Nota quotidiana

Storia di Anina, alla Sorbona partendo dal campo rom

Stefano Pasta (da Avvenire)

Anina non è un personaggio straordinario, né una don­na fuori dal comune. È semplicemente una ragaz­za rom a cui è stata offerta un'opportunità che lei ha saputo e voluto cogliere.

Dalle baracche di Ro­ma agli studi alla Sorbona per diven­tare magistrato della Re­pubblica francese. Anina Ciuciu, ventiseienne rom rumena, ha appena pub­blicato Sono rom e ne so­no fiera (Edizioni Alegre), traduzione della sua bio­grafia che in Francia ha venduto oltre diecimila copie. Il 6 dicembre, al Centro di ricerca sulle Relazioni In­terculturali dell'Università Cattolica di Milano, si è svolta la prima delle pre­sentazioni italiane.
Quan­do aveva sette anni, Anina partì con la sua famiglia da Craiova lungo la stessa stra­da ora percorsa da tanti profughi: l'Ungheria, la Serbia, la Slovenia e poi l'I­talia. Il camion che li trasportò aprì il suo cassone davanti a Casilino 900, il più grande campo nomadi d'Europa.
«Sino ad allora - ricorda A­nina - il mio naso aveva re­spirato il profumo dei fio­ri, delle arance, del sole. O­ra l'acre odore della legna bruciata riempiva le mie narici». Oggi Casilino 900 non esiste più, dal 2010 i rom sono stati spostati in altri campi ancora più iso­lati e ghettizzanti. Nel tem­po, tanti hanno condotto una vita di stenti in quel luogo: negli anni Cinquan­ta i pugliesi e gli abruzzesi dell'Italia post-bellica vi a­vevano costruito le loro baracche, sopravvivendo con il piccolo commercio abu­sivo, l'elemosina, i lavori domestici. Sono i baracca­ti di cui parlano le pagine di Pier Paolo Pasolini. Negli anni Ottanta il loro posto fu preso dai rom che fuggi­vano dalla disgregazione della Jugoslavia, a cui si ag­giunsero negli anni Novan­ta, in un lembo di terra strappato alla vicina discarica, i rom rumeni. «Quan­do vi ho abitato - racconta Anina - anche io non an­davo a scuola. Questo fat­to non c'entra nulla con una presunta cultura rom, ma piuttosto con le "ma­lattie della povertà" di chi vive nelle baraccopoli».
Nel 1997 la sua famiglia partì per Bourg-en­-Bresse, dove visse per alcu­ni mesi in un furgone. Qui, grazie all'aiuto di due don­ne, avviene la svolta: trova­no un appartamento pres­so il Quale i Ciuciu possono alloggiare, Anina inizia a studiare il francese. Nei primi tempi deve nascon­dere di essere rom: «La mamma - racconta - non arrivava fino all'uscita di scuola, ci aspettava pochi isolati prima, dietro un muro. Un giorno non ho più accettato di dovermi vergognare di mia madre, ho detto a tutti che ero rom». Alla clandestinità se­gue la regolarizzazione e con essa i successi scola­stici fino alla Sorbona, una delle più prestigiose uni­versità europee.
Anina ha mantenuto le sue radici, parla il romani, cu­cina secondo la tradizione familiare. Ma si considera anche francese e rumena ed è orgogliosa di esserlo. L'edizione francese del li­bro è del 2012, in risposta «al dibattito violento segnato dalle espulsioni vo­lute dall'allora presidente Sarkozy».
«Quella italiana - prosegue Carlo Stasolla, presidente dell'Associazione 21 luglio, che ne firma la prefazione - è lo schiaffo all'igno­ranza e all'ipocrisia in cui siamo impantanati. Anina non è un personaggio straordinario, né una don­na fuori dal comune. È semplicemente una ragaz­za rom a cui è stata offerta un'opportunità che lei ha saputo e voluto cogliere». La stessa che stanno aspet­tando i ventimila minori rom presenti nelle baraccopoli italiane, che soffrono i ghetti fisici e quelli menta­li. E che attendono ciò che Danilo Dolci riassumeva con le parole: "Ciascuno cresce solo se sognato".