Accade a sinistra

Perchè dobbiamo lottare per la democrazia

Pablo Iglesias

Su "Il Fatto quotidiano" l'anticipazione di uno stralcio della prefazione del leader di Podemos al suo libro "Democrazia anno zero": una cassetta degli attrezzi per la prassi politica di quelli che lottano per una società degna, un compendio di argomentazioni e tecniche di combattimento necessarie a spiegare la realtà delle cose.

Nel suo discorso alla Convenzione Nazionale del 7 febbraio 1794, Maximilien Robespierre disse che «la democrazia è
uno Stato in cui il popolo sovrano, guidato da leggi frutto della sua opera, agisce per conto proprio ogni volta che è possibile,
e tramite i suoi delegati quando non può agire da solo». Più di 2.000 anni prima gli ateniesi avevano unito i termini demo (popolo) e kratos (potere), definendo un sistema politico diverso dalla monarchia (il governo di uno solo) e dall’aristocrazia (il governo di pochi). Per questo possiamo definire la democrazia il movimento che ha come obiettivo quello di strappare il potere a chi se ne è impossessato (il monarca o le élite) per distribuirlo al popolo, che è chiamato a esercitarlo in prima persona o tramite suoi delegati.
Quel movimento di socializzazione del potere è parte dello spirito delle rivoluzioni moderne e della lotta per l’estensione del
suffragio universale. La Rivoluzione francese strappò il potere ai nobili e al Re per consegnarlo al Terzo Stato. [...]
Va detto chiaramente: la lotta democratica è sempre stata un processo di socializzazione del potere. I socialisti, nelle loro diverse tradizioni, hanno assunto come nozione di Stato quella che lo rappresenta come consiglio di amministrazione della classe economicamente dominante (la minoranza) contro le classi subalterne (la maggioranza). Solo l’assunzione del potere da parte della maggioranza poteva rompere questo rapporto asimmetrico tra le classi e rimuovere così le basi materiali della disuguaglianza. Non c’è dubbio però che, nella maggior parte dei casi, la cosiddetta dittatura del popolo rappresentato dal proletariato sia diventata il governo di un partito e, infine, il governo delle élite di quel partito, disposte a vendersi al miglior offerente come hanno dimostrato molti burocrati dell’ex blocco sovietico, riciclatisi spesso come imprenditori di successo o come leader dei processi di transizione ai sistemi ultraliberisti. Ma il fallimento e gli orrori delle esperienze del socialismo reale non fanno passare in secondo piano gli orrori delle diverse forme di capitalismo, a partire dai crimini presenti e passati del colonialismo, passando per il fascismo europeo, le bombe nucleari e al napalm sganciate dagli Usa contro i civili, fino al totalitarismo del libero mercato responsabile di molti colpi di Stato, della situazione di povertà
in cui si ritrova la maggior parte della popolazione mondiale, e del degrado ambientale arrivato ormai a livelli insostenibili. [...] Chi ha in mano il potere, i loro intellettuali e la loro casta politica, continuano a dire che la democrazia non è altro che
un processo di selezione delle élite che eserciteranno il controllo dell’amministrazione pubblica.
Per loro è sufficiente che si possa scegliere tra il partito A e il partito B per avere una democrazia compiuta. Questa nozione di democrazia limitata e sotto tutela dei potenti non è una novità, e hanno accettato lo stesso uso della parola “democrazia” solo perché non avevano altra scelta.
La pressione democratica esercitata dai movimenti socialisti e di liberazione nazionale ha fatto rinunciare i liberali al suffragio per censo e, alla fine, le Costituzioni democratico-liberali hanno sancito che la democrazia, in quanto sistema politico, è un insieme di procedimenti che garantiscono le elezioni a suffragio universale dei propri rappresentati a intervalli regolari, la divisione dei poteri, la supremazia del diritto di proprietà sui diritti sociali e la garanzia di alcune libertà civili che permettono l’esistenza di diverse opzioni elettorali.
Senza dubbio i liberali hanno sempre cercato di resistere all’avanzamento della socializzazione portata dalla democrazia.
Sieyès, nei suoi scritti sulla rivoluzione, diceva che i non proprietari non erano altro che una folla senza libertà né moralità.
In effetti, tutte le tradizioni su cui si sono costruite le fondamenta delle Costituzioni liberali, hanno considerato la
proprietà privata l’asse giuridico su cui orientare le relazioni tra politica ed economia. I padri fondatori negli Usa costruirono
un regime politico che si basava sulla protezione degli interessi dei proprietari di terre e schiavi. Come disse John Adams,
il secondo presidente degli Stati Uniti, «nel momento in cui si diffonde l’idea che la proprietà non sia sacra come le leggi
di Dio iniziano l’anarchia e la tirannia». I liberali hanno sempre identificato l’uomo politico con l’uomo proprietario. E in fondo continuano a pensarla così. Per i liberali puri la libertà è permettere ai ricchi di esercitare il loro potere di coercizione sul resto della società senza nessun tipo di controllo.
Limitare la democrazia al diritto di votare diversi partiti, nonostante in termini storici rappresenti un notevole avanzamento, è del tutto inaccettabile per noi che ci definiamo democratici, e per questo dobbiamo rifiutarne questa nozione minima. Il fatto che si possa votare è importante ma non sufficiente. Per far sì che ci sia democrazia è necessario che la maggioranza detenga il potere e che spariscano i privilegi della minoranza. Se i privilegi si socializzano si trasformano nei diritti alla base della libertà. Per questo chi attacca i diritti civili e i diritti sociali va contro la democrazia. [...]
Dopo l’estensione del suffragio universale ottenuta dal movimento operaio, la sconfitta del fascismo e le vittorie dei movimenti di liberazione nazionale, la democrazia è diventata il concetto politico più valorizzato. Qualsiasi regime politico, indipendentemente dalle sue caratteristiche, qualsiasi partito politico, indipendentemente dalla sua ideologia, qualsiasi movimento sociale indipendentemente dai suoi scopi, rivendica di essere democratico. Ma la democrazia non è un significante vuoto, né un minimo comun denominatore della retorica di un qualunque attore politico, né tantomeno un insieme di procedimenti per la selezione delle élite. La democrazia può essere solo una caratteristica
dell’organizzazione e della distribuzione del potere.
Negli ultimi decenni si è prodotta una controrivoluzione che ha trasformato i sistemi democratico-liberali nella caricatura
di sé stessi
. Il trasferimento di potere sovrano (militare, economico, giuridico ecc.) dai cosiddetti Stati nazionali alle
agenzie transnazionali, che di fatto hanno in mano gran parte del potere (la Troika, il G8, il Fmi, la Banca Mondiale, la Nato,
le grandi multinazionali private, le agenzie di rating, ecc.), ha svuotato i poteri di quell’istituzione politica fondamentale in
cui si supponeva risiedesse il controllo democratico: lo Stato.
La crisi, su cui ci soffermeremo più avanti, non ha fatto che accelerare la controrivoluzione di una minoranza contro la
maggioranza. Per questo è decisivo rivendicare la democrazia come asse della lotta politica per coloro che aspirano a una società più giusta. Questo libro vuole essere anche questo: una modesta cassetta degli attrezzi per la prassi politica di quelli che lottano per una società degna, un compendio di argomentazioni e tecniche di combattimento necessarie a spiegare la realtà delle cose [...].

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