine è stata determinata da una doppia incapacità storica. Da un lato, un problema di ritmo: la sinistra ha perso presto i passaggi decisivi al momento di seguire ed ampliare le dinamiche di autorganizzazione popolare, prima nel movimento operaio e poi nei movimenti sociali. Assorbita nel suo ruolo di mediazione politica, ha presto divorziato con la parte più attiva di questi movimenti. D'altra parte in questa separazione ha perso ogni capacità di trasformare la creatività e protoistituzionalità di questi movimenti in alternativa istituzionale. Senza soviet né consigli (essendo a volte coinvolta nella loro stessa distruzione), la sinistra, nella sua maggioranza, ha speso tutte le sue energie nell'unico luogo dove poteva ancora avere qualche validità la sua attività di mediazione (e di pacificazione) delle forze vive che non poteva più rappresentare: lo stato.
Paradossalmente, la stessa sinistra che nella sua declinazione socialista si manifestava unanimamente e visceralmente anti-statalista nella seconda metà del XIX secolo, è diventata, nel momento della sua crisi, la principale sostenitrice dello stato. Si è così trasformata nella sinistra dello stato, degli apparati di mediazione istituzionale delle società capitalistiche - nella sinistra del capitale. Il suo potenziale di riforma, passati i postumi della sbornia della guerra e della rivoluzione, si è presto esaurito.
La sinistra ufficiale del XX secolo, socialdemocratica o stalinista, ha apertamente trasferito il soggetto della trasformazione dal proletariato allo stato o al partito-stato. Ha inteso la "presa del potere statale" semplicemente come "conquista dello stato." Non si trattava più di alimentare l'autorganizzazione dal basso per "rompere" con lo stato. Non stava cercando di creare una nuova "istituzionalità" in grado di diventare un nuovo tipo di stato e di rifondare il potere. Per la sinistra si trattava semplicemente di conquistare lo stato, trasformato in motore unico della politica. Nella migliore delle ipotesi, il proletariato, la sua attività autonoma, dinamica, erano il "carburante" del "motore-stato". La sua mobilitazione, una sorta di male necessario per cambiare i rapporti di forza, un "esercito", che bisognava disciplinare e manovrare per l'assalto all'autentica "leva" trasformatrice (lo stato).
Questa non è un'affermazione dottrinaria, può essere rintracciata costantemente nella dialettica tra rivoluzione e controrivoluzione tipica del XX secolo: dalla burocratizzazione dei soviet russi alla conversione dei consigli operai tedeschi in appendice dei sindacati e dello stato durante l'insurrezione del 1919 alla disperazione dei partiti comunisti per ridurre le forme di contropotere sovversivo a mere enunciazioni integrate nelle costituzioni liberali (Italia 1945, Francia 1968).

2. Nessuna istanza riflette meglio le contraddizioni della società capitalista che la crisi dello stato. In quanto istituzione (o insieme istituzionale), che è servita come perno di tutta la politica moderna, lo stato sta diventando un fantasma di quello che una volta era e pretendeva di essere: entità indipendente, sovrana e potente. La conversione in stato-impresa - sotto i dettami della competitività nel mercato globale - è un sintomo di una malattia terminale che si manifesta nel crollo delle sue vecchie funzioni di regolamentazione. Uno stato, un territorio e una popolazione, o in termini di regolamentazione: un insieme integrato nazionale con una politica industriale, alcuni mercati regolamentati (del capitale e della forza lavoro) e un sistema di protezione sociale. La contraddizione principale si produce nel contrasto tra la sua condizione di istanza regolatrice dell'accumulazione - inclusi gli attriti sociali su scala "nazionale" - e i risultati di un mercato globale dominato dal capitale monetario, ossia, una finanza senza patria e impegno sociale. Ferito nella propria sovranità, costretto a condividerla con aziende multinazionali, organismi sovranazionali, città-mercato centri dell'economia globale, lo stato è solo uno tra i tanti soggetti dell’oligarchia globale. Nella costellazione di nuove entità semi-sovrane, lo stato è responsabile di alcune funzioni sempre capace di portare avanti: in particolare convertire la violenza in forza legittima. Con una diminuzione delle risorse finanziarie, costretto a intraprendere investimenti competitivi, sottomesso alla catena del valore globale, lo stato sta perdendo gradualmente le capacità di integrazione sociale che una volta lo caratterizzava. Qualsiasi politica che aspira ad essere tale dovrà essere in grado di affrontare questa crisi dello stato, e, allo stesso tempo, di questo spostamento della politica sempre più oltre lo stato.

3. La crisi dello stato sarebbe solamente una crisi politica se non fosse inserita all'interno di una crisi di accumulazione di capitale a largo raggio. A partire dagli anni 70, le principali economie del mondo mostrano un rallentamento graduale e continuo. Lo spostamento di gran parte della produzione verso i paesi del Sud e dell'Est asiatico (globalizzazione della catena di produzione) è stato un rinvio temporaneo della crisi, con una riduzione dei costi che certamente non ha finito di trovare nuove soluzioni emergenziali - una nuova ondata di delocalizzazioni su scala planetaria. Da un'altro punto di vista, i nuovi prodotti e i nuovi mercati associati all'ultima rivoluzione tecnologica - nuovi mezzi di comunicazione, le biotecnologie, l'informatica - hanno mostrato elevati livelli di redditività e produzione di reddito e di occupazione, anche in una situazione di tassi di profitto decrescenti. L'anomala persistenza della fase di finanziarizzazione che si è aperta negli anni 70 è il risultato di questa incapacità di ottenere un rendimento adeguato nel modo tradizionale della produzione di beni e servizi. La globalizzazione finanziaria è, quindi, causa e conseguenza, un processo retroalimentato di una crisi di accumulazione, di cui non si vede né una fine né una soluzione. La crisi di accumulazione si traduce in crisi dello stato. Contemporaneamente limita ogni giorno di più le risorse della stato, produce erosione sociale e un nuovo ciclo di proletarizzazione. Se da un lato non è in grado di generare una dinamica di medio termine di accumulazione, dall'altro vengono colpiti gli strumenti (istituzioni statali) capaci, fino a ieri, di compensare la devastazione sociale implicita in un processo di accumulazione senza controllo.

4. Parlare di "contropotere" è parlare di "autodeterminazione": formazione di soggetti politici e sociali, autorganizzazione di segmenti di vita con le proprie forme politiche. Il contropotere è la forma immediata di un potere sociale organizzato e che, per definizione politica, non ammette mediazione (rappresentanza, partito, ecc). Nella tradizione del sindacalismo rivoluzionario, il contropotere è affermazione pura. Il contropotere è politica positiva, politica di affermazione dei poteri sociali oggi sconfitti e bloccati in varie forme di mediazione dello stato (rappresentanza, partiti, diritti). Come tale, il contropotere non è una controparte dello stato , un semplice meccanismo di "controllo dal basso", ma una positiva autodeterminazione, un “non-stato”, e in quanto costituzione di soggetti autonomi, anti-stato. Nessuna delle formule della divisione dei poteri all'interno dello stato riflette, nemmeno in maniera approssimativa, l'affermazione semplice e chiara del contropotere, ovvero la propria autodeterminazione. Una precisazione: esiste una tensione quasi irrisolvibile tra "contropotere" e "dualismo di poteri". Non si dovrebbero confondere i due concetti e cercare di analizzarli come due momenti diversi con compiti diversi. Mentre il contropotere non è riducibile come tale alla forma-stato, ci sono altre forme istituzionali che non solo entrano in tensione, non solo si allontanano, ma si scontrano frontalmente con lo stato e sollevano la questione della sua sostituzione, nei momenti di estrema acutizzazione del conflitto tra blocchi antagonisti. Queste forme di "doppio potere" rappresentano sempre una sfida strategica di difficile soluzione, una nuova esperienza. Da un lato, affrontano la loro "istituzionalizzazione", estromettendo e sconfiggendo il vecchio potere per diventare un nuovo tipo di stato, che smetta di essere tale, che sia più "comunità" e meno "stato". D'altro lato, il processo di trasformazione da "dualismo di potere" a "nuovo potere" implica sempre la propria "degenerazione", vale a dire, durante il processo di transformazione da "doppio potere" a "nuovo potere", la vecchia forma di stato si riproduce annullando le attività che avevano generato il "dualismo di potere". Questo processo è quello che viene comunemente chiamato "controrivoluzione".

5. Il contropotere è una strategia appropriata alla frammentazione della politica dello stato e della crisi capitalista. Piuttosto che una riununcia ad affrontare il problema del potere, il contropotere si comprende a partire dalla crisi della forma moderna del potere: lo stato. E anche dalla critica di questa forma, in quanto cancellazione di ogni politica non statale e dell'autonomia dello stato stesso. Il contropotere come autodeterminazione sociale è la costruzione di un proprio potere, che va molto al di là dello stato. La sua forza è nella sua consistenza. Quest'ultima risiede nella sua condizione: espressione, senza nessuna delega, del potere di comunità sociali concrete. In quanto potere concreto di comunità concrete, il contropotere è l'unica forma reale, e soprattutto efficace, dentro la doppia crisi dello stato e dell'accumulazione. Affermare il contropotere vuol dire quindi affermare una politica senza scorciatoie: non c'è soluzione alla crisi con nessuna forma di delega: né verso la sovranità dello stato, né del "partito" salvatore.

6. Il contropotere non è un concetto inattuale o anacronistico. E' la forma stessa della politica nella frammentazione dello stato come istanza sovrana. Nella sua forma più banale, costituisce la stessa strategia dei poteri neoliberisti non statali (grandi aziende, tribunali privati, centri off-shore, lobbies, ecc). La nuova poliarchia globale è sia il risultato della profonda crisi di accumulazione sia dell'azione di questi poteri che minano, superano e determinano l'azione degli Stati. Continuare ad affermare, come fa la maggior parte della sinistra e anche della destra antisistema, lo stato contro il mercato o, se si preferisce, lo stato contro l'oligarchia, significa continuare ad affermare la forma di una politica impotente. Una politica che depotenzia le costruzioni sociali autonome; una politica che canalizza la forza sociale nella mediazione e nella delega allo stato. Ma, soprattutto, una politica inerme in quanto si scontra con poteri la cui forza è al di là della forza dello stato. Nel migliore dei casi, si tratta di una rappresentazione e deviazione delle forze verso l'occupazione di nuovi apparati dello stato, ugualmente impotenti. Nel peggiore dei casi, si tratta di consegnare tutte le armi e tutte le forze all'unica istanza di regolazione che rimane allo stato: l'affermazione brutale del monopolio della violenza.

7. La scommessa nel contropotere presuppone la messa in crisi delle principali categorie della politica dello stato moderno. Tutta la storia della politica moderna ruota intorno all'idea dello stato come unica fonte del potere sovrano. La politica come mistificazione ufficiale, ridotta alla politica all'interno dello stato, quadro oggettivo, immutabile, statico, lontano dall'essere il prodotto storico delle necessità di un particolare sistema economico, dei suoi sviluppi attuali, è un prodotto delle lotte. Una riduzione della strategia di accumulazione delle forze al di fuori dello stato per tradurre quella forza dentro.
Tuttavia, la strategia del contropotere ha una doppia faccia che non possiamo non enunciare. Non rimuove la questione del potere dello stato, dell'attacco nel punto in cui in un determinato momento si concentra la relazione statale. Nemmeno dimentica che all'interno della relazione statale ci sono contraddizioni da esplorare, fallimenti interni che possono condensare rapporti di forza tra le classi. Pertanto, assume che la disputa dello stato, dentro e contro, è ancora necessaria. La differenza è che va al di là di questo, non riduce la politica allo stato, anche quando lo stato è stato teoricamente conquistato. Senza contropotere, lo stato non viene "preso" ma ti "prende".

8. Il contropotere è un'affermazione pratica, un'affermazione militante e comunitaria. Nella crisi delle categorie politiche, non è l'affermazione di una teoria ma quella di una politica di tipo nuovo, di una pratica politica che solo nella prassi trova la sua verità. (2)
In ultima analisi, il contropotere è una strategia di ricostruzione del sociale nel momento della decomposizione dello stato e del suo popolo (la classe media). E' quindi la forma della rivoluzione, quando la rivoluzione (come momento di investimento storico) ha perso la forza dei vecchi miti.

9. Il contropotere è sempre plurale, multiforme e irriducibile. Appaiono e scompaiono contropoteri, le forme mutano e i soggetti che si costituiscono nel contropotere (perché un contropotere è la liquidazione della dicotomia tra soggetto e struttura che tanto ha affascinato la sinistra) si spostano costantemente in funzione del conflitto, delle forze, dell'integrazione, della scomposizione e della ricomposizione permanente che provoca la lotta.
In generale non si tratta di ignorare lo stato nè di proporre un esodo. Lo stato, nonostante il suo indebolimento strutturale e la crisi della sovranità nazionale, resta "intatto". La distinzione in Occidente tra stato e società civile è solo concettuale. Viviamo in società fortemente "statalizzate”. La legittimità, la riproduzione sociale e la rappresentanza sono legate allo stato. Pertanto, la crisi del capitalismo è la crisi dello stato e viceversa. La scommessa di ricostruire lo stato come "garante" della sovranità o della ricostruzione di un patto sociale di nuovo conio non sono solo destinati a fallire per ragioni strutturali, ma cercano di ricostruire il "contratto sociale" partendo dagli effetti della crisi, adeguandosi ad un futuro in cui la crisi sia la nuova normalità.

10. La sinistra ufficiale tendeva a vedere la "conquista dello stato" come obiettivo del conflitto. Iniziava un'altra storia: l'"emulazione" interna per raggiungere nel più breve tempo possibile il punto più alto dello sviluppo capitalistico. Il sogno di una società senza conflitti interni, armonica, senza tensioni, senza conflitti, senza contropotere. Le contraddizioni o i conflitti all'interno dei processi vivi erano visti come una minaccia per il processo stesso. La cosa fondamentale era mantenere intattà l'unità dello stato: politica senza società, politica come fine della storia.
E come pensare una strategia del contropotere? I contropoteri non scompaiono mai. Esistono sempre. Il sindacalismo e le sue molteplici forme di espressione comunitaria, i differenti tipi di organizzazione di classe all'interno della fabbrica, ma anche le esperienze di organizzazione culturale, i centri sociali, le associazioni di quartiere, persino alcune comunità religiose... è impossibile contabilizzare tutte le forme e i milioni di persone che hanno "praticato" il contropotere nel corso della storia, non solo resistendo, ma prefigurando qualcosa di diverso.
Dal momento che i contropoteri adottano forme connesse con la composizione del capitale (non fa male ricordare che anche i lavoratori sono parte del capitale) e con la dinamica di lotta reale, la strategia del contropotere non passa attraverso la sua "invenzione", quanto nella ricerca delle forze socialmente vive, le pratiche antagoniste spesso sotterranee o ancora deboli.

NOTE
(1) Quando parliamo di “Stato”, ci riferiamo allo stato capitalista o, se si preferisce, allo stato moderno, non allo stato come concetto metafisico o oltre la storia, concetto meramente filosofico – quanto ad una serie di strutture e relazioni che svolgono un ruolo specifico all'interno di un sistema più ampio.

(2) La critica della rappresentanza è una critica alla dissociazione tra vita sociale e società politica. La rappresentanza come “metodo” è qualcosa di inerente a tutte le istituzioni che sono sorte dal basso, un meccanismo necessario per combinare conflitto e autogestione del quotidiano. I soviet e tutte le forme di “doppio potere” che sorgono nel xx secolo si costruiscono su un meccanismo di delega e rappresentanza che, a differenza delle istituzioni liberali, fomentavano lo sviluppo di un potere costituente di classe di fronte al meccanismo di annullamento che presuppone la rappresentanza liberale.

*Emmanuel Rodríguez è un membro della “Fundacíion de los Comunes”; Brais Fernández è redattore della rivista "Viento Sur".
Articolo tratto dalla rivista "Viento Sur" n°152/Giugno 2017 Info: http://vientosur.info/
Traduzione di Dario Dinepi per http://www.communianet.org/controculture/tesi-provvisorie-sul-contropotere

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