Nota quotidiana

Prove di coscienza di classe

Cesare De Michelis (Domenicale del Sole 24 Ore)

Vittorini annunciava che l’industria era cresciuta tanto da trasformare la stessa letteratura, costretta a misurarsi con il mondo nuovo: in queste pagine la consapevolezza è minore, ma la voglia di avere una voce propria, di non doversi più affidare alle parole degli altri, è travolgente.

Nell’estate del ’62 uscì La vita agra di Luciano Bianciardi, che aveva già consolidato il suo legame con un pubblico “di sinistra” abbastanza snob, diffidente nei confronti dei riti nazional-popolari dell’intellighentia comunista, ma anche curioso di ogni forma di novità e ribellione, con Il lavoro culturale (1957) e poi L’inte­grazione (1960), scelto da Antonioni nella Notte (1960) a simbolo di quella stagione di operoso e inquieto rinnovamento.
Il nuovo libro raccontava il faticoso inserimento nella vita di Milano, la maggior città industriale, di un giovane intellettuale fuggito dalla provincia di una Toscana contadina, e raccolse un successo persino inatteso, che val-se a trasformare l’autore in una firma contesa dai più importanti giornali, compreso Il Corriere della Sera; ben si capisce che anche L’Unità volesse accaparrarsi almeno un suo racconto, come infatti riuscì con il resoconto di una manifestazione operaia in piazza del Duomo, che divenne occasione per riflettere sulle sorti della cosiddetta “letteratura di fabbrica”, cui Luciano cercava di sottrarsi con le buona ragione che «per parlare d’una cosa bisogna conoscerla bene, esserci stato dentro».
La risposta agli agit-prop dovette essere convincente se smisero di sollecitarlo, promuovendo piuttosto nel venturo ’64, con il periodico della Fiom Il Metallurgico, un concorso per il miglior racconto che uno dei partecipanti avesse scritto sulle lotte, affidando il giudizio di merito e il monte premi di 100mila lire - più o meno un mese di stipendio - a una giuria di gran nomi, che oltre a Bianciardi comprendeva Giovanni Arpino, Umberto Eco, Franco Fortini e Mario Spinella. Le carte del premio le ha ritrovate Ivan Brentari frugando negli scaffali dell’Archivio del Lavoro di Sesto San Giovanni, e poi ha coinvolto Wu Ming 2 e il collettivo MetalMente per mettere insieme un libro con storie di allora e di oggi a conservare la memoria di mezzo secolo di lotte per capire la situazione presente.
Ne esce un panorama imprevisto di quella che allora si chiamava la cultura “di classe”, costretta a raccontare le esperienze di vita con una lingua che timidamente si avventurava oltre l’ordine e i valori della scuola bor­ghese, e oggi, invece, assai più duttile e libera, descrive il presente con spiazzante disincanto. Il magistero neorealista della letteratura impegnata veste da festa i racconti di fabbrica, pur faticando a restituirci le emozioni e i desideri di questi operai di prima generazione; poi la lingua si evolve, le lotte e i loro obiettivi smarriscono quell’urgenza che le rendeva incandescenti e cresce il timore di trovarsi di fronte a una progressiva e definitiva deindustrializzazione.
Tutto questo accadeva nello stesso anno in cui Il Menabò di Vittorini annunciava che l’industria era cresciuta tanto da trasformare la stessa letteratura, costretta a misurarsi con il mondo nuovo: in queste pagine la consapevolezza è minore, ma la voglia di avere una voce propria, di non doversi più affidare alle parole degli altri, è travolgente.
Le lotte dei metalmeccanici dell’autunno-inverno ’60-61 si concludono con la vittoria degli operai e del sindacato, riproponendo con forza la questione dell’unità, tanto che, proprio nel ’60, «il Natale in piazza del Duomo è stato magnifico», «c’erano migliaia di lavoratori con le famiglie», e al centro c’è sempre «il riscatto della condizione umana», ma allora la lotta era più dura, feroce persino, perché in gioco era la scommessa di una vita.
Bianciardi, quando va Alle quattro in piaz­za del Duomo a incontrare gli operai, sembra proprio non averli mai visti, tanto da confessare che «al goliardismo operaio -’che inventa una cantilena sfottitoria’- non ci aveva mai pensato» e ben si capisce che non avesse voglia di scriverne; ma gli altri, compreso il vincitore, Gastone Iotti, operaio di Reggio Emilia, ci provano con una generosità che colpisce. La prova di Iotti racconta del confronto operai-impiegati sullo sciopero e della vittoria della convinzione e della democrazia sulla violenza, anche se le cronache di quei primi anni Sessanta sono attraversate da un terribile odio di classe, da fremiti di rivolta e da una tensione che fatica a controllarsi, i quali nei racconti scompaiono, vinti da un “buonismo” deamicisiano, inequivocabilmente letterario.

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