Rassegna dal web

PCSP (Piccola ControStoria Popolare)

Simone Scaffidi*

In mezzo ai suoi personaggi, il Prunetti si affina nell’arte di ibridare la realtà senza prendersi troppo sul serio. Lascia ad altri l’integrità morale e il compito di snocciolare verità di cartongesso, e libera la forza creativa del meticciato letterario, di chi nel dubbio e nella commistione ricerca la resistenza quotidiana.

Lo immagino intorno al fuoco Alberto Prunetti, con le gambe incrociate. In un pugno un bicchiere di vino e nell’altro una storia, a condividere cenere e calore con i personaggi dei suoi libri. L’ultimo, PCSP (Piccola ControStoria Popolare), è un ibrido narrativo di rara umanità, nel quale parole troppo spesso violentate come “eretico”, “sovversivo” e “compagno” vengono sanate con significati profondi, degni della loro etimologia: “scegliere da che parte stare”, “porre sopra ciò che stava sotto”, “condividere il pane”.

Siamo in Maremma, la terra dell’autore, sul finire dell’Ottocento. Tra le volte della chiesa di San Sebastiano le preghiere degli eretici risuonano salmodiate. Le seguono a ritmo le «discipline», flagelli che arpionano e lacerano le schiene dei fedeli, cercando tra le carni la consistenza dell’espiazione. Un giorno del 1887 la congrega decide di uscire allo scoperto, di sfondare i battenti della chiesa, e far scorrere il fiume sacro di sangue per le strade di Roccatederighi. Le mazze roteano nell’aria e socializzano la violenza, flagellanti e passanti si confondono. È la sovversione di un ordine previsto, il ribaltamento di un dogma millenario: “sacro” e “profano” si strozzano in un sol grido.

Inizia così la piccola controstoria maremmana del Prunetti. Il Novecento è alle porte e di lì a breve “resurrezione”, “apocalisse” e “passione” si tingeranno di rosso e di nero, trasformandosi in “socialismo”, “anarchia” e “rivoluzione”. Ma il passaggio tra i due secoli è solo in apparenza un giro di boa, ha invece l’aspetto di una cicatrice viva che si espande sulla pelle della Storia senza badare troppo ai numeri. Lo sanno bene i poeti popolari, quelli che in ottava cantano le gesta dei ribelli di sempre, legando coi versi le storie degli eretici ottocenteschi e dei sovversivi del XX secolo.

Ora li riconosciamo al chiaror della fiamma. Accanto alle spalle larghe del Prunetti, si spiegano quelle scarnificate dei flagellanti di Roccatederighi. Sono contadine, minatori, operaie, gente che sa da che parte stare. Non hanno volto ma schiene che parlano. Non hanno labbra ma voci che cantano. E quelle voci si alzano dalla boscaglia portate a braccio dai poeti maremmani. Rime dimenticate di ombre senza tempo, che aiutano a disegnare sul muro dei vincitori i contorni dei ribelli e dei padroni. E ci sobillano ad abbatterlo quel muro, tanto che il tempo intorno al fuoco perde di consistenza, e anche il Prunetti – novello Eternauta di Oesterheld – sembra dissolversi. E infatti si alza, si congeda con un cenno del capo e va a far legna. Qualcuno questo fuoco deve continuare ad alimentarlo.

Fronde di erbacce infestanti complicano il cammino dell’autore, in un putrido pantano all’ombra di una quercia s’imbatte in un mosaico di carte delatorie, missive di spie dell’Ovra e schede del Casellario Politico Centrale. Tagliole di carta con bocche di cera lacca e denti di francobollo, che il Prunetti osserva e analizza meticolosamente. Sa che i rami secchi bruciano meglio, che l’infamia del potere può convertirsi in calore, anche quando è inaridita dalla burocrazia e dalla serialità dei funzionari. Tornato al focolare srotola un racconto che dà corpo alle carte, e con un gesto sicuro lancia il fascio delatorio nel fuoco ormai flebile. L’inaspettata fiammata sorprende i volti dei flagellanti e dei poeti, assorti nella narrazione. Il fuoco riprende vigore e dai caratteri bidimensionali di una poliziesca macchina da scrivere affiorano personaggi multiformi.

Sono i Marchettini Domenico – brigante, facchino e bracciante –; i Curzio Iacometti – seminarista, anarchico e renitente alla leva; i Chiarone Mori – latitante, maestro e oste che le cantò ai fascisti –; gli Antonio Gamberi – poeta in ottava e nemico dei Carabinieri –; i Robusto Biancani – calzolaio comunista; i Giuseppe Maggiori – reduce della Banda del Prete e disertore –; e i Temistocle Coli – anarchico settantaduenne che bastonò un brigadiere e il giorno dopo, interrogato dai militari, dichiarò: «Sarà quello che mi dite, perché io avevo un po’ bevuto e non ricordo nulla». Gente che ha un nome ma non un volto. Disertori, ribelli, emigranti forzati dalla repressione del fascismo. Di alcuni di loro si perderà traccia, altri avranno per tutta la vita gli occhi dell’Ovra puntati addosso. Altri ancora saranno vittime dell’autoritarismo che credevano di combattere. Emblematico il caso dell’antifascista Biancani che, rifugiatosi in Russia, appoggerà Trotsky nello scontro con Stalin e verrà così espulso dal partito, ma poi si pentirà e ne sarà riammesso. Anni più tardi sarà ammazzato dalla polizia segreta di Stalin con la beffarda accusa di collaborazionismo e spionaggio fascista. Qui il Prunetti si supera con una critica letteraria dello stalinismo inversamente proporzionale, per leggerezza, al dogma sovietico. Stalin, un nome e un volto, non è ammesso intorno al fuoco. I suoi baffi puzzano di “poteri buoni”. Si aggiungono invece alla congrega di flagellanti e poeti, i “compagni dimenticati” e troppo spesso traditi.

Tra di loro, l’oste anarchico Chiarone Mori, non ha dimenticato di portare il vino. Una damigiana da 54 litri, che ha una storia eccezionale da raccontare. E l’autore, quella storia figlia di tante voci, la trasforma in uno dei pezzi migliori della sua opera, e la offre da bere in gotti ai suoi lettori e alle sue lettrici. Andate ad assaggiarla a pagina 84, ne rimarrete inebriati. Come lo rimangono i convenuti tingendo i pugni e le nocche nel rosso che straborda dai calici e nel nero della cenere.

In mezzo ai suoi personaggi, il Prunetti si affina nell’arte di ibridare la realtà senza prendersi troppo sul serio. Lascia ad altri l’integrità morale e il compito di snocciolare verità di cartongesso, e libera la forza creativa del meticciato letterario, di chi nel dubbio e nella commistione ricerca la resistenza quotidiana.

E poi? E poi mica è finita qua, perché la festa continua, «perché la noia è controrivoluzionaria», perché i “compagni dimenticati” hanno ancora molto da raccontare e da poetare. Nella seconda parte dell’opera Prunetti riprende il tema della religiosità popolare maremmana, spesso violenta e intransigente; adotta una «sguardo animale sulla Grande Guerra» raccontandoci dei cavalli maremmani, che insieme ai fratelli sardi, non poterono disertare e furono carne scelta per il macello del gran conflitto. E ancora ci narra dell’aggressione a Giacomo Matteotti al palio di Siena, dei minatori di Niccioleta e di quelli di Ribolla. Del compagno Attila e della memoria degli antifascisti di Tatti.

Ci racconta la Maremma il Prunetti, ma con lo sguardo internazionalista di chi va «pel mondo», proprio come i suoi personaggi. Quel mondo che rotola sulla fascia sinistra della Storia. Raccontarlo è il gesto quotidiano che scandisce il battito della sovversione (“porre sopra ciò che stava sotto”), dà il senso dell’eresia (“scegliere da che parte stare”) e restituisce dignità e umanità ai compagni, “coloro con cui compartire il pane” e seguire la lotta.

*Fonte: http://www.carmillaonline.com/2016/01/26/pcsp-piccola-controstoria-popol...

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