Nota quotidiana

Roma, dalle stelle alle stalle!

Rossella Marchini (da DinamoPress)*

Paolo Berdini racconta la crescita senza regole della Capitale e la speranza riposta nella nuova amministrazione per cambiare. Si voleva costruire una città giusta e accogliente, non è stato possibile

Consiglio di iniziare la lettura del prezioso libro di Paolo Berdini, (Roma, polvere di stelle. La speranza fallita e le idee per uscire dal declino – Edizioni Alegre) dall’epilogo.

Si racconta la storia del lago dell’acqua bullicante e di come la comparsa di quell’acqua avesse accompagnato una grande forma di resistenza urbana contro uno dei signori del cemento romano, che pensava di trasformare tutto in una colossale rendita. Fra ruderi di vecchi edifici che una volta accoglievano le attività industriali della fabbrica di seta artificiale, in mezzo ad una vegetazione cresciuta libera nella vasta area, appare oggi il lago, con le sue sponde a tratti sabbiose e le ombre della pineta, i canneti e i salici.

Sono stati i cittadini di quei quartieri insieme agli attivisti del centro sociale ex-Snia, che per vent’anni si sono battuti contro ogni progetto di edificazione, a salvare il lago e ottenere che fosse realizzato il parco. Ora quel luogo appartiene alla città. L’acqua con le sue bollicine che sgorga dalla terra è il simbolo della città come bene comune.

L’epilogo ci trasmette la consapevolezza che si può vincere. È più facile così affrontare la lettura dei capitoli iniziali del libro, che ci restituiscono un’attenta ricostruzione dello sviluppo di Roma da quando diventa Capitale ai nostri giorni.

La costante mancanza di regole nelle trasformazioni urbane, affidate da sempre alla relazione fra proprietà fondiaria e malaffare, ha costruito la città nella quale siamo costretti a vivere.

L’autore descrive una Roma disegnata dagli interessi della Società Generale Immobiliare e del Vaticano, attraverso la sua banca e le sue società. Cresciuta secondo quanto decideva il sistema economico dell’abusivismo edilizio o il potere della banda della Magliana.

Il racconto di quanto avvenuto negli anni, assume l’aspetto di uno storyboard, immagine dopo immagine ci restituisce le atmosfere della “modernizzazione” degli anni ’80, l’euforia per le leggi di condono edilizio, l’attesa per la valorizzazione delle aree ferroviarie sotto la guida di Lorenzo Necci. Disegna il potere di Intermetro, il raggruppamento di imprese nato per il prolungamento della linea A, le inchieste per le tangenti che fanno vacillare l’intera struttura amministrativa, fino ad arrivare alla fine del secolo scorso, quando i tagli ai trasferimenti di risorse ai Comuni spingono alla vendita degli immobili delle società pubbliche. La tenuta di Maccarese viene ceduta a Benetton, la sede Alitalia serve a coprire i buchi del bilancio della compagnia di bandiera, l’Opus Dei si impadronisce di Trigoria. A questo si affianca la cultura della deroga. La città continua a crescere sotto il dominio della finanza, senza regole.

Il nuovo piano regolatore decide di “pianificar facendo” e le Centralità di Veltroni portano nuove case destinate a restare vuote, in una città che vede molti dei suoi abitanti privati del diritto fondamentale ad avere un tetto sotto il quale vivere. Sono almeno 15 mila gli alloggi da reperire con urgenza. Non ci sono risorse economiche, si dice, mentre si spendono 43 milioni di euro ogni anno per pagare i residence e 53 per l’affitto di sedi per gli uffici istituzionali.

Il racconto prosegue con le amministrazioni che si susseguono una dopo l’altra. Alemanno affonda le sue mani sulle municipalizzate, esternalizza le funzioni di servizio, presenta la candidatura di Roma a sede olimpica. Sogna di demolire l’edilizia pubblica di Torbellamonaca e di riempire i terreni circostanti di casette.

Dopo di lui la breve stagione di Marino e della nascita del progetto dello stadio della A.S. Roma.

Intanto la crisi ha interrotto il periodo d’oro della salita esponenziale dei valori immobiliari. Il sistema di potere che controlla la città viene travolto dall’inchiesta di Mafia Capitale. Tutto sembra restare sospeso e Roma colleziona progetti incompiuti e un cumulo di macerie da sanare. Le torri dell’Eur, la fiera di Roma, i mercati generali all’Ostiense, lo stadio del nuoto di Torvergata, la piscina a ponte Marconi, Santa Maria della Pietà, la metropolitana C, piazza dei Navigatori, i Piani di zona, Castel di Guido…

Lo scorrere di queste immagini ci aiuta a capire come Paolo Berdini abbia creduto che il suo impegno all’interno della Giunta della sindaca Raggi potesse mettere fine a tutto questo. Non era il solo ad aver riposto fiducia nel cambiamento. Il 67% dei romani aveva decretato la fine del sistema che aveva caratterizzato da sempre la gestione della città. O almeno credeva di averlo fatto. Disegnando una nuova geografia, che metteva al centro della decisione quei quartieri che più di tutti avevano pagato la malagestione.

Non è andata così. L’ex assessore ricostruisce la mappa dei poteri che fin dall’inizio si muovono dietro e accanto alla Sindaca. L’inseparabile Raffaele Marra, l’avvocato Sammarco, il ruolo di Grillo e quello dello studio Casaleggio, Massimo Colomban e Luigi Di Maio, che impone commissari di sua fiducia, impediscono a Paolo Berdini di portare avanti il suo programma.

«Io avevo accettato la proposta di nomina proprio per la sin­tonia programmatica con quanto proposto in campagna eletto­rale, e il mio profilo era noto a tutti. Sostengo da sempre che l’urbanistica debba servire a risolvere i problemi di vivibilità urbana a favore della parte più debole della società. Quando mi proposero l’incarico chiesi che ci fosse un impegno chiaro contro gli sfratti incolpevoli e contro gli sgomberi delle occu­pazioni che punteggiano la città. Posi poi la questione fonda­mentale: per salvare Roma occorreva concentrarsi nel comple­tare la città abbandonata e nel richiedere il rispetto delle convenzioni ancora aperte. Bi­sognava insomma passare dall’urbanistica privata al governo pubblico della città e alla difesa dei beni comuni.»

Come è andata lo sappiamo bene. Paolo Berdini ce lo racconta nelle premesse.

Gli sgomberi di piazza Indipendenza dei profughi provenienti dal Corno d’Africa che da quattro anni vivevano nel palazzo abbandonato dalla Federconsorzi, fallita con un buco di 4.400 milioni di lire e quello del palazzo dell’INPS di via Monfortani, avvenuto pochi giorni prima, buttano in mezzo alla strada centinaia di persone. In entrambi i casi l’amministrazione si dimostra indifferente.

Altri sgomberi avvengono durante l’amministrazione Raggi. Il Rialto, sede fra gli altri del movimento per l’acqua pubblica, il centro Baobab, gli studentati Point Break e Alexis. Le associazioni e i centri sociali ricevono lettere che reclamano cifre esorbitanti per canoni di affitto pregressi. Semplice ripristino della legalità, invocata a gran voce.

In pochi mesi si assiste al ritorno degli eterni poteri che sembravano battuti. L’atto esemplare è l’approvazione del progetto per il nuovo stadio a Tor di Valle, contro cui l’autore del libro si era a lungo battuto. L’uomo chiave della trattativa è l’avvocato Lanzalone.

Finisce così il generoso impegno di Paolo Berdini all’interno dell’amministrazione Cinque stelle. Rimane per tutti noi il compito di salvare la città.

Consiglio di leggere l’epilogo ancora una volta. Ci indica che la trasformazione è nelle nostre mani. Con il governo comune degli spazi che appartengono a tutti sarà possibile ricostruire una città che non opponga la legalità alla giustizia.

*Fonte: DinamoPress