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Ottant'anni fa l'inizio della guerra di Spagna

Mika Etchèbère

Mika Etchebéhère, una delle grandi dimenticate della storia, non fu una storica o una scrittrice bensì una combattente sul fronte aragonese, unica donna a diventare “capitana” di una colonna militare antifranchista. Di seguito le primissime pagine del suo memoir "La mia guerra di Spagna", pubblicato nel '76 e divenuto subito introvabile, ora in libreria con una nuova edizione.

Madrid, luglio 1936. Lo sciopero dello stabilimento continua. Negli alloggiamenti degli scioperanti, a Cuatro Caminos e a Chamberí, ai Barrios Bajos e a Las Ventas, la fame comincia a farsi sentire. Nei cantieri si moltiplicano gli scontri e la notte echeggia dei colpi di arma da fuoco. La destra vuole spezzare lo sciopero a ogni costo. I señoritos della Falange provano le loro mitragliette nuove di zecca sparando dalle proprie macchine sulle finestre dei sindacati. Per le strade di Madrid si sentono rumori di tutti i tipi. Circolano voci sullo scontento che serpeggia fra i militari; alcuni generali sono stati trasferiti. Viene assassinato il luogotenente Castillo, della Guardia d’assalto, un corpo di polizia creato dal governo repubblicano per controbilanciare la Guardia civile, odiata dagli operai e dalla gente di sinistra. Per le strade di Madrid c’è odore di polvere da sparo. Tutti sanno che la destra sta preparando un complotto, solo il governo pare ignorarlo; ma il popolo è sul chi vive e picchetti di operai vigilano in continuazione la sede dei sindacati. La Puerta del Sol si gonfia di suoni; l’ansia si impadronisce della città.

Un altro morto: stavolta si tratta di Calvo Sotelo, uno degli uomini più in vista della reazione. La gente dice che le Guardie d’assalto hanno vendicato il luogotenente Castillo. Una tensione dolorosa ci tiene tutti svegli, come al capezzale di un agonizzante. Alla notizia della sollevazione militare in Marocco, alle Canarie, a Siviglia, il governo sembra stupito, mentre il popolo accoglie i fatti senza sorpresa e quasi con un senso di sollievo, perché, finalmente, l’ombra si dirada. Il pomeriggio del 18 luglio la speranza, con l’appello alla lotta, diventa certezza: finalmente vediamo in faccia il nemico e il nostro destino è ormai lineare; una strada dura, aspra, ma nitida, si apre davanti a noi. Lo sapevamo già? Non è questione di saperlo, ma di sentirlo; ci sentivamo le mani rattrappite nell’attesa di un’arma. Tutta Madrid si precipita per strada alla ricerca di un fucile. Notte del 18 luglio. Titoli enormi sulle prime pagine delle edizioni speciali. Il governo assicura che è padrone della situazione, che i ribelli si arrenderanno da un momento all’altro. Dalle bocche di altoparlanti collocati nelle strade dell’Alcalá, della Montera, del Carmen e della Gran Vía, i ministri esortano la popolazione alla calma e alla fiducia.
È una notte blu, alta e profonda come quella di ieri, eppure diversa: una notte adolescente e matura insieme: è la notte del 18 luglio 1936. Uomini e donne sono affluiti alla Puerta del Sol da tutti i quartieri, si sono fermati un momento davanti al Ministero degli Interni, sorpresi, e hanno ascoltato il messaggio, ripetuto mille volte, che parla di ordine, di calma e di lealtà; poi, alzando le spalle hanno proseguito… Non è più il momento di parlare, ormai. Dov’è che danno le armi? Chi le ha?

Il governo si deciderà ad armare il popolo, i sindacati, i partiti operai? Agli angoli delle strade le Guardie d’assalto, in tuta da lavoro e con la carabina in mano, fermano le macchine e le perquisiscono. Si è saputo che parecchi reazionari sono già partiti portandosi via armi e denaro per andare a raggiungere i rivoltosi. Si instaura una legalità nuova, in cui la tessera del sindacato o di un partito di sinistra prende il posto della carta d’identità. Le ore passano, ma nessuno ci bada: il tempo, a partire da questa notte, non si misura più come prima, in termini di tante ore di lavoro e tante di riposo; non si misura con i presto o con i tardi, col bisogna dormire o bisogna alzarsi. Il tempo è immensamente lungo quando si va da un sindacato all’altro, da un ateneo a un altro ateneo, dalla centrale della Cnt alla Casa del popolo. Percorriamo distanze interminabili alla ricerca di qualche arma e il tempo registra sprazzi di felicità quando la mano si chiude su un revolver. «Dicono che la Gioventù socialista ha ottenuto dei fucili… In via de la Flor distribuiscono revolver… A Cuatro Caminos c’è gente armata…». Gli uomini hanno dimenticato le sfumature che li separavano e ora avanzano cantando tutti insieme, mescolando i diversi inni. È la lotta finale…, Alle barricate, alle barricate…, Venite, anarchici… Il pericolo comune cementa una vasta alleanza e spezza ogni barriera. Una sola, ormai, è la discriminante fra gli operai di Madrid: da una parte stanno quelli che hanno già una pistola, un fucile da caccia o delle cartucce di dinamite; dall’altra, quelli che ancora continuano a riversarsi da Las Ventas a Cuatro Caminos, dal ponte di Segovia al ponte di Toledo, in cerca di un’arma.

Senza che quasi ce ne accorgessimo, il 18 luglio è diventato il 19, una luminosa domenica estiva, di cui nessuno ha pensato che fosse domenica. È un giorno denso, raccolto, perché la gente sa con più chiarezza quel che succede in certe caserme di Madrid e nessuno ascolta più i discorsi ufficiali e la milizia è appena nata e i lavoratori formano pattuglie per le strade; e perché di fronte alle canne ostili dei mauser bisogna mostrare la tessera del sindacato o un salvacondotto, e perché i señoritos si travestono da poveri e le pallottole iniziano a fischiare un po’ dappertutto, e a Madrid ci si prepara a dare l’assalto alla caserma della Montaña; perché il popolo si dimentica dell’esistenza del governo e organizza per conto proprio quella feroce battaglia che durerà quasi tre anni. Sono a Madrid da cinque giorni appena. Hippo, mio marito, è arrivato due mesi prima di me.
Nelle lettere che mi spediva a Parigi, mi descriveva il clima sempre più teso creato dai molti scioperi e dalle mosse della destra in seguito alla vittoria del Fronte popolare: «…La politica è presente ovunque», scriveva il 27 maggio 1936, «più visibile ancora che a Berlino nel 1932. Anche i bambini fanno politica. Jeanne Buñuel mi ha appena raccontato una storiella divertente. Si trovava nel parco della Moncloa col suo bambino, quando una banda di monelli le è venuta incontro domandandole se era dell’Uhp. Probabilmente le avevano fatto questa domanda vedendo che portava un fazzoletto rosso al collo. “Sicuro”, dice Jeanne. “Anche il tuo marmocchio?” Il marmocchio era sui diciotto mesi. “Naturalmente”, fa la madre. “Allora, ti salutiamo, compagna”, e tutti alzano il pugno, per sottolineare l’intesa». Mio marito e io siamo andati in Spagna a cercare ciò che avevamo creduto di trovare a Berlino nell’ottobre del 1932: la volontà di lotta della classe operaia contro le forze della reazione che si stavano trasformando in fascismo. Un giorno dopo l’altro, vivendo in mezzo ai militanti socialisti e comunisti, avevamo inteso i primi dire che, dato che lo sciopero dei trasporti non aveva raccolto le adesioni necessarie, dovevano astenersi dal parteciparvi, mentre i secondi, i comunisti, trattavano i socialisti da fascisti e in fabbrica facevano blocco con gli operai nazisti contro di loro. Eravamo scesi in piazza con i comunisti durante quelle manifestazioni che tagliavano il respiro alla borghesia, tanto erano folte e ordinate, gravi e minacciose come un esercito alla vigilia del combattimento.
I nostri canti rivoluzionari salivano fino al cielo livido di quel 15 gennaio 1933 il cui freddo micidiale abbatteva vecchi, donne e figli di scioperanti, gli stessi che sfilavano in corteo con lo stomaco scavato dalla fame e le vesti consunte da lunghi anni di miseria. Ma in quelle cupe giornate che precedevano l’avvento di Hitler al potere – un potere che avrebbe potuto essere di chiunque avesse osato impadronirsene –, né il Partito socialdemocratico, né quello comunista vollero scatenare la lotta per afferrarlo. E le loro truppe, educate da una lunga tradizione di disciplina politica, non prendevano in considerazione la possibilità di combattere in ranghi dispersi, senza o contro i loro capi, che avevano confuso o falsato ogni cosa. E la “notte dei lunghi coltelli” cadde sulla classe operaia più lucida, più addestrata e meglio armata alla lotta degli anni Trenta. Forse è una fortuna che in questo 18 luglio 1936 non ci siano in Spagna partiti politici così potenti. I comunisti sono una piccola minoranza e nelle file dei socialisti, più consistenti, si va delineando un’ala sinistra costituita soprattutto da giovani, più combattivi dei loro padri riformisti. La forza decisiva appartiene alla Confederazione nazionale del lavoro, la potente Cnt, in cui i principi libertari sono gelosamente conservati dalla Fai, la Federazione anarchica iberica, una specie di piccola chiesa aperta solo ai puri fra i puri, suprema istanza di Santa madre anarchia, eminenza rossa e nera. I suoi diktat apolitici non impediscono tuttavia agli operai della Cnt di contribuire in larga misura alla vittoria del Fronte popolare in occasione delle elezioni del 16 febbraio 1936.

Chi ha lanciato l’appello alla lotta, in questo 18 luglio 1936? Io non lo so, non ho saputo niente. Hippo e io ci uniamo a un gruppo che marcia verso una sede della Gioventù socialista unificata dove, sembra, devono arrivare delle armi all’alba. Non abbiamo cenato; ci penseremo più tardi, quando avremo ottenuto il nostro fucile, ora non è il momento.

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