Il Pdl dichiara un milione ma non saranno più di 70 mila (vedi foto). La scena è solo per Berlusconi che ripete tutto il repertorio classico ma senza strafare. Poi il giuramento dei candidati presidente. Bossi esibito come unico alleato perché l'altro, Fini, non c'è e non si vede in nessun modo. Gira male?
Cominciamo dai numeri. Il coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini - quello che aiutava l'imprenditore toscano Fusi a fare un po' di affari - annuncia che in piazza ci sono un milione di persone. Solita sparata preparata in anticipo perché in piazza ci saranno circa 70 mila persone (così come la scorsa settimana con il centrosinistra non c'erano più di 30 mila persone). Ad aiutare a fare una valutazione realistica sono le immagini del Corriere con la foto che vedete qui pubblicata.
In ogni caso la manifestazione della destra c'è stata, la gente è venuta e Berlusconi ha avuto l'occasione per lanciare "l'ultimo miglio" e motivare i suoi in vista delle elezioni di domenica prossima. Circa 50 minuti conclusi dalla presentazione e dal "giuramento" dei 13 candidati presidenti sulla formula preparata da Berlusconi stesso e distribuita dal premier ai diligenti suoi vassalli.
Contrariamente alle attese Berlusconisi è mantenuto molto più moderato degli ultimi giorni e più concentrato a ribadire la sua assoluta presa sul Pdl e la sua leadership. E' stata, nei fatti, una vera manifestazione di partito, piuttosto monotona e ripetitiva.
Di attacchi alla magistratura ce ne sono stati ma non particolarmente gridati o esagerati: Berlusconi si scalda solo con il magistrato che ha in ufficio la foto del Che - un altro killeraggio offerto dalla premiata ditta Feltri-IlGiornale - e contro i giudici di Trani che lo hanno «spiato» per mesi e mesi con i soldi pubblici. Nessun riferimento a Napolitano o al Csm o alla Corte costituzionale. Anche sulla lista del Pdl a Roma in realtà c'è stata la presa d'atto della esclusione senza nessun riferimento alla puntigliosa ricostruzione dei fatti.
D'altro lato, l'esibizione di Umberto Bossi, tenuto accanto, sotto braccio mentre ha avuto solo il tempo di dire che lui, da Berlusconi «non ha mai preso una lira», è servita a rappresentare con chiarezza qual è l'unico equilibrio su cui la destra può contare per tenere il governo del Paese. Fini, infatti, nella scenografia, nelle parole, nella simbologia non si è visto proprio. Una figura già fuori dal partito che stasera a San Giovanni era a immagine e somiglianza del capo assoluto.
E in fondo resta lui l'unico collante di una destra slabbrata e piuttosto "cialtrona", inconsistente sul piano delle idee, della cultura politica e della capacità di rappresentarsi. Il comizio è un esempio chiaro dell'impasto che regge l'impresa.
La sintesi "l'amore vince sempre sull'odio" spiegata da Berlusconi appare surreale in una piazza che, se potesse, spazzerebbe via i nemici vari: "Santoro è un fascista", "Famoli viola" "Se vuoi bene al tuo bambino non votare la Bonino" sono gli slogan che si leggono. E quando Alemanno, per ricordare l'attività della sua amministrazione, ricorda lo smantellamento del campo Rom di Casilino 900 si alza un boato.
L'attacco agli immigrati è ormai la questione più rilevante, il collante ideologico più forte: Berlusconi e Bossi si esibiranno in un duetto indecoroso per ricordare che «i clandestini non ci sono più» e che la destra li fermerà sempre.
Ma il tema di fondo, il registro su cui la macchina è tenuta in corsa alla fine è sempre il solito: noi siamo il bene e di là c'è il male. «La sinistra è il peggio che c'è, sa solo dire no e diffonde pessimismo e catastrofismo». «E' la sinistra dell'invidia sociale e dell'odio, che espelle i cattolici moderati». «Hanno provato a truccare le elezioni - noi non lo avremmo mai fatto. ».
Poi va in onda la demagogia più spicciola: le domande retoriche a un pubblico compiacente. «Volete che torni al governo questa sinistra che riporterà l'Ici?». E tutti a gridare in coro: «Nooo!». Volete la tassazione di Bot e Cct? le mani nelle vostre tasche, lo stato di polizia tributaria, le intercettazioni a tappeto? le porte spalancate agli extracomunitari». E tutti ancora: «Nooo!». «Volete le risse e i pollai nella tv pubblica con i vostri soldi?». Etc. etc.. Poi, al contrario, partono le richieste per le regionali: «Volete il piano casa, metà dei tempi di attesa per sanità, aprire un'impresa in un giorno; meno tasse regionali, più verde e piste ciclabili?». Stavolta il coro è «Siii!». Come in un reality show, all'Isola dei Famosi o ai quizzetti di prima serata fatti in tv.
Ovviamente il tutto si regge se c'è l'elenco dei «grandi successi del nostro governo» e la prospettiva per il futuro che si condensa anche qui in poche cose:
la riforma istituzionale con la riduzione parlamentari e l'elezione diretta del premier o del presidente Repubblica (anche qui nessun affondo, molta moderazione); la «grande grande grande riforma della giustizia», l'unica che sta davvero a cuore ma che non si fa mai, la riforma fiscale e, occhio a Bossi, «l'attuazione del federalismo». Addirittura l'impegno a «sconfiggere il cancro» e comunque a mantenere in vita l'unica «religione laica che conosciamo, quella della libertà». Il solito refrain, l'unico che sembra tenere insieme questa gente e che ancora una volta, dopo quindici anni, si ritrova attorno all'unico schema di gioco che Berlusconi conosce: «Una scelta di campo, noi o loro, l'amore contro l'odio». Finale con giuramento dei candidati governatori e poi, a tutto spiano e ripetutamente, l'inno nazionale: «Meno male che Silvio c'è». Stasera Silvio c'era ma forse il suo messaggio era davvero un po' stanco.