Rassegna dal web

Omaggio a Marie Nozière

Alberto Prunetti (da lavoroculturale.org)

Alcune sottolineature da “L’armata dei sonnambuli” (Einaudi, 2014) dei Wu Ming con una breve deriva verso “Teppa. Storie del conflitto giovanile dal Rinascimento ai giorni nostri” (Red Star Press, 2014) di Valerio Marchi e un racconto di Claudia Boscolo.

Fonte: http://www.lavoroculturale.org/omaggio-a-marie-noziere/

De L’armata dei sonnambuli si è parlato e si parlerà a lungo e lo scopo di questa recensione non è certo quello di descrivere a tutto tondo un’opera corposa, complessa e piena di intrecci e di linee di fuga. Mi accontenterò soltanto di mettere in rilievo alcune sottolineature che ho fatto sul libro nel momento in cui sono rimasto folgorato da una breve scarica elettrica e ho sentito aprirsi un interruttore e poi correre elettricità, estendendo il circuito elettrico verso altre opere, altri scenari, altre memorie. Perché poi un testo è anche questo, un tessuto in cui da ogni parte si può tirare un filo e ricominciare a cucire. O un circuito elettrico che si può estendere e collegare con un ponte verso un nuovo percorso. In direzione centrifuga. E in senso inverso, un’opera è anche un campo magnetico che tiene, che è tessuta, che è il risultato di tutta una serie di energie e forze centripete, che gravitano attorno a un centro. In queste righe proverò a tirare qualche filo dal centro in fuori, collegando l’Armata ad altre opere, per poi fare ritorno al libro dei Wu Ming.

Quando ho scoperto che ne L’armata dei sonnambuli c’era un personaggio che si chiamava Marie Nozière, ho sentito un tuffo al cuore. Perché ho pensato subito a Violette Nozière, la parricida francese diventata un simbolo della lotta contro il patriarcato.

Ecco come la descriveva nel 1933 il poeta surrealista Benjamin Péret:

Era bella come una ninfea su un mucchio di carbone /quel carbone /che suo padre infornava nei treni presidenziali / al posto del presidente /bella come una perla in un’ostrica che non sarà mai pescata / bella come lo zoccolo /che picchia le natiche paterne /bella come una rondine / che nidifica sotto la grondaia di un carcere in demolizione / e così giovane da sembrare / un maremoto che ripulisce una città di tutti i suoi preti

E Breton continuava: «Davanti al tuo sesso alato come un fiore delle Catacombe / Studenti vecchiardi giornalisti venduti falsi rivoluzionari preti giudici / Avvocati traballanti /San bene che là finisce ogni gerarchia».

Queste righe dedicate a Violette Nozière, una ragazza che rispose col veleno agli stupri che il padre le aveva inflitto, potrebbero a ragione applicarsi alla figura letteraria di Marie Nozière: Marie è un personaggio esaltante del libro dei Wu Ming e nel quinto atto dell’Armata gli autori collegano esplicitamente Marie a Violette in una genealogia della lotta contro il patriarcato. Marie è la popolana vendicatrice che si oppone, ferri alla mano, al potere dei maschi e dei padroni. Non si può che amarla, come hanno fatto i surrealisti con la sua discendente. E non si può non pensare, leggendo le ultime pagine de l’Armata, al film di Chabrol con la Huppert e alla canzone degli Area (con una precisazione: aldilà del titolo, peraltro con il nome sbagliato, il testo interpretato da Demetrio Stratos si ispira in realtà a una citazione di Nadja di Breton, altro libro notevole sul tema della follia, dei trattamenti autoritari in campo psichiatrico e dell’amour fou). C’è tanto surrealismo nell’Armata e mi vengono immediatamente in mente gli esperimenti di poesia sonnambolica di Breton e compagni e le esperienze con l’elettroshock di Artaud.

Da qui si arriva a un’altra sottolineatura dal libro dei Wu Ming. «Un ospedale per partorire malattie e una prigione per far nascere crimini» (p. 84). La critica dell’idea di reclusione si collega immediatamente con l’esperienza di Basaglia e il saggio Nemesi medica di Ivan Illich, che ho letto peraltro in ospedale. Ancora in ambito concentrazionario, ho pensato, con uno sguardo alle pagine di cronaca, che i carceri sono criminogeni e non servono certo a fare giustizia ma a incrementare i reati. Poi nel gioco dei rimandi sono arrivato al Marchese de Sade che organizzava spettacoli bucolici di teatro con gli alienati dell’ospedale di Charenton. E il collegamento è andato subito a quelle pagine sorprendenti e stranianti del libro dei Wu Ming dove l’incorruttibile Robespierre e il grasso Danton sono performati dagli alienati di Bicêtre.

Lingua, teatro e rivoluzione

Poi c’è la questione del linguaggio. Qui ci sarebbe tanto, troppo da dire, e sinceramente non me la sento. In queste righe estendo solo alcune sottolineature. L’Armata è uno di quei libri che si inventano una lingua. Una lingua che poi quando chiudi il libro ti rimane in testa e ti obbliga a continuare a dire svitoddio e soquanti. Anzi, più d’una lingua. Perché non c’è solo una voce narrante che ci conta soquanti fatti ed è un primo eccezionale livello di impasto linguistico, con prestiti dal bolognese e neologismi a iosa e calchi traduttivi dal francese. Già questo è brillante. Ma poi c’è il gergo fighetto dei fottuti muschiatini che pa’ola mia pa’ano come se avesse’o uno stecco nel sede’e: evitano la erre per spirito controrivoluzionario e vengono castigati da Scaramouche e dal bastone di Marat che le eRRRe le calca tutte di bRutto e a fuRoR di gengive (ma è quasi un Cirano dei poveri con lo scroscio abbondante, questo Leo-Scaraouche che è anche un po’ un tamarro bolognese, direi). E Scaramouche calca la erre ma anche la strada perché il teatro negli anni della rivoluzione scende in strada e non si fa mica solo nei manicomi, ormai è living theatre. E allora di teatro ce n’è tanto, sia quello ribelle che quello che simula la rivolta. C’è il proletariato e c’è la plebe. C’è la libertà e la costrizione della volontà, in questo libro. C’è quel popolino felice che ricorda Les enfants du paradis, quelli del loggione, il film capolavoro di Marcel Carné, che parla di teatro e di gerarchie (il paradiso è la zona più rumorosa e più alta e sfigata del teatro, dove vanno i poveri, mentre la platea è per i borghesi); e c’è lo spettacolo dei mesmerizzati, avvinti da una forza autoritaria come quella che promana dallo spettacolo dei media di massa. Non sono proletariate infatti quelle genti mesmerizzate e sonnambulizzate, manodopera plebea e robotica nelle mani del primo mesmerizzatore (contro)-rivoluzionario che farà del popolo un pubblico passivo del proprio teatro-spettacolo-politico.

A proposito di rivoluzione (che è anche questo un motivo surrealista: vi ricordate le loro riviste… La rivoluzione surrealista, Il surrealismo al servizio della rivoluzione), ecco la sottolineatura di pp. 472-473: «L’aria traboccava di fluido magnetico. I corpi che si sfioravano sulle strade avrebbero potuto mandare scintille, pervasi da una consapevolezza nuova, un senso di smarrimento che per paradosso annullava le distanze e rendeva gli esseri umani più simili, perché alla deriva nella stessa burrasca».

Quel teatro vivente della rivoluzione a me ha fatto accapponare la pelle perché i Wu Ming scrivono di Parigi alla fine del XVIII secolo, ma io ci leggo in controluce la Parigi del Maggio Francese. E poi quando la controrivoluzione monta e i ricchi quattrinai si rimettono le loro penne e si tolgono il travestimento da sanculotti controrivoluzionari, vengono in mente le pagine di chi descriveva la Barcellona del ‘38, quando i rivoluzionari erano in ritirata.

E questi muschiatini, chi sono?

Ma a proposito di controrivoluzione, questi muschiatini, chi sono? A me ricordano il ceto medio impoverito quando non riesce a farsi proletariato. O erano forse i fascisti dello squadrismo del ’21? O i Wu Ming anticipano qualche evento che deve ancora arrivare? Pierculi, giancaccole, annoiati (diffidate dagli annoiati, p. 605) garzi della bottega di papà, che ce l’hanno con chiunque sia a sinistra dei cazzi loro? Quel misto di aggressività e di vittimismo che ti fa sgomitare per aver un posto. O nella rivoluzione. O nella controrivoluzione.

Per saperne di più, al loro proposito, dobbiamo aprire un’interessante storia del teppismo scritta da Valerio Marchi e appena ripubblicata da Red Star Press: Teppa. Storie del conflitto giovanile dal Rinascimento ai giorni nostri, che non a caso porta una brillante prefazione di Wu Ming 5. A quelli che i Wu Ming chiamano “muschiatini” Marchi dedica un capitolo fondamentale, che ci permette di collocarli in un contesto di classe. Sono un gruppo di teppisti che nel 1792 cominciarono a stazionare nei pressi del Palais Royal, azzimati, vestiti con colori che richiamavano la monarchia e compatti nel proprio odio verso i giacobini. Si facevano chiamare prima Muscardins e poi Merveilleux. Lo storico della moda Patrice Bollon descrive i loro abiti e poi il loro curioso modo di parlare:

ostentano una ridicola andatura a piccoli passi esitanti, quasi dei saltelli, il petto in fuori e il capo altezzosamente eretto, ed una parlata altrettanto curiosa, a denti stretti, con pronuncia blesa, che elimina sistematicamente le consonanti ritenute volgari. La “d” e la “r” scompaiono dalla loro bocca, dove le labbra si muovono appena, quasi fossero colpite da paralisi, la “ch” è sostituita dalla “s”, come nella parola charme che viene pronunciata sarme, mentre la “g” è proscritta a favore della “z”, il che porta a parlare di “vizaze anzelique”. Questo buffo modo di snervare il linguaggio, considerato come raffinatezza “inglese”, conferisce loro un’esile voce da femminucce, e li fa esclamare “Pa’ola d’ono’e, ma è in’edibile! Èo’ibile! È un zacobino!”[1].

Altro loro elemento caratteristico è il “castigamatti”, un pesante bastone con l’anima di piombo che entra in azione di notte nei giardini del Palais Egalité contro i giacobini e (più verosimilmente) contro i poveracci che entrano nel loro territorio. Con il Termidoro e la decapitazione di Robespierre i Meravigliosi pensano di avere campo libero: attaccano la sinistra, insultano chi indossa la carmagnola e il tricolore, si sentono protetti nei loro eccessi dalle autorità. La cosiddetta “gioventù dorata” diventa la manodopera impunita del potere controrivoluzionario (viene da pensare allo squadrismo italiano del ‘20-’21) che grazie a Frénon e al giornale L’Orateur du peuple, li eleva al ruolo di “milizia civile” della Convenzione reazionaria. Marchi si pone la stessa domanda che mi sono posto io. Chi sono questi Muschiatini? «Ma chi sono realmente i Merveilleux? Da quale strato sociale provengono questi strenui sostenitori dell’aristocrazia e della monarchia, dei fasti di un Ancien Régime che li ha visti ancora bambini? Sono i figli degli aristocratici defenestrati? È l’ondata di ritorno della nobiltà emigrata?» La risposta arriva attraverso un’altra citazione dal libro di Bollon:

Sebbene fra loro si trovi qualche aristocratico, si tratta in maggioranza di borghesi. Impiegati del Palazzo di Giustizia, scrivani di notai ed avvocati, impiegati e commessi, giornalisti, attori e scribacchini d’ogni risma; appartengono a quella piccola borghesia dei tribunali, del commercio e delle lettere che a Parigi costituiva la base sociale della Gironda»[2].

E Marchi commenta:

Sono loro il braccio della reazione a Parigi: non i rampolli dal sangue blu fuggiti con le famiglie oltre frontiera, né i figli dell’alta e media borghesia, ma la minutaglia piccolo-borghese che ha tirato un respiro di sollievo alla caduta di Robespierre e che delega ai propri giovani il compito di rappresentare in forme sia simboliche che brutalmente reali il proprio definitivo distacco dalle idealità rivoluzionarie[3].

La “gioventù dorata” continuerà a impazzare nei teatri, impedendo le rappresentazioni filo-giacobine, distruggerà le statue di Marat e otterrà con la forza che le sue ceneri siano espulse dal Panthéon. Nell’aprile e nel maggio del 1795 parteciperà alla repressione delle manifestazioni popolari della sinistra.

Ma poi il clima politico cambia e di questi teppistelli invasati non c’è più bisogno. Il nuovo Direttorio li considererà presto degli elementi troppo pericolosi da rimettere in riga:

La gioventù dorata, non si sa in quale misura spinta da elementi monarchici, scese in piazza tutta in ghingheri per dare una lezione alla Convenzione, rivelatasi così ingrata nei suoi confronti. Sarà il suo canto del cigno, schiacciata dall’esercito regolare guidato da un giovane generale di brigata cui Barras aveva offerto l’opportunità di riscattarsi dall’accusa di giacobinismo: Bonaparte[4].

I piccoli borghesi dorati sono stati soltanto degli utili idioti nelle mani della controrivoluzione e quando entra nella storia Napoleone, a loro tocca uscire dalla porta di servizio.

Arrivati a questo punto, a proposito di ceto medio e (contro) rivoluzione, mi viene in mente una citazione dei Wu Ming sulla piccola borghesia nostrana. La piazzo qui, ovviamente va ricercata, contestualizzata, adattata magari al fascismo e poi ad altri movimenti pseudo rivoluzionari. Sta in Giap, il bollettino elettronico dei Wu Ming, in un articolo in cui si suggeriva come identificare l’ideologia destrorsa in chi fa dichiarazioni pretendendo che siano né di destra né di sinistra:

Il più grave problema di questo Paese, storicamente, è l’ignavia della piccola borghesia, che è la più becera d’Europa e oscilla perennemente tra l’indifferenza a tutto e la disponibilità a qualunque avventura autoritaria. Avventura «vicaria», naturalmente, vissuta per interposto Duce che sbraita. Giusto un brivido ogni tanto, per interrompere il tran tran, godersi l’endorfina e tornare al proprio posto. Finché non sente il dolore, l’italico cetomediume rimane apatico. Quando inizia a sentirlo, non sa dire cosa gli sia successo, blatera incoerentemente, dà la colpa ai primi falsi nemici che gli vengono agitati davanti (a scelta: i migranti, gli zingari, i comunisti, quelli che scioperano, gli ebrei…) e cerca un Uomo Forte che li combatta[5].

Sono spunti molto interessanti e meriterebbero di essere approfonditi, oltre questa recensione.

Il mondo s’arbalta

Mi capita spesso di pensare al mondo alla rovescia. C’è tutta una iconografia e un bestiario medioevale su questo tema che poi si diffonde e si ramifica fino alle stampe fiamminghe, alle tele di Brueghel, alle stampe della pubblicistica popolare toscana. È un anelito millenarista che si coniuga in forme diverse eppure incredibilmente simili dal Mediterraneo ai Paesi Bassi, dalla Francia all’Inghilterra. Con le didascalie, poi, le stampe satiriche e caricaturali si fanno poesia in rima baciata, poesie della bugia, canti della menzogna che però dicono la verità, o la direbbero se il mondo fosse messo sottosopra da una rivoluzione di eretici, di zappatori, di livellatori, di anabattisti. O di sanculotti.

Ma il mondo alla rovescia è anche quello contro-rivoluzionario in cui viviamo adesso.

Perché il mondo sottosopra, il mondo all’incontrario è anche il nostro. Il mondo in cui l’onesto è impiccato e l’infame è libero. Il mondo dove si pratica l’ingiustizia e si insegna la paura. Dove la solitudine è un premio e l’impunità un diritto dei potenti. È quel mondo che vogliamo rovesciare.

A me piacciono le stampe del mondo rovesciato. C’è però anche chi sostiene che certe immagini del mondo alla rovescia sono solo un palliativo per allentare la tensione. Che carnevali, sagre e altre allegorie del paese della cuccagna non servono a rovesciare il mondo ma a farlo filare meglio sui soliti binari.

Anche la rivoluzione, può non riuscire a cambiare nulla. A un certo punto, ne L’armata dei Sonnambuli si danno alcune definizioni diverse della rivoluzione. Una mi ha colpito. Il mondo si rovescia, ma a volte questo rovesciamento sembra solo rigirare una di quelle carte con un re di sopra e uno di sotto, all’incontrario. Giri la carta e la monarchia si rimette sempre in piedi. E allora, che fare?

Tra Marat e David

Dimenticavo Marat. Se oggi riusciamo visivamente a vedere Marat, lo facciamo grazie a una tela stupenda del pittore Jacques Louis David. Il caso vuole che subito dopo aver finito di leggere L’armata dei sonnambuli mi sia imbattuto in una sorta di dialogo a distanza tra Marat e David scritto da Claudia Boscolo, lei stessa attenta lettrice di Giap e dell’opera dei Wu Ming, inserito in una antologia curata da Laura Liberale e intitolata Père-Lachaise. Racconti dalle tombe di Parigi (Oradea: Ratio etRevelatio, 2014). Nel suo racconto Boscolo si immagina il pittore intento, dalla sua tomba, a riflettere sul rivoluzionario. C’è il senso di colpa del sopravvissuto che sa che è diventato un maestro della pittura anche per aver dipinto il suo amico, il rivoluzionario Marat, l’amico del popolo, nel momento della morte, avendo poi assistito inerme alla restaurazione del vecchio mondo. È un dialogo tra chi è morto da rivoluzionario e chi è stato costretto dalla vita a continuare a andare avanti, invecchiando, dissociandosi dagli ideali dell’incorruttibile Robespierre, per poi conoscere comunque l’esilio. Un racconto che risulta ancor più bello dopo aver letto L’Armata dei Sonnambuli. Ma adesso ripercorro all’indietro il filo dei rimandi testuali e torno al libro dei Wu Ming.

In conclusione…

Indiragionperculo, un gran libro pieno di rimandi. Meravigliose le pagine col viaggio di D’Amblanc in un’Alvernia inquietante e lunare. L’uomo-cinghiale mi ha fatto pensare a un mio amico che mangiò lo stramonio e fece praticamente le stesse cose. E il bouquiniste itinerante, senza il quale non c’è Francia che tenga. E l’uomo senza naso che sembra un cattivo dei film di cappa e spada o dei romanzi di Dumas, che amavo da piccolo. E poi Il dottor Destouche che fa venire in mente Louis Ferdinand Destouches e ha qualcosa del lato abietto dello scrittore. E Scaramouche che è “una macchina ammazzacattivi”, come Woody Guthrie aveva una chitarra che era una “machine that kills fascists”. Che viene a restituire un po’ del vostro terrore.

Sì, Grande libro. E chi non è d’accordo, peste lo colga, inseculinculorumamen, come direbbe il compagno Maurice, contadino di pagina 516.

Chiudo infine con un’ultima sottolineatura che mi ha toccato, che ho sentito molto vicina.

Quando schiattiamo noialtri, di crepaculo o febbre da cavalli, si muore con un rutto o una scoreggia, tutt’al più una preghiera masticata insieme a una bestemmia, ma non è che a noi faccia più piacere. E di fosse ne riempiamo tutti i giorni. Quando invece fai il servizio a una dama o a uno scalda sedie della Convenzione tutti a prendere nota e a drizzare le orecchie per sentire le ultime parole famose (p. 495).

E il pensiero non può andare a quei tre morti working class che ogni giorno ci lasciano le bucce sul lavoro, e che al massimo si guadagnano un rigo sui giornali locali, mentre si fanno paginate sui morti col pedigree. Neanche da morti siamo uguali e anche lì siamo il 99 percento. E ci vorrebbero piangenti ai funerali del padrone.

Il mondo s’arbalta. E avoglia a rovesciar carte, Madama Ghigliottina, se il mazzo è truccato.

Note

[1] P. Bollon, Elogio dell’Apparenza. Gli stili di vita dai Merveilleux ai Punk, Genova, Costa&Nolan, 1990 cit. in Valerio Marchi, Teppa. Storie del conflitto giovanile dal Rinascimento ai giorni nostri, Red Star Press, Roma 2014 p. 90.

[2] Bollon, cit. in Marchi, p. 93.

[3] Marchi, Ibidem.

[4] Bollon, citato in Marchi, p. 94.

[5] Wu Ming, “Sulle lotte in Italia a partire dallo sciopero europeo”.