il controvertice

Repressione e speranza a Copenhagen

Fabio Ruggiero

Giornata di tensione a Copenaghen. Due le azioni della giornata represse dalla polizia con arresti di massa, manganellate, spray al peperoncino e persone trattenute ore per terra al freddo.
"Prigionieri politici" secondo l'assemblea della Climate Justice Now.
Si apre una nuova stagione per i movimenti sociali?

Giornata piena di tensione a Copenaghen. Le due mobilitazioni organizzate domenica 13 dalla Climate Justice Action e da Via Campesina contro il Cop 15, sono terminate con la mano dura della polizia. É proprio il caso di dire che c'è del marcio in Danimarca. Marcio è infatti l'impianto repressivo che ha messo in campo il governo Rasmussen. Arresti di massa, fermi preventivi di 6 ore ed anche qualche manganellata. In conferenza stampa i detenuti rilasciati dichiarano di aver subito torture dalla polizia . Con il pretesto del rischio Black bloc, la polizia impedisce qualsiasi azione che renda visibile la contestazione alla conferenza. Un vero blocco della democrazia e della libertà d'espressione contro chi in maniera organizzata propone soluzioni alternative e che ieri con il corteo internazionale di centomila persone ha dimostrato di non essere proprio una sparuta minoranza.

Due le azioni programmate nella mattinata deel 13 e finite nella repressione.
La Via Campesina, organizzazione che riunisce i movimenti contadini dei 4 continenti, ha organizzato un presidio difronte un grande magazzino per protestare contro le multinazionali dell'agricoltura e dell'allevamento: “Per costruire gli allevamenti intensivi ci espropriano ed inquinano la nostra terra riducendoci alla fame” dice un contadino brasiliano durante il presidio. “basta con gli Ogm, basta con l'agricoltura intensiva, basta con l'allevamento intensivo, basta con la soia! L'alternativa è l'agricoltura contadina e la sovranità alimentare, bisogna produrre per le necessità delle persone rispettando i cicli della terra, non per il profitto della McDonald's o altre multinazionali che mentre ci impoveriscono ci avvelenano con i loro prodotti” dice un contadino venuto nella fredda Copenhagen dalla Thailandia.
Dopo il presidio è partito il corteo, un migliaio di persone circa, accompagnata da un allegro complesso di samba che ha raccolto gente nei dintorni della piazza in solidarietà con i contadini. Ma appena hanno iniziato a muoversi sono arrivate le camionette della polizia a sirene spiegate, li hanno circondati impedendo a chiunque di entrare o di uscire. Scortati fino ad una delle entrate nello spazio dei forum la polizia li ha dispersi. Un atto gratuito e vendicativo verso chi aveva colorato e rotto la grigia normalità della città blindata.

Molto peggio è andata ai manifestanti nelle zone del porto riuniti per l'azione di blocco delle compagnie di spedizione per segnalare la responsabilità del commercio internazionale nei cambiamenti climatici. Lo slogan dell'azione era "pensa globale produci locale". Dopo circa mezz'ora la polizia ha bloccato il corteo e fatto un centinaio di arresti. Percosse e spray al peperoncino hanno completato l'opera. La situazione nelle celle predisposte per i fermi è pessima a causa dell'alto numero di fermati e ieri sera la polizia ha lasciato gli arrestati per ore volto a terra e mani dietro la nuca al freddo.
Nelle celle situate in una vecchia fabbrica dismessa della Tuborg fuori città i manifestanti hanno inscenato una protesta rumorosa per il sovrafollamento.

Nel pomeriggio si è tenuta anche l'assemblea della Climate Justice Now. Circa un migliaio di persone hanno gremito la sala dove si sono alternati interventi politici, cortometraggi e monologhi teatrali. Un'assemblea sui generis che ha dato l'idea della forza e dell'ampiezza del movimento. L'assemblea è iniziata con la denuncia della repressione: “Gli arrestati di questi giorni sono dei prigionieri politici e noi dobbiamo esserne coscienti, ha detto la giovane ragazza che ha aperto l'assemblea, 100mila persone alla manifestazione di ieri sono una forza e loro hanno paura”. In molti hanno sottolineato che con la manifestazione di ieri si è data inizio ad una nuova stagione per i movimenti sociali del mondo, sopratutto chi in questi anni ha continuato a resistere nonostante tutto. “Chiediamo il saldo del debito ecologico che i paesi sfruttatori e colonizzatori hanno nei nostri confronti, dice dal palco Miguel Palassin del Perù, vogliamo il riconoscimento giuridico delle popolazioni indigene e dei loro territori”.
“Mi sono chiesta molte volte che ci facciamo noi della Marcia Mondiale delle Donne nel movimento del cambiamento climatico, noi combattiamo contro il patriarcato ed il capitalismo, si interroga Miriam Noble, la risposta è che se il capitalismo colpisce una parte del popolo, tutto il popolo si deve alzare per rispondere” e rilancia con l'agenda di mobilitazioni delle donne contro la militarizzazione in tutto il mondo “perchè siamo stufe di essere bottino di guerra! Perchè l'unica guerra che ci piace è quella contro il sistema!”.
Molto toccante il cortometraggio “women and water” che comparava l'utilizzo dell'acqua nei paesi del sud del mondo e quelli del nord attraverso la vita delle donne.

Insomma una ventata di speranza ed energia che nemmeno la repressione di questi giorni è riuscita a spegnere. Che siamo partiti con il piede giusto è innegabile, uniti e radicali in un processo di allargamento e radicalizzazione del movimento. Certo le differenze permangono e anche le illusioni che basta essere forti e fare pressione sui “grandi” affinché facciano qualcosa, ma sono anche in tanti ad essere convinti che la gente, il popolo, i lavoratori, i popoli originari non possono contare su nessuno se non su loro stessi per fermare il treno del capitalismo, che ci sta portando dritti contro il muro. Per citare uno degli slogan più gettonati al corteo di ieri “Power to the people for a climate justice now, another world is possible and we know how!”