In movimento

Riassorbire Occupy

Felice Mometti

Tre storie newyorkesi per capire i movimenti del potere dopo la fase di riflusso che accompagna il movimento di Zuccotti Park

Come sta reagendo il potere dopo la fase espansiva di Occupy Wall Street? Ora che il movimento attraversa serie difficoltà di mobilitazione perché non ha saputo tradurre il grosso potenziale iniziale in forme di autorganizzazione dal carattere costituente? Tre esempi per capire meglio.

La risposta all'esecuzione con undici colpi di pistola di Kimani Grey - il giovane sedicenne afroamericano di East Brooklyn - da parte della polizia di New York, è stata ingabbiata all'interno di forme e modalità gestite dalle varie e numerose congregazioni religiose - di ogni tipo e natura - presenti sul territorio. Dopo un primo momento che ha visto la partecipazione attiva dei giovani del quartiere - che conta circa 500 mila abitanti- con la messa in campo di azioni di protesta molto radicali e conflittuali, tanto da allarmare l'intero establishment politico-istituzionale, il seguito è stato controllato sia dall'alto che dal basso. Dall'alto con la militarizzazione di una fetta di New York da parte della polizia facendo uso di un controverso strumento "giuridico": la dichiarazione di frozen area, area congelata. Una sorta di stato di eccezione just in time, di settori della città, in cui sono sospese le libertà costituzionali a discrezione del capo della polizia. Dal basso, se così si può dire, con l'intervento dei leader delle comunità religiose, dei consiglieri comunali di origine afroamericana - su input del potere politico- che si sono scagliati contro ogni forma di protesta che mettesse in relazione le condizioni sociali dei giovani afroamericani o caraibici con le massicce dosi di razzismo istituzionale riversate sulla loro vita. Tanto da arrivare a uccidere a scopo "preventivo".
Bloomberg, sindaco di New York ha parlato della polizia come del "mio esercito" ed ha avanzato la proposta di utilizzare i droni per il controllo di zone della città. In fondo, ha detto, qual è "la differenza tra una telecamera all'angolo di una strada e quella collocata su un velivolo telecomandato?". Occupy Wall Street, a parte alcuni attivisti, non è riuscito a svolgere un ruolo apprezzabile nella protesta anche perché attaccato su due fronti. Dalla polizia con alcune decine di arresti nel terzo giorno della protesta e dagli esponenti religiosi perché "elementi di disturbo" della comunità. Non più incisiva è stata l'azione di gruppi anarchici che teorizzano la trasformazione delle gangs del quartiere in organismi rivoluzionari facendo analogie a dir poco affrettate con eventi di quarant'anni fa. Per quanto riguarda invece l'iniziativa della sinistra più o meno radicale, anche molto radicale a parole, si può riassumere brevemente in due parole: non pervenuta.

Secondo esempio, lo sciopero del lavoratori dei fast food. Per la seconda volta il 4 aprile, dopo il 29 novembre dello scorso anno, il lavoratori dei fast food di New York sono scesi in sciopero per ottenere migliori condizioni di lavoro e una paga oraria minima di 15 dollari contro la media attuale di 8 dollari. Dopo il primo sciopero, in gran parte autorganizzato con il supporto della 99 Pickets Brigade di Occupy Wall Street, c'è stata una martellante campagna di discredito di ogni forma di lotta spontanea orchestrata dai grandi sindacati e una parallela azione di controllo dei fast food da parte della polizia. Non certo per perseguire Mc Donald's, Burger King o Wendy's per le vergognose condizioni di lavoro ma per verificare la validità dei permessi di soggiorno delle migliaia di migranti che ci lavorano. Lo spazio che si è aperto con Occupy Wall Street nell'angolo e i sindacati troppo screditati - l'ultima vicenda in ordine di tempo riguarda l'accordo tra la Chrysler di Marchionne e l'Uaw (il sindacato dei lavoratori dell'auto) per aumentare l'orario di lavoro a parità di salario con il disconoscimento, da parte del sindacato, del comitato di lavoratori che raccoglie le firme per mantenere le otto ore giornaliere - è stato quasi completamente occupato dalla New York Communities for Change, un'associazione no-profit di base dalle lodevoli intenzioni che però scambia il supporto morale e giuridico dei lavoratori con la lotta di classe. Non a caso lo sciopero è stato indetto il 4 aprile, giorno del 45° anniversario dell'assassinio di Martin Luther King, con una manifestazione pomeridiana nelle strade di Harlem con l'intento di legare la rivendicazione di un salario equo ai i diritti civili, rimanendo nel campo dell'antirazzismo istituzionale. E se la questione sta in questi termini, le pluriennali e defatiganti battaglie condotte nelle strutture dirigenti dei sindacati, da parte dei militanti delle organizzazioni della sinistra radicale, per spostare di qualche punto percentuale il loro peso interno risultano a dir poco irrilevanti. Paradossalmente servono solo a confermare i reciproci ruoli di maggioranze e opposizioni.

Infine Occupy Sandy. Dopo l'uragano dello scorso ottobre una parte di Occupy Wall Street ha promosso forme autorganizzate di raccolta e distribuzione degli aiuti nelle zone maggiormente colpite. Tanto da consolidare, in alcuni quartieri, dei comitati popolari che nella loro azione sono andati oltre la gestione dell'emergenza. In un lungo articolo dell'attivista di Occupy Sandy, Zoltan Gluck, pubblicato recentemente sul sito web Tidal, nato sull'onda dell'occupazione di Zuccotti Park, dal significativo titolo "Razza, classe e i disastri della gentrificazione" si ricostruiscono le varie fasi dopo l'uragano in cui le grandi società finanziarie con l'appoggio dell'amministrazione comunale hanno stravolto ogni ipotesi di ricostruzione non speculativa. Il tentativo di stabilizzare degli organi decisionali di natura costituente attraverso i quali le comunità colpite avessero la supervisione delle attività di recupero si è scontrato duramente con la volontà delle numerose agenzie governative e società finanziarie che hanno visto nel disastro ambientale l'ennesima occasione di valorizzazione del capitale. E' quasi inutile sottolineare l'estraneità della sinistra più o meno radicale da tutta la vicenda.
L'establishment politico-istituzionale, il capitale nelle sue varie forme, gli apparati repressivi dello Stato, i sindacati non sono gli attori di un diabolico piano progettato a tavolino contro il movimento Occupy.

Questa visione è presente solo nelle menti di coloro che vedono la storia -sotto qualsiasi latitudine- come una successione infinita di complotti per giustificare, in ultima analisi la loro impotenza. E' il funzionamento stesso di queste strutture, la loro intrinseca e necessaria riproduzione, che le muove e le orienta. Anche con la presenza di forme di dissenso interno. Ciò che non sono in grado di tollerare, soprattutto in un periodo di crisi, è la rimessa in discussione dei loro meccanismi di riproduzione attraverso l'avvio di esperienze e la costituzione di luoghi politici che fanno della riappropriazione sociale e della democrazia diretta i punti di riferimento dei processi soggettivazione collettiva e di organizzazione. A New York, come del resto pare anche per l'Italia, per usare le parole finali dell'articolo di Zoltan Gluck esiste una sola emergenza, quella anticapitalista.

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