Corrispondenze

Primarie Usa, affare privato

Felice Mometti

Le primarie repubblicane, così come quelle democratiche di quattro anni fa, confermano tutti i vizi di una democrazia elitaria: minima partecipazione e strapotere delle grandi lobbies. Le stesse che poi, una volta vinto, si accaparrano i posti migliori.

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Spesso sono indicate come esempio di democrazia. Di scelta dal basso dei candidati, di contatto con i problemi reali della gente. Guardando cosa succede negli Stati Uniti in questo periodo di primarie del partito repubblicano, per la scelta del candidato che sfiderà Obama nelle elezioni di novembre, non si direbbe. Innanzitutto i candidati. Sono partiti in undici e se escludiamo improbabili personaggi locali alla ricerca di 15 minuti di notorietà, in lizza sono rimasti quattro contendenti: Romney, Santorum, Gingrich e Paul che hanno iniziato tra loro una guerra senza esclusione di colpi. Una guerra fatta di spot “politicamente scorretti”, di incursioni nella vita privata degli avversari, di menzogne colossali, di schiere di figuranti stipendiati per partecipare ai comizi, che può essere combattuta solo se si hanno a disposizione consistenti mezzi finanziari.

Ad esempio il multimiliardiario mormone Mitt Romney, si presume, spenderà circa 70 milioni di dollari nella sua campagna per le primarie iniziata il 3 gennaio nello Iowa e che terminerà il 26 giugno nello Utah. Le cifre reali a disposizione dei candidati sono tuttavia sempre un mistero. La trasparenza, per quanto riguarda i costi della politica, non abita nemmeno negli Usa. Basti pensare che esiste un doppio regime per la raccolta dei fondi. Uno regolato dalle leggi in vigore che stabiliscono le cifre e le modalità di versamento, l’altro – chiamato Super Pac - che dà la possibilità ai sostenitori dei candidati- siano essi aziende, società o privati cittadini- di costituire enti finalizzati alla raccolta di denaro oltre i limiti imposti dalla legge. Come dire? L’esatto contrario della trasparenza e il massimo dell’ipocrisia. Appare infatti chiaro che questo sistema di finanziamento è finalizzato alla riproduzione delle strette relazioni e dei reciproci condizionamenti tra il potere politico e quello economico finanziario, ammesso che si possa fare una distinzione netta.

Obama ha criticato questo sistema di finanziamento dicendo che il denaro stava stravolgendo l’esercizio della democrazia, ma ad una pur sommaria verifica la coerenza non è sicuramente la virtù principale dell’attuale presidente. Infatti negli ultimi tre mesi Obama ha raccolto, secondo le stime del New York Times, 150 milioni di dollari per la sua rielezione a novembre usando in gran parte il sistema dei Super Pac. E se si guarda al passato, alle elezioni del 2008, si scopre che 24 dei 47 “grandi finanziatori “ della campagna di Obama, cioè coloro che hanno donato più di 500 mila dollari, sono stati nominati ambasciatori. Il 40% dei 59 nuovi ambasciatori nominati da Obama è costituito da suoi finanziatori che certamente non hanno alle spalle una carriera diplomatica. L’invocazione di una “riforma etica” della politica americana è uno dei cavalli di battaglia di qualsiasi candidato, sia repubblicano che democratico, che partecipi alle primarie. Salvo poi, nel caso di elezione, perpetuare in ogni modo un consolidato sistema di potere che fa dell’opacità delle decisioni e dell’occultamento dei flussi di denaro i suoi fattori centrali.

Non si può dire che vada meglio sul fronte della partecipazione e dei meccanismi democratici delle primarie. Secondo un recentissimo studio pubblicato dal Huffington Post la partecipazione alle primarie di qualsiasi tipo, dalla selezione dei candidati al congresso, ai sindaci, ai governatori fino ad arrivare ai candidati alla presidenza è fortemente diminuita attestandosi su percentuali che faticano ad arrivare al 10 % degli elettori effettivi, quelli che votano, che come si sa debbono intraprendere un percorso a ostacoli per iscriversi ogni volta alle liste per esercitare il diritto di voto ad ogni tornata elettorale. Si aggiunga, in questa campagna delle primarie repubblicane, l’applicazione su larga scala da parte di settori politicizzati di democratici della strategia chiamata “chaos operation” inventata quattro anni fa dai repubblicani durante le primarie tra Obama e Hilary Clinton, e che consisteva nell’andare a votare quest’ultima per provocare il caos tra le file dei democratici. Ora la stessa strategia, a parti invertite, consiste nel votare per Santorum per mantenerlo in gara e perché considerato decisamente più debole, rispetto a Romney, in caso di sfida con Obama. Lo staff elettorale di Obama, 300 persone assunte fino a novembre, monitora tutti i giorni l’andamento delle primarie repubblicane, le dichiarazioni dei candidati, i loro punti deboli, commissiona dossier a ripetizione sulla loro vita privata e organizza la “chaos operation”.

Non va meglio sulla trasparenza e la democrazia delle procedure di voto. A seconda degli stati e delle conteee si possono contare almeno una decina di modalità di voto. Nel caso dei repubblicani, ma un procedimento simile è in vigore anche tra i democratici, per eleggere i 1.144 delegati che servono per essere il candidato ufficiale alla presidenza alla Convention di fine agosto, si va dal proporzionale puro al maggioritario secco (chi vince anche per un voto prende tutto), dal proporzionale corretto dal maggioritario, al proporzionale a livello statale dopo aver votato con il maggioritario nelle singole conteee. Fino ad arrivare al proporzionale con sbarramento al 15 % e riunirsi successivamente in un caucus, una specie di assemblea di delegati di stato o di contea che decidono dopo aver ascoltato i comizi dei candidati. I quali, in queste occasioni promettono di tutto e danno il peggio di sé: dal dimezzamento istantaneo del costo della benzina all’abolizione del sistema scolastico pubblico (Santorum); al ritiro delle truppe dall’Afghanistan per schierarle contro i migranti ai confini del Messico (Ron Paul); all’abolizione dei sindacati (Romney); alla completa libertà nella diffusione e nell’acquisto di armi (Gingrich). Con tutti questi sistemi di voto a volte oscuri anche agli stessi scrutatori, per non dire agli elettori delle primarie, non è infrequente che ci siano ricorsi legali e scontri durissimi tra i candidati per accaparrarsi i delegati. I risultati definitivi delle primarie in Ohio sono stati diffusi una settimana dopo per le divergenze sul modo di conteggiare i voti

In questa situazione Obama tenta di ristabilire i consensi che si sono drasticamente ridotti dopo quattro anni di presidenza. Rispolvera le promesse non mantenute di quattro anni fa: una nuova legge meno discriminatoria sull’immigrazione, un sistema sanitario più inclusivo e meno costoso per i cittadini, la possibilità di costituire sindacati sui luoghi di lavoro senza passare attraverso l’approvazione dei datori di lavoro. Ma come ha detto qualche giorno fa, in un’intervista su una rete locale del Michigan, un operaio della Chrysler: “Che alternativa mi resta di fronte all’impresentabilità dei candidati repubblicani, se Sergio Marchionne il capo della fabbrica dove lavoro e Bob King capo del sindacato dei metalmeccanici a cui sono obbligato a iscrivermi sono decisamente schierati con Obama?” E’ la stessa preoccupazione che si sta facendo strada all’interno del movimento Occupy in vista delle prossime elezioni di novembre.