Rassegna dal web

Sgonfiare le vele dei potenti. Viaggio nelle Edizioni Alegre

Ugo Carlone*

Alegre da più di un decennio pubblica testi di qualità con l'obiettivo di fare debunking, cioè smontare le narrazioni dominanti. Compito arduo ma necessario. Viaggio all'interno di una realtà feconda.

“Sgonfiare le favole dei potenti e raccontare altre storie: è questo l’intento del nostro progetto editoriale attraverso la pubblicazione di idee in controtendenza, inchieste scomode e letteratura sociale”. E ancora: “l’orizzonte che si apre davanti a noi richiede pazienza, fili tenaci di una narrazione disintossicata dalle scorie del pensiero unico, letteratura e pensiero critico che tendano al cambiamento, alla rivoluzione”. Queste le parole che condensano la mission, come si dice oggi, di Alegre, casa editrice romana che abbiamo deciso di raccontarvi.
Lo facciamo perché la logica di Ribalta è riconducibile allo stesso solco, alla stessa esigenza di guardare alla realtà inforcando un paio d’occhiali diversi dai più venduti, dai più gettonati ed anche seguiti. Certo, noi iniziamo ora, con un blog; loro lo hanno fatto con una casa editrice nata nel 2003, “nel pieno dei movimenti altermondialisti e per la pace”, come ci dice Giulio Calella, presidente della società cooperativa giornalistica che gestisce il progetto, “prendendo il nome da Porto Alegre, in quel momento capitale dei social forum”.
L’intento, allora, era di moltiplicare i gruppi di agitazione culturale: “quei primi movimenti del millennio – continua Calella – chiedevano nuovo pensiero forte con cui affrontare una realtà profondamente modificata dalle sconfitte dei movimenti sociali del Novecento, e noi abbiamo deciso di provare a rispondere a domande che erano per prime le nostre. Quel bisogno nel frattempo è addirittura cresciuto, nel momento in cui la sinistra storica si spinge fino alla propria scomparsa producendo un disorientamento che può essere affrontato solo ripartendo dalle idee”.

Effettivamente, il fermento che si sviluppò intorno al mondo che, impropriamente, venne battezzato no global fu fecondo di esperienze, idee, progetti. E, a guardare cause e conseguenze della crisi economica in cui siamo immersi oggi, le analisi e le premonizioni dei tanti che si impegnarono nei primi anni del duemila erano giuste. Ci avevano preso. Eccome: il meccanismo economico dominante, il pensiero unico, la spensieratezza finanziaria hanno concretamente prodotto le bolle e le crisi del debito che oggi, in Europa ma non negli Usa, fronteggiamo con discutibilissime politiche austere.
E allora vale la pena tornare a quegli anni, anche per capire movimenti e pensieri critici che si stanno diffondendo da più parti e che mettono in discussione le basi e i (dis)valori del modello economico e politico che ci governa: “a quel tempo Porto Alegre rappresentava la speranza di un mondo migliore. Quella intuizione resta per noi un orientamento prezioso per una possibilità di trasformazione. Esistono, ed esisteranno, ancora nuovi movimenti che si oppongono al pensiero unico della finanza e alle narrazioni di regime, rivendicando le ragioni del 99% della popolazione contro quelle dell’1%”.

Oggi, nel 2015, il lavoro culturale che può fare una casa editrice così connotata è quello di “disintossicare la narrazione”, che vuol dire – dice Calella – “decostruire le narrazioni dominanti, fare debunking, interrompere alcuni ritornelli martellanti con cui viene raccontata la realtà e che servono solo a mantenere intatto lo status quo. A volte basta semplicemente cambiare il punto di vista, guardare all’attualità o alla storia in modo obliquo e non verticale, per scoprire che i nessi logici che spesso vengono dati per assodati sono in realtà funzionali ad uno specifico punto di vista. Che poi è quasi sempre il punto di vista del potere”.
Fare debunking non è facile: vuol dire smontare, ridimensionare, mettere in dubbio, nella direzione che, nel caso di Alegre, mira al citato “sgonfiare le favole dei potenti”. Compito arduo ma necessario, eseguito producendo collane di inchiesta giornalistica, analisi storica e riflessione teorica. Limitiamoci alle ultime uscite: La politica della ruspa. La Lega di Salvini e le nuove destre europee, di Valerio Renzi, che inquadra l’ascesa di Salvini “fornendo una cassetta degli attrezzi per smontare la ruspa e vedere come girano le rotelle degli ingranaggi”; Democrazia anno zero, manifesto politico del leader di Podemos, Pablo Iglesias; Kobane, diario di una resistenza, recente resoconto della staffetta italiana Rojava calling, a sostegno delle lotte dei curdi in Siria e non solo; La danza delle mozzarelle. Slow food, Eataly, Coop e la loro narrazione, in cui Wolf Bukowski, dietro ad una copertina colma di denti, baffi e sguardo di Oscar Farinetti, spiega “come ce l’hanno data a bere parlando di mangiare”, ottimo esempio di decostruzione delle narrazioni dominanti: “nella generale crisi di sovrapproduzione – ci spiega Calella – il cibo è diventato uno dei settori in cui potersi assicurare i migliori margini di profitto, e per farlo l’ultima frontiera è stata quella di sussumere l’idea positiva di cibo e agricoltura sostenibili per farne un business in collaborazione con la grande distribuzione – ossia proprio con coloro che hanno devastato la possibilità di una produzione sostenibile. L’impero che su questa ambiguità ha costruito Farinetti con Eataly è paradigmatico, e ha utilizzato forse più di chiunque altro le tecniche della narrazione ai fini del profitto”.

Risale al 2014 poi la collaborazione con Wu Ming 1, che dirige la nuova collana Quinto Tipo: “oggetti narrativi non identificati che sperimentano l’ibridazione tra i generi per raccontare storie con ogni mezzo necessario”. Qualcosa di più della contaminazione tra i generi (“anche Dan Brown contamina i generi”), che punta alla “distruzione delle cornici”: saggi/romanzi, guide turistiche/inchieste militanti, biografie/mappe, reportage/videogame, insomma “collisione tra le più disparate tecniche e retoriche usate in diversi tipi di testo (narrativi, poetici, espositivi, argomentativi, descrittivi)” che “sprigiona una potenza capace di investire da direzioni inattese i temi affrontati e – grazie a numerosi slittamenti negli approcci e nei punti di vista – incoraggia la (ri)scoperta di un mondo”.
Un po’ complicato da capire al primo impatto, più semplice se diamo un occhiata ai titoli (e se leggiamo i testi) che sono comparsi per la collana: ad esempio Diario di zona, di Luigi Chiarella (Yamunin), godibilissimo reportage autobiografico su Torino condotto dall’autore, che, per un periodo, ha lavorato come lettore dei contatori dell’acqua, girando in lungo e in largo per la città; o Il derby del bambino morto, riproposta di un saggio sui generis su tifo e diffusione di paura e panico di Valerio Marchi, compianto sociologo di strada e animatore della Libreria Internazionale di San Lorenzo, a Roma; o ancora l’appena pubblicato Al palo della morte. Storia di un omicidio in una periferia meticcia, di Giuliano Santoro, racconto vivido dell’omicidio (e della vita) di Shahzad, giovane pakistano ucciso a calci e pugni da un minorenne romano.
Insomma, una serie di produzioni di qualità, difficilmente catalogabili in un genere (ma è questo il loro requisito essenziale) ed estremamente divulgative, con ciò che si può intendere con questo termine per quelli di Alegre. Il tutto con la collaborazione di un collettivo di scrittori (i Wu Ming) “tra i più interessanti e innovativi degli ultimi vent’anni, capace forse come nessuno di interpretare il nesso tra letteratura e conflitto sociale”.
Questo nesso si fa ancor più concreto nella rivista Letteraria, che Alegre pubblica a cadenza semestrale. Tutta dedicata alla letteratura sociale, cioè a quel tipo di narrazione che, come scritto recentemente in un’editoriale della rivista, “affronta la realtà con la letteratura, cercando la letteratura nel conflitto sociale e il conflitto sociale nella letteratura. Per questo si approda facilmente alle letterature ibride tra saggistica e narrativa, di cui ci sono tanti esempi anche nella storia della letteratura italiana, da Bianciardi a Pasolini”.

Altri progetti in cantiere: “nel 2016 abbiamo intenzione di iniziare la produzione di ebook. A latere dell’ambito strettamente editoriale, stiamo moltiplicando il nostro impegno nell’associazione Odei, l’osservatorio degli editori indipendenti, con cui abbiamo costruito il Festival Book Pride nel 2015 a Milano ed altre iniziative di mutuo soccorso tra editori indipendenti per resistere tutti insieme alle grandi fusioni del mercato”.
E poi la continuazione di Letteraria, il festival di letteratura sociale andato in scena a giugno a Roma, ma che “nel 2016 vorremmo raddoppiare esportandolo anche a Bologna”. E Alegre è anche una libreria (al Pigneto, quartiere assai vivace di Roma) e un sito (www.ilmegafonoquotidiano.it) dove trovano spazio, oltre al catalogo e alle attività strettamente editoriali, articoli, corrispondenze e segnalazioni su tutto ciò che si muove attorno ai temi cari alla casa editrice.
Quello che abbiamo raccontato fino ad ora è inserito, ovviamente, nel mercato editoriale italiano, in cui è molto difficile lavorare e sopravvivere. Calella ci spiega che il sistema è dominato da quattro gruppi, che non solo fatturano il 60% del totale, ma controllano anche l’intera filiera: promozione, distribuzione, grossisti, catene di librerie. “Insomma sono loro a decidere chi e come deve essere visibile, in un meccanismo che inevitabilmente privilegia sempre loro stessi”. Il caso “Mondazzoli” (la fusione tra Mondadori e Rizzoli) “è ovviamente frutto di una crisi complessiva di vendite, che spinge alle concentrazioni per assicurarsi il mantenimento degli stessi margini di profitto. Ma ancora più impattante su di noi è stata la fusione – di cui si parla meno – delle due principali società di distribuzione dei libri in libreria, ossia Pde (controllata da Feltrinelli) e Messaggerie (controllata dal gruppo Gems), che ha prodotto un sostanziale monopolio a cui ogni editore e ogni libreria deve rivolgersi, con il conseguente ricatto di dover accettare qualsiasi condizione economica”.

Contemporaneamente, però, è aumentata, secondo Calella, la sensibilità “verso il tema dell’indipendenza, della cultura non omologata, e questo in piccola parte si riverbera sull’attenzione per i libri di case editrici indipendenti. Però è indubbio che le corazzate monopolistiche abbiano molte più cartucce da giocare. Per noi la sfida è resistere ma allo stesso tempo non avere un atteggiamento solo resistenziale. E una chiave importante è la cooperazione e il mutuo soccorso tra editori indipendenti”.
Del resto, proprio nel mondo dell’editoria non è poi così difficile essere invogliati a fare debunking: “le fusioni dimostrano quanto in fondo i grandi gruppi industriali credano poco all’idea della libera concorrenza e del libero mercato che tanto propagandano… anche quella è solo una narrazione tossica”.

*Fonte: http://www.ribalta.info/sgonfiare-le-vele-dei-potenti/