Corrispondenze

Pablo Iglesias: Trump e il momento populista

Pablo Iglesias*

La crisi finanziaria del 2007, prima o poi, avrebbe dovuto avere una traduzione politica. Negli USA si chiama Trump, in Francia Le Pen e in Spagna Podemos. Ci assomigliamo in qualcosa? In niente, quello che si assomiglia sono i momenti politici.

Ha vinto un fascista. Affermarlo non significa banalizzare il fascismo. Il fascismo non è un fenomeno esclusivamente italiano e tedesco degli anni ‘30; è una forma di costruzione politica. Alcuni politologi spagnoli hanno cercato di delimitare il fenomeno all’esterno delle nostre frontiere per evitare di parlare di fascismo in Spagna. In Spagna saranno stati fascisti solo los camisas viejas della piccola Falange Joseantoniana. Non è vero. Il fascismo in Spagna fu costruito con i materiali disponibili per un progetto rivolto alle masse; il cattolicesimo più reazionario. Quello che alcuni chiamarono nazional-cattolicesimo è la versione spagnola del fascismo. E il fascismo era presente in molti paesi europei e americani con differenti combinazioni discorsive riguardo a patriottismo, xenofobia, rivendicazione di un passato nazionale glorioso, religione, una fraseologia anti-elites, sciovinismo e nessuna messa in discussione delle relazioni di proprietà.

Trump è un possibile fascista negli Stati Uniti; non fa il saluto romano né mostra svastiche, però è stato esplicitamente appoggiato da fascisti, dal Ku Klux Klan a varie milizie armate americane. Avranno ragione quelli che chiamano la politica di Trump populismo di destra. Esiste un modo migliore di descrivere il fascismo che non sia populismo di destra? Il populismo non è un’ideologia, né un pacchetto di politiche pubbliche, è una forma di costruzione della sfera politica dall’esterno che si espande nei momenti di crisi. Questo esterno è quello che ha mobilitato white american working class con Trump, allo stesso modo con cui mobilitò la classe britannica in favore della Brexit. Quel disprezzo aristocratico così politicamente corretto con i rednecks americani, con i chavs britannici o con i badaloneses che elessero Albiol come sindaco, rivela la miopia di un certo progressismo cosmopolita che è solo provincialismo. I populisti sono outsiders e possono essere di destra, di sinistra, ultra-liberali o protezionisti. Questo vuol dire che gli estremi si toccano o si assomigliano? In nessun caso. E’ ridicolo il ragionamento per cui un estremista di centro si auto-identifica come il virtuoso termine medio e attraverso un triplo salto mortale dice che i punti più lontani da un lato all’altro in realtà sono vicini. Trump non è vicino a Sanders, è vicino alle politiche migratorie di Bush e dell’Unione Europea. Trump, multimilionario, è vicino al mondo costruito dai presidenti che lo hanno preceduto, incluso Obama, che lasciarono alle intemperie le classi popolari americane. Trump semplicemente ha sfruttato il momento. E in realtà il populismo non definisce le opzioni politiche, ma i momenti politici.

Ebbe un momento populista Berlusconi, uno Putin, uno Peron e gli USA hanno appena vissuto il momento di Trump. Però non è un momento isolato. Il collasso finanziario del 2007 fu l’anticamera della crisi di buona parte dei sistemi politici occidentali. Non dimentichiamoci che quei sistemi, supportati dal miglioramento delle condizioni di vita della classe lavoratrice, il consumo di massa, la redistribuzione e i diritti sociali, nacquero dallo spirito dell’antifascismo, in un contesto geopolitico bipolare. Tutto questo entrò in crisi con la Thatcher e Reagan e terminò definitivamente con la caduta del muro di Berlino. Ciò che rivelò la crisi finanziaria del 2007 fu un insieme di realtà economiche che, prima o poi, avrebbero dovuto avere una traduzione politica: l’impoverimento delle classi medie e dei salariati e il deterioramento dei servizi pubblici e dei diritti sociali. La traduzione politica negli USA si chiama Trump, in Francia si chiama Le Pen e in Spagna, grazie a la Vergine come direbbe Esperanza Aguirre (dirigente del PP), si chiama Podemos. Ci assomigliamo in qualcosa? In niente, quello che si assomiglia sono i momenti politici. L’importante dei momenti politici populisti è che mettono a nudo la politica dalle sue vesti parlamentari (e conseguentemente sono capaci di far diventare di moda al Carl Schmitt di Chantal Mouffe anche tra i politologi mainstream).

Trump è questo: mette a nudo l’oscenità che aveva di fronte alla candidata di Wall Street. Sarebbe stato diverso se Trump avesse avuto di fronte qualcuno che, senza l’oscenità fascista, avesse parlato al popolo chiamando le cose con il loro nome. Questo rivale esisteva ed era Bernie Sanders. Anche i populisti possono essere socialisti perché in realtà il populismo è capace solo di definire uno specifico momento e il momento negli USA era tra Trump e Sanders, non della candidata dell’establishment. Ci fu un momento più populista di quello in cui 99 anni fa qualcuno gridò “pace e pane”[1]? Le similitudini, insisto, sono i momenti politici, non le opzioni politiche che li sfruttano.

Pensate ora alla Spagna. Domandatevi quale è stato il fatto politico più importante di questo anno. Qualcuno dirà che è stata la paralisi politica. Però cerchiamo di definirlo. Juan Miguel Villar Mir lo disse chiaramente: “l’importante è che podemos non faccia parte di nessun governo perché squilibrerbbe l’economia”. La politica quando è vera è scarna, agonista, dura. Le sfumature, la cortesia, la misura, le forme cortigiane e l’ordine appaiono a volte nei parlamenti e nei ricevimenti, ma se si parla delle cose importanti si finisce di usare le buone forme. Non c’è niente di più elegante che la diplomazia, ma tutti quelli che conoscono le relazioni internazionali sanno che dietro alla diplomazia ci sono comparti blindati e immensi poteri economici. Per questo il fenomeno Trump è già un evento geopolitico che trascende il suo momento. In questi giorni noi stiamo assaporando l’amaro di quello che significa essere una opposizione che è realmente alternativa e che può vincere. Non ha niente a che vedere con i dibattiti parlamentari, nonostante che ci chiamino stronzi, senza vergogna o ci accusino di lavorare per delle dittature. Non vi fate ingannare, vicino a Villar Mir (noto imprenditore spagnolo n.d.r.), Rafa Hernando (deputato del PP n.d.r.) è un orsetto di peluche, la sua oscenità è palese. Nel Parlamento, anche se l’arbitro non è imparziale, almeno possiamo parlare con libertà e darci il gusto di dire dalla tribuna verità che nessuno disse prima. Però è una bugia che il Parlamento sia oggi il luogo più importante della politica, come è una bugia che negli scranni del Governo si siedano gli uomini e le donne piu forti del paese. Lo diceva l’altro giorno Rubén Juste nel suo coraggioso articolo in Ctxt: “c’è uno Stato parallelo e privato, o semiprivato, con un nome e cognome: società anonima”. Juste parla di un parlamento privato di questo Stato che svolge le sue attività nell’ombra, che è composto da 417 consiglieri, tra i quali ci sono solo 74 donne e parla anche dei suoi ministri: I vari Villar Mir, Echenique Landiribar, i padroni di Repsol, Telefonica, ACS, Inditex, OHL, Santander, ex dirigenti di Goldman Sachs e padroni di quasi tutto quello che gli spagnoli possono vedere, ascoltare e leggere per informarsi. Questa sì che è la politica vera, e la eccezionalità del momento che viviamo ha a che vedere anche con la nudità dei padroni della opinione. Mai come ora il vecchio proverbio (spagnolo n.d.r.) secondo il quale il cane non mangia carne di cane è mai stato così lontano dalla realtà. Abbiamo visto il capo di un gruppo mediatico licenziare e portare in tribunale i giornalisti che facevano informazione su di lui. Questa è politica vera allo stato puro. Però questa politica che interpella e parla …

*articolo originale: http://blogs.publico.es/pablo-iglesias/1091/trump-y-el-momento-populista/
(TRAD. Federico Bonciani e Elisa Tambellini per http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=26286)

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