Rassegna dal web

Nuove scritture working class: nel nome del pane e delle rose

Alberto Prunetti (da Giap)*

Quello che una scrittura working class dovrebbe fare, è fornire un nuovo immaginario a una nuova working class che esiste già come classe in sé. L’esempio del libro Meccanoscritto è fondamentale: mette in tensione le storie operaie di ieri e di oggi e ricostruisce la memoria del conflitto.

Primo antefatto. Respira e intona il mantra: «Class is not cool»

Un libro racconta la storia di un educatore precario, figlio di un operaio di una fonderia. Padre e figlio si incontrano a parlare il sabato pomeriggio allo stadio. Come viene descritto quel romanzo inglese in Italia? Come un libro sul calcio. Ma in realtà quel romanzo è un racconto sulla classe operaia. Sulla working class inglese, che notoriamente attorno alla birra, al pub e al football aveva costruito elementi di convivialità e socialità. Dopo la fabbrica, ovviamente, ma quella era già stata smantellata. Così in Italia si adotta come un libro sul calcio quello che invece è un romanzo che racconta una classe sociale. La working class inglese.

Guai infatti a parlare di classe operaia. Ripetere tre volte il mantra ad alta voce: la classe operaia non esiste – la classe operaia non esiste – la classe operaia non esiste. Poi comprare su una piattaforma on line una penna usb assemblata in una fabbrica cinese e chiedersi quante decine di mani operaie toccano quel singolo oggetto da Shanghai a Piacenza.

Secondo antefatto. La servitù sta al piano basso, reparto «Sociologia»

Un’amica mi racconta un episodio curioso: entrata in una grande libreria di catena di Firenze, chiede una copia del mio libro Amianto, una storia operaia. La indirizzano al piano di sotto, nel reparto sociologia. Lei domanda perché non sia in narrativa. E il commesso risponde: perché c’è scritto «una storia operaia». Aggiungerei: perché gli operai possono solo essere oggetti dello sguardo sociologico di terzi, meglio se colti e borghesi, mai protagonisti di storie raccontate con le proprie parole.

Un fatto dopo gli antefatti. Le scritture working class esistono

Appunto. Quando vuoi umiliare o attaccare un gruppo sociale, gli togli il diritto di parlare con le proprie parole. Lasci che qualcun altro lo interpreti, parli per lui o per lei. A lungo è stato così per gli indigeni, per le donne, di sicuro è ancora così per gli immigrati. Ed è così anche per gli operai. I racconti degli operai devono essere fatti da intellettuali, magari progressisti, appartenenti comunque alla classe media. Mai che gli operai possano raccontarsi da soli. Al massimo le loro storie possono essere pagine di diario o memoriali, tracce di esperienze che poi altri, intellettuali, borghesi e possibilmente maschi, interpreteranno. E invece no.

Negli ultimi anni sono stati pubblicati alcuni titoli in lingua italiana scritti da operai o da figli di operai, libri che raccontavano il mondo operaio dall’interno. Queste scritture working class non sono (solo) narrativa del lavoro. Non sono la narrativa del precariato o la nuova letteratura industriale. Sono la narrativa della classe operaia, fatta da operai o da lavoratori subalterni e sfruttati. Della vecchia classe operaia e della nuova classe lavoratrice, precaria e sfruttata.

Si può raccontare il lavoro senza fare narrativa working class. Ad esempio, raccontandolo da un punto di vista che esprime lo sguardo dell’oppressore e non dell’oppresso. Si può raccontare il lavoro senza sentirsi parte di una classe subalterna, senza raccontare il conflitto sociale. Fare scrittura working class significa soffiare sul fuoco, raccontare il conflitto, alimentarlo con le parole scritte. Storicizzare. Ritrovare fili rossi, brandelli di memorie che legano la vecchia e la nuova classe operaia.

Davvero è la nuova letteratura industriale? O un’altra corrente letteraria?

Alcune delle opere che di recente hanno trattato il tema della fabbrica o del lavoro sfruttato sono state inquadrate in un revival della letteratura industriale italiana. Io credo invece che quella stagione (legata al boom economico) sia esaurita, anche se alcuni autori forse non disdegnano quell’etichetta o ne sentono vicina l’eredità. Personalmente, la trovo problematica. Forse è solo una mia difficoltà, ma lego la letteratura industriale più allo sguardo esterno (quello dell’intellettuale progressista dell’industria olivettiana) che a quello interno (penso ad autori come Guerazzi, Di Ruscio o Di Ciala). E preferisco alla letteratura industriale italiana la narrativa working class inglese. Perché non è fatta solo di fabbrica e alienazione la vita della classe lavoratrice. Dove sono il calcio, le bevute, le risate, l’umorismo greve, le risse per futili motivi, le prese di culo? Chiedetelo agli inglesi.

Prendete Anthony Cartwright. Pensiamo a Iron Towns. Titolo da letteratura industriale italiana. Ma i protagonisti non sono operai alla catena: i personaggi umani (spesso calciatori falliti figli di fonditori) sembrano solo catalizzatori di uno sfondo, di un paesaggio industriale dove la ciminiera e il campo di calcio, quasi dismessi, rappresentano la bussola della classe operaia dell’Inghilterra del Nord. Un programma di scrittura ben condensato dall’esergo che apre il libro di Cartwright:

«Attraversiamo i nostri labirinti neri, ombre ammassate. I fuochi sono ormai tutti spenti. Noi siamo il fumo che segna il mattone. Siamo il ruggito di ferro che credevate d’aver messo a tacere. Cantiamo al metallo contorto e lungo tunnel allagati, sopra distese vuote d’acqua e campi di detriti. Cantiamo di giorni migliori».

Senza rimpiangere il passato della letteratura industriale, scriviamo adesso l’epopea stracciona della classe lavoratrice del nostri giorni.

No, sono solo scritture operaie (but I like ’em)

Parlo di scritture operaie, pertanto, limitandomi al dato materiale dell’estrazione sociale degli autori e dei temi trattati. Parlo di scritture, al massimo di narrativa working class e non di letteratura operaia. E neanche di letteratura industriale, ossia di una corrente letteraria legata agli anni Sessanta, al boom economico, all’industrializzazione del paese, a intellettuali che descrivevano, guardando da fuori, la classe operaia. Roba lontana. Parlo di scritture operaie o scritture working class per non evocare lo spettro di una nuova wave letteraria. Non si tratta di stare dentro o fuori una scuola, di una congrega o di un gruppo di lavoro. Si tratta di stare dentro o fuori la nuova classe lavoratrice. Pertanto parlo di scritture working class per riferirmi a scritture sul mondo del lavoro con un punto di vista interno, in anni di deindustrializzazione, fatte 1) da operai o 2) da figli di operai, cresciuti e socializzati nella vecchia classe operaia, o 3) da membri della nuova classe lavoratrice precaria dei servizi, delle pulizie, della ristorazione: dalla nuova working class a cui appartengono anche i working poor e i disoccupati con o senza laurea, i cottimari dei lavori, anche cognitivi, mal pagati e i precari dei lavori a chiamata.

E la loro strada è in salita

La narrativa working class non trova un tappeto rosso che conduca dalle fabbriche o dai centri per l’impiego alle case editrici. Certo, alcuni titoli sono stati mandati in stampa. Ma quanti sono stati rifiutati? E cosa si pubblica al loro posto? Se siete hipster o fashion blogger avrete probabilmente più chance di essere pubblicati di un metalmeccanico, di una disoccupata o di un’infermiera. Non solo in Italia, anche altrove. Working class is not cool. Alle storie di classe, si preferisce un’angolatura generazionale, che depotenzia ogni approccio strutturale e politico: avanti coi millennials, con la generazione Erasmus, con gli young adults, e via di questo passo.

Di recente vari scrittori in lingua inglese hanno tentato di inserire il tema della classe sociale nel dibattito in corso sulla parità di rappresentazione e di opportunità nella sfera letteraria. Ma hanno trovato un muro: le esperienze delle classi inferiori tendono a suscitare poco interesse in editor e recensori.

La letteratura assume volentieri il punto di vista dei ceti privilegiati. A lungo gli scrittori sono stati maschi bianchi di classe media. Ad oggi, i gruppi discriminati stanno parzialmente recuperando terreno. Quel terreno che giustamente è loro dovuto. Aumentano sì, questo sì (almeno all’estero) i romanzi scritti da donne, minoranze etniche e gruppi oppressi per il proprio orientamento sessuale. Così che adesso si pubblicano con interesse romanzi che parlano di omosessuali e lesbiche, o di afroamericani e ispanici. Ma c’è una categoria, oltre a quella di genere, razza e appartenenza etnica, che non viene assolutamente considerata intrigante dagli editor: quella di classe. Le appartenenze identitarie (genere, etnicità, orientamento sessuale) sono ormai preferite alle affiliazioni di classe sociale ed economica. E la situazione si aggrava quando i manoscritti provengono da quell’enorme sacca di discriminazione che è la classe lavoratrice. Peggio ancora se i piani si sovrappongono, sommando discriminazione a discriminazione: una donna operaia, magari una lavoratrice di origine nigeriana che usa per esprimersi l’italiano come lingua madre, quante chance ha di pubblicare un libro, nella propria vita?

«We are all middle class» (Tony Blair)

Dagli anni Novanta si è diffusa una narrativa che ci vuole tutti «ceto medio»: un capitalismo di proprietari senza proletari, nessuno che fa le pulizie o la cassiera al supermercato, il sogno di Pinochet realizzato con la democrazia neoliberista di Reagan e Thatcher e portato a compimento dal New Labour di Blair. In realtà è una cortina di fumo: negli ultimi anni la lotta di classe nessuno l’ha fatta più della classe media neoliberista, che ha spinto il proprio classismo al punto di togliere alla working class anche la parola «classe», lasciandole solo il lavoro, ma un lavoro sfruttato, umiliato, schiavizzato. Un’upper middle class che ha decretato la morte della classe subalterna, prima frantumando i processi produttivi, poi distruggendo le industrie per coltivare un’economia di servizi e finanza mentre le merci venivano prodotte lontano da Europa e America: il lavoro sporco, meglio farlo altrove. La strategia retorica voleva che si cancellasse l’uso della parola «classe» dal vocabolario della politica per distruggere la cosa: per frantumare le comunità operaie, la vita e i quartieri e le strutture di resistenza, politiche e sindacali, di un’intera classe sociale. Per annullare l’immaginario del proletariato, al fine di eroderne la conflittualità. Stat rosa pristina nomine.

C’era una volta...

Quello che una scrittura working class dovrebbe fare, è fornire un nuovo immaginario a una nuova working class che esiste già come classe in sé. L’esempio del libro Meccanoscritto è fondamentale: mette in tensione le storie operaie di ieri e di oggi e ricostruisce la memoria del conflitto. E senza il conflitto non si forma un immaginario, senza un conflitto, senza antagonismi, la narratologia ci insegna che non ci sono le storie, non c’è il materiale della narrazione. Il conflitto alimenta l’immaginario, le storie creano l’immaginario, l’immaginario crea conflitto e altre storie. E a ogni passo ognuno di questi fattori alimenta il successivo, circolarmente. Tutto questo per unire quel che il capitale ha diviso, per dividere ciò che lo storytelling del potere vorrebbe unito. Alla «gente» (indistinta) opporre la «classe» per sé, allo storytelling dell’imprenditore che prima o poi condividerà i guadagni, rispondere con le storie working class. «C’era una volta un padrone che non regalava mai nulla...» (finite voi la storia).

...e c’è anche oggi. La scrittura e il conflitto

Non esiste più la centralità della classe operaia. I lavoratori sono posti in conflitto tra di loro, anni di lotte operaie sono cancellati, i diritti conquistati vengono erosi a ogni riforma del lavoro: un quadro desolante. Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente.

Proprio adesso infatti escono dei titoli che raccontano il lavoro, il lavoro in fabbrica, dal punto di vista dei subalterni. O meglio: opere scritte dagli sfruttati, dagli oppressi del lavoro povero. Esempi degli anni recenti: Amianto, una storia operaia (2012); Fabrica e altre poesie di Fabio Franzin (2013); La fabbrica del Panico di Stefano Valenti (2013); Ferriera di Pia Valentinis (2014), Meccanoscritto del collettivo Metalmente (2017), Inox di Eugenio Raspi (2017). E non erano mancate delle anticipazioni nel primo decennio del duemila: Figlia di una vestaglia blu di Simona Baldanzi è del 2006, Le storie dal fondo di Massimiliano Santarossa (già operaio di una falegnameria) del 2007, il romanzo Cattedrale di Saverio Fattori – uscito a puntate sulla rivista digitale Carmillaonline – nel 2008 (poi pubblicato nel 2012 col titolo 12:47, strage in fabbrica).

Figli di operai e operai che adesso lavorano nell’industria editoriale, un collettivo di scrittori dove ci sono anche figli di operai, un collettivo di scrittori operai (il Collettivo Metalmente), un operaio disoccupato e un poeta assunto in una falegnameria.

Non solo romanzi-romanzi: spesso le forme dell’esposizione narrativa si ibridano mescolando memoir, storie di famiglia, inchiesta operaia, materiali d’archivio, reperti fotografici. E i risultati possono essere oggetti narrativi, ma anche poesie o graphic novel (o pièces teatrali operaie, come Meccanicosmo, la derivata scritta da due autori di Meccanoscritto, ossia Wu Ming 2 e Ivan Brentari, che proprio quest’autunno andrà in scena a Roma). E poi non c’è solo la narrativa working class, ad ogni modo: la vecchia letteratura industriale viene rilanciata dal lavoro di Angelo Ferracuti (che ripropone le figure di Volponi e Di Ruscio e usa al meglio la forma del reportage narrativo).

La domanda è: perché tutto questo avviene proprio oggi e non negli anni Settanta, quando il lavoro era un tema centrale e forti erano i conflitti sociali legati alle rivendicazioni della classe operaia?

La risposta che mi do è che la scrittura si costituisce, come il simbolo, nell’assenza, nella distanza. È qualcosa che unisce nella distanza. Quando la classe operaia era forte, non scriveva: l’egemonia ce l’aveva nella strada e la teneva a pugno chiuso in mano. Oggi che dobbiamo riformare un immaginario che è stato completamente devastato, bisogna ripartire, dai libri e dal conflitto. La nuova frammentazione dei processi produttivi impone infatti l’alternanza di periodi di iper-lavoro, con straordinari obbligatori, a periodi di disoccupazione coatta. Alcuni lavorano troppo, altri troppo poco. In questi periodi di distacco dal lavoro, la scrittura diventa un’occasione che si pone al lavoratore, ai nostri giorni spesso scolarizzato, di raccontare la propria esperienza e alimentare, con la penna, il conflitto. Per tenere unito, dentro di sé e attorno a sé, ciò che il Capitale divide.

Demonizzare la working class

«La classe operaia non c’è più». E quando c’è va demonizzata, attribuendole le stigma peggiori. Lo sentiamo dire continuamente, anche da sociologi e giornalisti: la classe operaia non esisterebbe più. Salvo evocarla come capro espiatorio a ogni giro di cronaca, ogni volta che i ceti dominanti lanciano il sasso e poi nascondono la mano: ora la classe operaia è accusata di aver mandato al potere Trump, ora di aver votato per la Brexit, etc etc. Le accuse di razzismo e maschilismo non mancano: inutile dire che questi fenomeni sono alimentati dai vertici politici e istituzionali, così come dalla stampa: la colpa è sempre della casalinga di Voghera o dell’operaio di Sesto, fatti risorgere alla bisogna per votare Lega.
La classe operaia viene così descritta in maniera fuorviante, caricaturale. Alla demonizzazione della classe operaia è dedicato un saggio magistrale dell’inglese Owen Jones. Scrive in Chavs (2011):

«The new Briton created by Thatcherism was a property-owning, middleclass individual who looked after themselves, their family and no one else. Aspiration meant yearning for a bigger car or a bigger house […] Those working-class communities who had been most shattered by Thatcherism became the most disparaged. They were seen as the leftbehinds, the remnants of an old world that had been trampled on by the inevitable march of history. There was to be no sympathy for them: on the contrary, they deserved to be caricatured and reviled». (Chavs, p. 71)
Le scritture operaie si propongono allora di raccontare da dentro la classe lavoratrice, demolendo gli stereotipi sulla working class. Ma il compito non è lineare: bisogna descrivere i tempi vivi della laboriosità umana e tempi morti del lavoro sfruttato, bisogna restituire l’ambiguità tra lavoro vivo e lavoro morto, tra lavoro come emancipazione e lavoro come estrazione di profitto, come aggressione dell’ambiente e della salute. Si tratta di realizzare con la scrittura un campo elettrico generato da cariche opposte.

If The Kids Are United. La narrativa working class in lingua inglese

Tuttavia a volte accadono cose strane. La classe, eliminata come idea, può rinforzarsi nella pratica. Anche perché se aumentano le diseguaglianze e non c’è mobilità sociale, hai voglia a cancellare il nome; la rosa rimane e punge.

E così, nonostante le condizioni avverse, la rosa continua a fiorire. E la sua voce a farsi sentire. Quando si parla di narrazioni working class, non si può fare a meno di confrontarsi con la scena britannica. È qui che la working class si è formata con la rivoluzione industriale, è da qui che arrivano i suoi contributi più significativi in ambito culturale. La working class inglese ha dato forma al costume, alla musica, alle tendenze, alle mode, al calcio, così come li conosciamo. E anche nel campo della scrittura, rimane l’esempio da seguire.

Per farsi un’idea del mondo della cultura di strada working class britannica, può essere utile leggere Congratulazioni. Hai appena incontrato la ICF di Cass Pennant e i romanzi di John King, a partire da Fedeli alla tribù, mentre il mondo della cultura working class degli ultimi anni, quelli successivi alle trasformazioni imposte da Margaret Thatcher, è ben illustrato nei romanzi di Anthony Cartwright (in particolare Heartland) e nel bellissimo Voglio la testa di Ryan Giggs di Rodge Glass. Si veda, come esempio di una delle prime opere di questo filone, il magistrale Sabato sera, domenica mattina di Alan Sillitoe. I romanzi dello scozzese Irvine Welsh sono in gran parte afferenti allo scenario della narrativa working class britannica. I suoi protagonisti altro non sono che i figli dei vecchi stivatori dei moli scozzesi, costretti dalle riforme della Thatcher, che hanno deindustrializzato il paese, a usare le sostanze per affrontare la terra bruciata, la waste land creata dai Tory e dal New Labour.

La rosa fiorisce a Oriente...

...dove sorge il sole. Dove si sposta la produzione, si forma la classe. Nei paesi i in cui la classe operaia si sta ricomponendo velocemente, cominciano ad affiorare scritture operaie.

La Repubblica del 4 maggio 2017 riportava un articolo sulle brevi composizioni poetiche, redatte direttamente dagli operai che lavorano nelle fabbriche di cellulari in Cina, come la Foxconn. Poesie brevissime, scritte nei cellulari, come forma di sabotaggio dei tempi rapidi della catena di montaggio.
L’articolo italiano sembra sintetizzare un più dettagliato articolo scritto in inglese su Lit Hub: «The Cinese Factory Workers Who Write Poems on Their Phones».

Sempre dalla Cina arriva la notizia di un bestseller working class, il racconto pubblicato on line Io sono Fan Yusu.
È la storia di una lavoratrice migrante arrivata a Pechino dalla campagna, segnalato su Internazionale del 12 maggio 2017. È un racconto breve, bellissimo, un memoir che interseca questioni di classe e di genere, scritto da una lavoratrice migrante (anzi, meglio sarebbe dire una “nuova operaia”, come questi lavoratori vogliono essere chiamati). Il prisma di classe si sovrappone a quello di genere e a quello etnico, il genere e l’etnicità non annullano le questioni di classe ma le polarizzano, le restituiscono con bordi più contrastati, meglio delineati. Il racconto di Fan Yusu è un esempio clamoroso di scrittura working class. L’autrice deve sicuramente la sua forza narrativa alle tantissime letture che emergono nel corso del suo racconto, ma anche dai corsi di scrittura che i nuovi operai della comunità operaia di Picun, ai bordi dell’area metropolitana di Pechino, stanno organizzando. Picun è un incredibile progetto sociale, una città operaia di lavoratori migranti, con discreti margini di autogestione, con scuole autogestite e laboratori di teatro e di musica e di folclore.

Contro il sessismo

Le scritture working class in lingua inglese hanno un limite: sono piene di testosterone, cariche di risse, scritture di autori maschi per un pubblico di maschi. Le cose però stanno cambiando in meglio con gli autori dell’ultima onda, come Cartwright.

Dal canto loro, le scritture working class italiane degli ultimi anni hanno una diversa sensibilità di genere, forse perché sono piuttosto recenti e godono di un punto di vista che rifiuta il maschilismo. Alcune autrici sono donne: è il caso di Baldanzi, o di Valentinis, o di alcune operaie che fanno parte del collettivo Metalmente.

Questo fatto rappresenta una trasformazione importante nella maniera in cui la working class si rappresenta: la nuova classe lavoratrice non è fatta di operai maschi dell’industria pesante con le mani sporche di grasso ma di uomini e donne che lavorano nei servizi, nelle pulizie, nei negozi, nei supermercati, nella logistica, negli ospedali. È una classe lavoratrice in cui le donne sono rappresentate tanto come gli uomini, ed è una classe lavoratrice fatta anche di lavoratori migranti, che spesso rappresentano l’avanguardia delle lotte, soprattutto nel campo della logistica. Una classe lavoratrice con livelli di alfabetizzazione più alti rispetto al passato, anche se paga il prezzo di un’intelligenza sociale sempre più spianata verso il basso. Ma non è certo colpa della classe lavoratrice se in Italia non si leggono più giornali e libri, o non si fanno più dibattiti decenti. O no?

Raccontare il disastro industriale e ambientale

La classe operaia ha lavorato a rischio per decenni. Sull’orlo della malattia professionale e dell’incidente, sul baratro della nocività, a un passo dal disastro industriale e ambientale. Il lavoro a rischio della classe operaia va raccontato fino alle sue estreme conseguenze: il disastro ambientale e industriale. Senza logiche vittimarie: prima che vittime, i vecchi operai sono testimoni di un abuso patito sulla propria pelle. Da Taranto a Bhopal, da Marcinelle a Casale Monferrato, la nostra eredità working class ci impone di raccontare i disastri imposti dalle logiche del profitto alla salute e all’ambiente: dal lavoro a rischio alla deindustrializzazione selvaggia che si lascia alle spalle inquinamento e bonifiche mai realizzate. Uno storytelling del disastro che metta assieme questioni ambientali e questioni di classe, laddove le retoriche mainstream tendono a separare i temi per meglio imbrigliarli, mettendo poi i lavoratori con le spalle al muro, a scegliere tra occupazione o inquinamento. Ossia a non scegliere ma a subire politiche industriali devastanti e fallimentari.

Uso del linguaggio tecnico dell’industria

Il linguaggio tecnico e settoriale del lavoro industriale può essere una delle caratteristiche della narrativa working class. Ci sono lavori operai che richiedono competenze, sapere, studi: l’immagine dell’operaio dequalificato, che compie solo mansioni semplici e frammentate, non copre l’intera gamma del lavoro operaio. Il linguaggio del lavoro si costruisce con l’esperienza sul campo. Faccio una semplice osservazione. Quando una persona comune, magari con laurea, entra in una ferramenta, spesso si trova priva di parole per designare gli oggetti. Sono tutte cose che cosano. Per fortuna l’addetto alle vendite è spesso un buon semiologo (anche se ha fatto l’Iti o il professionale) e cercherà di tradurre quella richiesta generica in un oggetto specifico. Al contrario, un operaio in ferramenta si trova nella propria zona di confort. Ogni cosa su quegli scaffali ha il suo nome e la sua misura. Questo accade anche in Inox, il romanzo di Eugenio Raspi che racconta il lavoro nelle acciaierie di Terni. Qui il linguaggio tecnico diventa davvero il punto di forza della narrazione. Ci sono competenze operaie che vanno raccontate con le parole del gergo tecnico.

La morte del Vecchio e il pride

Alcuni dei racconti della narrativa working class italiana hanno a che fare con la scomparsa del vecchio (Amianto, Ferriera, La fabbrica del panico). Tornano attuali le parole di Wu Ming 1 sul mitologema della morte del Vecchio:

«Diverse opere scritte oggi registrano la nostra condizione di postumi, e la rappresentano in allegoria, un’allegoria profonda. Molti dei libri che ho definito New Italian Epic trattano del buco lasciato dalla morte di un "Vecchio", un fondatore, un leader o demiurgo. A volte proprio questo epiteto è usato come antonomasia: "il Vecchio"». (New Italian Epic, p. 45)
La morte del vecchio padre operaio porta il giovane a riflettere sulla propria storia, a scrivere terapeuticamente per elaborare il lutto. A gettare ponti tra generazioni e infine a diventare lui stesso padre. Partorendo allegoricamente la nuova working class che porterà i geni della vecchia classe operaia ma li ibriderà con la nuova classe lavoratrice transnazionale, migrante e meticcia.
Con orgoglio.

Raccontiamo la bellezza del tempo vivo fuori dal lavoro morto, l’inganno della retorica della meritocrazia, la mobilità sociale che era solo una carota che nascondeva il bastone, le fabbriche chiuse per fare campo bruciato, per distruggere le comunità, le città operaie. Non serve mobilità sociale, non vogliamo uscire dalla miseria e diventare classe media, lasciando gli altri indietro, salvandosi il culo da soli: vogliamo combattere la miseria, per tutta la classe. Pride.

Qualche appunto ad uso personale sulle scritture operaie

[Doverosa precisazione: le prospettive che seguono sono valide solo per l’estensore delle seguenti note. In particolare queste linee guide valgono per Amianto e per il resto della trilogia working class la cui gestazione è in corso d’opera]

1. Niente approcci vittimari

Con le nostre storie working class non vogliamo che il lettore ci venga a battere lacrimevoli pacche sulle spalle. Niente commiserazione. Non siamo vittimisti. Rappresentiamo i proletari di rado come vittime, piuttosto come protagonisti di movimenti sociali, di un periodo storico, di cambiamenti e trasformazioni.

2. Umorismo di contrasto

Se vi facciamo commuovere, non pensiate che godiamo delle vostre lacrime. Se vi facciamo ridere, non pensiate che vogliamo intrattenervi. Bisogna mescolare tragedia e commedia, l’umorismo e la tensione emotiva del dramma. Quando la classe lavoratrice era raccontata dall’esterno, emergevano la tristezza, l’alienazione, la sofferenza, come nei romanzi della letteratura industriale. Dall’interno, bisogna raccontare anche l’orgoglio, che è ormai quasi scomparso, di vivere e crescere nella classe operaia. E l’umorismo, che è la nostra unica successione, l’eredità che si riceve nella cultura popolare. Per questo i nostri racconti devono essere carichi di umorismo, ma devono anche sapersi rovesciare nel suo opposto: la tristezza, la tragedia. La vita operaia è fatta di opposti e serve tutta la forza di un saldatore per tenerli assieme. (Esempi di umorismo: gli aneddoti di Amianto; la tavola zoomorfa dei moccoli in Ferriera; il personaggio dell’operaio “coatto” dell’Infrastoria #9 di Meccanoscritto; i personaggi dell’osteria di Storie dal fondo di Santarossa).
Questa è anche una tecnica di lotta. Ricordatevi di Ali contro Foreman. Vi faccio venire sotto. Vi lancio un aneddoto, ridete. Vi siete scoperti: destro d’incontro con una legnata emotiva al fegato. Accusate il colpo, incassate a fatica. Cambiate di guardia, finto con un’altra battuta e vi lancio un rapido job di sociologia, siete rimasti sguarniti da lato del materialismo storico. Andate a terra. Se cadete knock-out, è perché siete ancora vivi. Quel dolore è la vostra umanità.

3. Responsabilità

Se parliamo di noi e delle nostre famiglie, non lo facciamo per narcisismo. Le storie familiari diventano storie esemplari. Se diciamo “io”, lo facciamo ancora non per culto della personalità, ma per un’assunzione di responsabilità su quel che raccontiamo.

4. Preferiamo i punti di vista obliqui

Ci infiliamo nelle storie di soppiatto, come cani in chiesa, come contadini nella casa del padrone. Il realismo è una delle tante possibilità espressive ma non è un dogma: il punto di vista angolare può favorire una deformazione prospettica. Il grandangolo ingrandisce e curva la materia. Il teleobiettivo esalta il primo piano e mette fuori fuoco lo sfondo. Poi restringiamo il diaframma e il contesto torna visibile. Raccontiamo la realtà ma lo sguardo sulla realtà enfatizza ogni volta un dettaglio distinto. La fotografia, che è considerata un’arte realista, deforma l’oggetto che riproduce. E così fa la scrittura. Bisogna scrivere con una macchina fotografica dentro la propria testa, come farebbe Dziga Vertov. E usare la teoria del montaggio di Ėjzenštejn per mettere in tensione i piani e i volumi. Carattere ellittico della narrazione che procede a balzi, con salti di montaggio in cui il non detto ha un valore concettuale espresso dalla dialettica delle parti accostate.

5. Meglio le narrazioni ibride...

...che il romanzo-romanzo. Del resto il romanzo è stata la forma espressiva in cui la borghesia si è rappresentata, da Defoe in avanti. Ma attenzione: stanno giù trasformando gli ibridi in forme pseudo-ribelli. Toccherà inventarsi qualcos’altro. Ma non sarà un problema: con la fiamma ossidrica della scrittura, bisogna saper plasmare e sagomare ogni materiale. Bisogna saper fare della scrittura quel che il falegname fa del legno e il saldatore del ferro.

6. Taglio da western crepuscolare

Raccontare i metalmeccanici come eroi working class sul viale del tramonto. Come il western crepuscolare di Peckinpah. Finita la stagione delle ombre rosse, l’(anti)eroe del passato, sconfitto, muore privo di eroicità, per raccontare la fine di una stagione della grande epopea operaia.

7. Una lingua antiretorica

Dopo questi richiami alla classe lavoratrice, vi aspetterete pesanti paragrafi densi di ideologia. Al contrario: al classismo della neolingua padronale, rispondere con le metafore vive di una politica che comincia dal corpo (sfruttato, tartassato) dei protagonisti delle storie. Usare l’umorismo per coibentare il calore eccessivo delle vicende. Raccontare storie operaie senza perdere la tenerezza.

8. L’atlante delle memorie operaie

Riprendendo una suggestione di Tronti, le memorie operaie, in forma fotografica, diaristica, narrativa o cinematografica, possono andare a costruire un atlante, sulla falsa riga del progetto iconografico di Aby Warburg. La costruzione di queste memorie può costituire un passaggio di testimone verso la nuova classe lavoratrice del futuro.

9. Dimensione dell’allegorico e del perturbante

Il drago della fabbrica di Busalla in Amianto, ad esempio. Mostruosità del sistema di sfruttamento del lavoro rappresentato con forme in certo modo oscene, che si fatica con la narrativa, soprattutto col realismo, a far stare in scena, a mettere in campo.

Infine:

10. Il test del babbo

Partiamo dalla lezione del metodo della scuola di Barbiana:

  1. Avere qualcosa di importante da dire che sia utile a chi legge.
  2. Sapere a chi si scrive.
  3. Raccogliere tutto quello che serve.
  4. Trovare una logica su cui ordinarlo.
  5. Eliminare ogni parola che non serve.
  6. Eliminare ogni parola che non usiamo parlando.
  7. Non porsi limiti di tempo.

Questo metodo, almeno in parte l’ho usato in Amianto in una forma un po’ diversa: io lo chiamavo «il test del babbo». Ossia, alla fine di ogni pagina mi chiedevo se mio padre o i suoi colleghi di lavoro avrebbero potuto apprezzare la pagina che avevo scritto o l’avrebbero considerata astrusa, o fighetta, o comunque lontana dai propri interessi. In questo senso, scrivevo deliberatamente per gli operai. Mi interessava che un operaio pensionato nato nel ‘45, o un suo giovane collega nato negli anni Ottanta fossero in grado di leggere il mio libro e di apprezzarlo a pieno. A dire il vero, non scrivevo solo per la vecchia classe operaia, ma anche per la nuova: un working poor, un precario dell’editoria con laurea, di estrazione sociale proletaria, o un figlio della classe media proletarizzata, costretto a fare un minijob per integrare le magre rendite di un lavoro da impiegato, è comunque parte della nuova working class. E confidavo che in quella pagina si ritrovasse e si riconoscesse anche lui. O lei.

Infine: leggere e sognare nel sogno degli altri

Rincorrere il centro è una delle abitudini della politica degli ultimi anni. Una strategia seguita anche dall’industria editoriale, che ha rincorso la classe media nella convinzione che lì si trovasse la nicchia di lettori disposti a comprare libri. Ma la borghesia italiana di rado è giacobina e illuminata. Eppure le classi popolari hanno sempre avuto un rapporto molto forte con la lettura: lo scrittore argentino Roberto Arlt racconta in una delle sue acqueforti asturiane di aver visitato una delle zone più rivoluzionarie della Spagna, poco prima della guerra civile, trovando i piccoli artigiani e gli operai intenti a leggere romanzi ai loro compagni non alfabetizzati. E anche in Toscana gli alabastrai di Volterra, perlopiù anarchici, insegnavano ai ragazzi che prendevano a bottega prima di tutto a leggere, usando ovviamente i giornali rivoluzionari. La vecchia classe operaia era fiera di leggere. Nella cetomedizzazione degli anni Ottanta-Novanta, tanto si è perso. Ma si è perso lettori nella classe operaia anche perché si sono vendute storie che non parlavano di loro. Quando Vasco Pratolini, tra i pochi scrittori italiani emersi da un ambiente popolare, si recò negli anni Cinquanta a presentare Metello di fronte a un pubblico foltissimo di minatori in Maremma, dovette autografare centinaia di copie del suo romanzo. Ma la storia di Metello parlava ai minatori maremmani e loro si riconoscevano nel personaggio del popolano fiorentino. Oggi l’industria culturale non può lamentarsi se le classi subalterne non leggono più, se i libri si pubblicano in tirature ridicole: continuate a pubblicare storie che non parlano del vissuto della gente che ogni giorno lavora, e lavora male, e lavora sfruttata. Avete infilato nella testa della classe lavoratrice sogni che non sono i suoi. Qualcuno può leggere per evadere, per infilarsi nei panni dei quattrinai, qualcun altro per riuscire ad addormentarsi. Ma chi legge per capire la propria realtà e trasformarla, perché mai dovrebbe leggere i libri che i vostri uffici marketing suggeriscono di mandare in stampa?

Fonte: Giap

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