Nota quotidiana

PCSP. Un oggetto narrativo (non) ben identificato.

Giuseppe Ciarallo

Un'intervista di Giuseppe Ciarallo ad Alberto Prunetti sul suo PCSP (Piccola Controstoria Popolare) uscita sul numero 47 (aprile/maggio) della rivista Paginauno.

Alberto Prunetti, scrittore toscano che i lettori di Paginauno hanno già avuto modo di incontrare sul numero 25 della rivista(1), ha recentemente pubblicato con Edizioni Alegre PCSP (Piccola Controstoria Popolare) nel quale racconta, in una forma narrativa molto particolare, storie e leggende di ribelli, rivoluzionari e rivoltosi di Maremma, la sua terra. PCSP, peraltro, segue un altro straordinario lavoro, Amianto, una storia operaia (Agenzia X, 2012, ristampato da Alegre nel 2015) nel quale l’autore, attraverso le tristi vicende del proprio genitore, operaio saldatore deceduto dopo lunga malattia per mesotelioma, contratta per ripetuto contatto con l’amianto, denuncia il cinismo e l’indifferenza di un capitalismo sempre più vorace, nei confronti della salute dei lavoratori e degli abitanti dei territori nei quali decide di impiantare le proprie micidiali fabbriche.
A proposito della collana Quinto Tipo, all’interno della quale PCSP è stato pubblicato, Wu Ming 1 che ne è direttore editoriale dice: “Del ‘quinto tipo’, in ufologia, sono gli incontri ravvicinati dove avviene una comunicazione diretta, bidirezionale e collaborativa fra terrestri e intelligenze aliene, in seguito a una consapevole iniziativa da parte terrestre. Ecco, letterariamente noi vorremmo cercare e avvistare oggetti narrativi non identificati, e cioè narrazioni ibride, nate in una ‘terra di nessuno’ tra i reticolati dei generi, dei macrogeneri e delle tipologie testuali. La distruzione delle cornici, premessa all’ibridazione delle tipologie testuali saggio/romanzo, guida turistica/inchiesta militante, biografia/mappa, reportage/videogame, crediamo possa avere effetti perturbanti in quanto la collisione tra le più disparate tecniche e retoriche usate in diversi tipi di testo (narrativi, poetici, espositivi, argomentativi, descrittivi) sprigiona una grande potenza. Naturalmente l’ibridazione dev’essere al servizio della storia che si vuole raccontare, deve porsi come obiettivi l’efficacia, l’empatia, la condivisione, e illuminare l’esemplarità di una o più vicende umane”.
Il fine, dunque, è quello di sgonfiare le favole dei potenti e raccontare altre storie attraverso la pubblicazione di idee in controtendenza, inchieste scomode e letteratura sociale. “L’orizzonte che si apre davanti a noi – aggiunge Wu Ming 1 – richiede pazienza, fili tenaci di una narrazione disintossicata dalle scorie del pensiero unico, letteratura e pensiero critico che tendano al cambiamento, alla rivoluzione”.

Dunque Alberto, prima della sostanza occupiamoci della forma. Il tuo lavoro è un romanzo, un saggio, un pamphlet, una sceneggiatura cinematografica? La domanda sorge spontanea in quanto leggendo il tuo libro è difficile inquadrare l’esatto mezzo usato. È spiazzante per il lettore...

Come sempre, cerco di sovrapporre i modi dell’enunciazione. Scrivo un saggio come se fosse un romanzo come se fosse una sceneggiatura come se fosse un pamphlet. O perlomeno: alternando e sovrapponendo le strategie narrative nel corso dello srotolarsi del canovaccio narrativo. Questo deve essere chiaro per chi si inoltra nel testo. A volte c’è chi si lamenta, non avendo capito come funzionano gli ibridi narrativi, sostenendo che le mie opere sarebbero “delle buone idee per un... (romanzo, saggio...) ma non sono ancora un... (romanzo, saggio ecc.)”. È questo il punto: queste opere non sono né solo saggio né solo romanzo, ma stanno sul guado tra distinte forme di narrazione e di enunciazione. Stare sul guado significa stare sul punto migliore per cogliere la realtà e raccontarla. Il lettore deve farsi spiazzare, non deve arrivare, leggere e dire: ecco riconfermata la mia aspettativa. L’aspettativa deve saltare per fare spazio a un ordigno narrativo nuovo, inatteso, che deve esplodere. Se ci si aspetta dalla lettura una conferma delle proprie aspettative di lettura, non bisogna rivolgersi agli UNO (Unidentified Narrative Objects, n.d.a.) agli ibridi, ma ad altre forme più consolidate di racconto.

Ma entriamo nel vivo del libro partendo dal titolo: PCSP. Perché l’uso di un acronimo? È un semplice vezzo o c’è dietro una precisa scelta di carattere editoriale?

È solo un gioco testuale che serve a dare compattezza, attraverso l’acronimo, alla dispersione centrifuga delle storie che racconto nelle pagine del libro.

In PCSP, che come spieghi in prefazione è lo sviluppo del tuo precedente libro Potassa, l’obiettivo è quello di far risaltare lo storico e proverbiale carattere incazzoso e ribelle dei tuoi conterranei (i toscanacci che popolano le terre della Maremma grossetana), attraverso il racconto delle vite di personaggi quasi mitologici che mai avranno l’onore di passare dai libri di storia: contadini, renitenti alla leva, ribelli, rivoluzionari, banditi, sbandati...

Diciamo che lo scopo è quello di raccontare gli antifascisti fuori dal canone agiografico: non erano santini, almeno quelli che racconto io. Erano un po’ rivoluzionari, un po’ banditi, un po’ militanti, un po’ bandoleros. Infatti li racconto ispirandomi all’iconografia degli spaghetti western, soprattutto quello più militante, tipo l’opera di Giulio Questi oppure pellicole come Vamos a matar compañeros. Al tempo stesso, voglio far risaltare la dimensione etica di questi rivoluzionari. Al contrario dei fascisti, avevano un codice etico: non facevano rappresaglie sulla popolazione civile, non decimavano, non torturavano, non mettevano a muro gli inermi. I fascisti sì, loro no.

Al di là dell’oggetto della narrazione, il tuo lavoro mi ha ricordato La concessione del telefono di Andrea Camilleri, per il sapiente lavoro di assemblaggio di documenti storici (veri o inventati, poco importa, comunque verosimili), corrispondenze, carteggi, verbali polizieschi, il tutto tenuto coerentemente insieme da elementi che appartengono alla narrativa, e inventati di sana pianta. Conosci il libro citato?

Al momento in cui ho deciso quale strada prendere con questo libro, non avevo ancora letto Camilleri e non si può dire che la sua opera mi abbia in qualche modo influenzato. Oggi il suo libro che amo di più è La presa di Macallé.

Tra le pagine del libro c’è un elemento che ricorre spesso e che, si capisce chiaramente, ti appassiona particolarmente: la pratica della declamazione di versi e poemi in ottava rima, ancora molto presente dalle tue parti. Ce ne parli?

Si tratta di una forma di poesia popolare a rispetto, ovvero a contrasto, basata sull’esecuzione in estemporanea. Un tempo si faceva in osteria: due poeti si sfidavano a cantare dei versi in rima, riprendendo la metrica dell’Ariosto o del Tasso, in forma ovviamente semplificata, improvvisando su un qualsiasi argomento scelto dal pubblico. Con la scrittura, la televisione e la fine del latifondo questo modo di cantare poetando, che era il divertimento dei nostri nonni, è andato quasi scomparendo ma in Toscana ha resistito all’estinzione e ultimamente è apprezzato anche dalle generazioni più giovani, che ammiccano anche al free-style e al rap. Io non sono bravo a cantare le rime ma sono un appassionato auditore di poesia e ogni anno vado a tifare per i miei poeti preferiti a Ribolla, in un luogo chiave della storia popolare italiana, dove sono morti i minatori che il protagonista de La vita agra di Bianciardi volle tentare di vendicare, salendo a Milano e finendo impelagato nel giogo delle trasformazioni antropologiche del neocapitalismo.

È interessante vedere come episodi e personaggi, passando di bocca in bocca nel racconto orale, possano trasformarsi in mitologia. Il reale e l’inventato si mescolano fino a diventare verità vera, anche quando difetta addirittura la verosimiglianza, come nel caso dell’oste che solleva con una mano una damigiana da cinquanta litri e versa il contenuto in bicchierini senza versare sul bancone nemmeno una goccia di vino...

PCSP è sempre agganciato a eventi raccontati nella loro realtà storica, anche se la loro storicità è messa in scena con le marche enunciative del racconto di finzione. C’è solo un episodio che è assolutamente il parto della mia fantasia ed è appunto quello, iperbolico, dell’oste di Prata che scaccia dieci fascisti sollevando una damigiana di
vino con una mano sola. Su quest’episodio ho un aneddoto interessante: un mio amico che non aveva ancora letto PCSP, a due mesi dall’uscita del libro mi ha raccontato la storia dell’Oste di Prata come un fatto storico che gli era stato narrato e di cui era certo dell’incontrovertibile verità fattuale. È una cosa che mi ha fatto ridere ed entusiasmare. Ma che è al tempo stesso inquietante. Il mio aneddoto è liberatorio. Ma pensa com’è facile mettere in moto macchine mitologiche immaginarie che poi si alimentano attraverso il meccanismo del "si dice". Di recente in Maremma un gruppo di fan del missino Almirante ha cominciato a straparlare di una presunta foiba che dal Carso sarebbe ‘scesa’ in Maremma. Ovviamente ho sgonfiato la frottola, usando anche PCSP, era solo un tentativo di delegittimare la Resistenza... ma se non si interviene in tempo è proprio grazie a questi meccanismi di costruzione di eventi storici immaginari che certuni tentano di minare la storia popolare e resistenziale, dal nordest in giù. Il caso della proliferazione di foibe di questi ultimi mesi è esemplare. Bisogna scrivere con un approccio serio, competente, agganciato ai documenti storici. Resistenza è anche questo, oggi bisogna farla con la penna per guardare le spalle ai vecchi partigiani che la fecero col fucile. C’è chi prova ancor oggi a tendere loro subdoli agguati…

Leggendo PCSP mi è venuta un’idea folle. Pensa se fosse possibile, coinvolgendo scrittori di ogni parte d’Italia, fare ciò che tu hai fatto riguardo ai tuoi luoghi, e cioè raccontare episodi e vite di noti e sconosciuti ribelli e rivoluzionari di ogni regione e provincia del Paese. Ne risulterebbe una sorta di enciclopedia nazionale della ribellione, sulla falsariga del Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani (edito dall’editore BFS tra il 2003 e il 2004) non indicando però i personaggi in ordine alfabetico, come fredde voci di un’enciclopedia, ma come soggetti di vere e proprie storie narrate...

Sarebbe un’idea fantastica. Le storie che ho raccontato io, altri prima di me le avevano raccontate. Se non continuiamo a raccontare, le storie si dimenticano. Bisogna soffiare sulle braci per riaccendere il fuoco della memoria. E bisogna farlo ovunque, dalla Maremma alla Val di Susa, dalla Sicilia al Carso. Con questo non voglio dire che il mio approccio narrativo sia migliore di quello documentaristico. Senza il meraviglioso Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani, PCSP non esisterebbe. Sono andato continuamente a scartabellare quelle voci biografiche. Poi ovviamente, nel mio stile, sento l’esigenza di andare oltre, per impastare quelle vite ribelli nella narrativa. Ma non potrei narrare senza lo scrupoloso lavoro d’indagine realizzato da tanti storici militanti.

Tra le tante tue collaborazioni c’è quella con Nuova rivista letteraria. Semestrale di letteratura sociale. Tutta la tua produzione (Potassa, Il fioraio di Peron e soprattutto Amianto, una storia operaia) si inserisce in questo genere di letteratura...

Certo, per me la letteratura è letteratura sociale. Ovvero serve a mettere a nudo i problemi sociali e a sgonfiare le strategie di chi vorrebbe proporre soluzioni autoritarie a quegli stessi problemi. Credo in una letteratura che evidenzi e non nasconda il conflitto che si realizza nella struttura profonda dei rapporti sociali. Ovviamente non è qualcosa che posso fare io da solo: si fa in tanti, si fa dal basso, si fa assieme a chi in quel conflitto sta dalla parte giusta. Che ovviamente non è quella di chi si cela dietro le forme sempre più logore del potere istituzionalizzato.

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Note
1) Cfr. Giuseppe Ciarallo, I fiori del mate, intervista ad Alberto Prunetti, Paginauno n. 25/2011

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