Nota quotidiana

Nella fucina dei Wu Ming

Simona Maggiorelli (da Left)

Il nuovo progetto collettivo di questa impegnata e imprendibile band di romanzieri è una collana di libri per le edizioni Alegre. Intervista a Wu Ming 1 su Quinto tipo.

Con i primi tre titoli - Diario di zona di Luigi Chiarella, la riedizione de Il derby del bambino morto di Valerio Marchi e Il tenore partigiano di Lello Saracino - prende forma la collana che il collettivo Wu Ming firma per le edizioni Alegre. Un trittico a cui presto si aggiungeranno altri «titoli orbitanti», annuncia Wu Ming 1: «Alcuni già in corso di stesura, altri ancora in fase di ideazione. Sono 4 o 5, ma è presto per anticipazioni».

Come è nata la collana e qual è il filo rosso?
Tutto parte da Stefano Tassinari, che ha gettato l’ennesimo ponte della sua vita, prima di morire. Se il movimento antagonista avesse un Genio Pontieri, lui ne sarebbe stato il generale. Ha messo in contatto le edizioni Alegre e un “giro” bolognese di compagne/i, che già si incontrava nelle riunioni della rivista Letteraria. Così ho iniziato a consigliare titoli ad Alegre, e la collaborazione si è infine strutturata in una collana, Quinto Tipo, dedicata - eccolo, il filo rosso - a quei libri che non sono né saggistica né narrativa e attraversano diverse tematiche sperimentando diverse scritture, quelli che di solito i librai non sanno bene dove collocare.

Come sta evolvendo il progetto di Wu Ming dopo L’armata dei sonnambuli (Einaudi), che raccontava la rivoluzione francese da un punto di vista inedito come il mesmerismo?
L’armata dei sonnambuli è stato il nostro ultimo romanzo storico. Dopo vent’anni passati a esplorare quella forma e a sperimentare lungo i suoi bordi, ne siamo usciti e applichiamo ad altre scritture le lezioni che abbiamo appreso. Il nostro ultimo lavoro collettivo è uscito per Electa Kids si intitola Cantalamappa, ed è un libro per bambine/i, ancorché sui generis Il prossimo sarà una narrazione straniante sulla prima guerra mondiale. Quanto ai lavori “solisti”, ognuno di noi ha titoli in uscita o in fieri, e nessuno di questi è un romanzo storico. Io ho appena pubblicato con Rizzoli Cent’anni a Nordest, una sorta di reportage narrativo sulle contraddizioni di quella parte d’Italia nel centenario della Grande guerra.

I Wu Ming non si sono limitati a un lavoro d’inchiesta a più mani, ma hanno sperimentato nuove forme narrative e di creatività di gruppo. Che cosa significa per te oggi un progetto di scrittura collettiva?
Che esiste la creatività collettiva non l’abbiamo certo dimostrato noi! Da che mondo è mondo si fanno cose insieme. Bisogna restringere un po’ il raggio, per capire in cosa siamo stati e siamo. Un nostro motto è: “Un po’ più di quel che ti aspetteresti da una band di romanzieri”. Cosa ci si aspetta da una band di romanzieri? Dopo un primo istante di stupore, dato che prima di noi non ne esistevano, ci si aspetta che scriviamo romanzi. E lo facciamo. Insieme a un bel po’ di altre cose di cui ci si accorge man mano.

Il lavoro collettivo avvviato da Vanni Santoni?
È completamente diverso dal nostro. In quel caso si parte dalla procedura (non a caso è scrittura “industriale”). Noi partiamo dalla convivialità. Se c’è questa, le procedure vengono da sé. Comunque massimo rispetto per quel progetto.

Dal 12 al 14 giugno sarete a Roma per il festival di Letteraria. Un’eccezione?
Siamo sempre andati a pochi festival, con una scelta molto oculata, perché detestiamo le grandi kermesse e anche certe artefatte sagre culinarie di paese “travisate” da appuntamenti letterari. Quello di Letteraria però non è un festival, è praticamente il congresso annuale che Alegre tiene a porte aperte, anzi, spalancate. Si incontrano i vari collaboratori della rivista, si presentano i vari progetti, si tracciano linee per il futuro.

(6 giugno 2015)

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