Corrispondenze

Nel precipizio sordo del mondo

Simone Pieranni*

Lorenzo Declich in Giulio Regeni le verità ignorate riesce a tenere una linea narrativa che ci permette di addentrarci in un paese, l’Egitto, nel quale la morte di un ragazzo precedentemente scomparso, non è purtroppo un fatto eccezionale.

È sempre un bel rischio per uno studioso decidere di sperimentarsi con un instant book. Tanto più se l’argomento al centro del libro è la morte di un ragazzo in un paese straniero; un omicidio immondo, dopo giorni di torture, che ha lasciato tutti sgomenti e sul quale ancora oggi non esiste uno straccio di verità, anzi, non si contano i depistaggi e le falsità, i complottoni e le bieche ricostruzioni.

Lorenzo Declich in Giulio Regeni le verità ignorate (Alegre edizioni, 14 euro) riesce, invece, a tenere una linea narrativa che ci permette di addentrarci in un paese, l’Egitto, nel quale la morte di un ragazzo precedentemente scomparso, non è purtroppo un fatto eccezionale. Il volume riesce a essere coerente, proprio perché fugge dall’instant, per immergersi in un quadro complessivo di quello che è l’Egitto oggi. Declich mette in fila quegli elementi che determinano la situazione attuale del paese: una realtà che a causa delle amicizie tra Egitto e Italia è stata quasi sempre riposta in secondo piano, per essere sostituita da articoli e commenti miranti a sottolineare l’importanza strategica di al Sisi per l’Italia, sia da un punto di vista economico per i tanti accordi in ballo (su questo c’è una capitolo ad hoc nel volume in cui si sottolinea la storica presenza economica italiana nel paese, che non nasce certo in questi giorni), sia per gli equilibri geopolitici dell’area. Per la quasi totalità dei media nostrani, fino alla morte di Giulio Regeni, l’Egitto era un paese amico, baluardo della lotta all’antiterrorismo e alleato di Roma nell’area – specie con riferimento alla Libia.

L’informazione italiana non faceva pensare alla possibilità che dietro quella patina di rispettabilità che veniva raccontata, per quanto in modo saltuario, si nascondesse un regime basato sul sospetto, la paranoia e la repressione. Un paese nel quale, purtroppo, la scomparsa e la morte di un ragazzo non vanno a costituire un evento eccezionale, degno di ricostruzioni troppo articolate: è la normalità nell’Egitto di al Sisi.
Giulio Regeni era uno studioso come tanti ce ne sono in giro per il mondo, animato dalla voglia di comunicare quanto scopriva durante le sue ricerche universitarie. Non è un caso che il suo articolo (a quattro mani) sui sindacati egiziani su cui tanto si è speculato, sia arrivato al manifesto che – dal golpe di al Sisi fino a oggi – si è occupato dell’Egitto (come di altre aree del mondo) in modo quotidiano, denunciando gli abusi e le metodologie di gestione del potere da parte di al Sisi e la complicità diplomatica di Roma. Ricercatori, professori, accademici in giro per il mondo spesso vedono nel manifesto lo strumento per regalare ai suoi lettori uno spaccato dei paesi in cui vivono; testimonianze che quasi sempre forniscono informazioni molto più complete – calde, vissute e ragionate – di quelle cui siamo abituati.

Giulio Regeni, quindi, è stato il testimone di tutto quanto racconta Declich nel libro e attraverso l’università e la sua carriera e quel primo pezzo mandato al manifesto, voleva descrivere esattamente questo: il clima pesante e tetro di un paese all’interno del quale si annida il dissenso, attivando così una contronarrazione di quanto eravamo abituati a leggere sull’Egitto. Nel volume, Declich ritrae un paese completamente in balia del suo leader, nel quale però sembrano annidarsi continui focolai di protesta. A questo riguardo viene fatto l’esempio della Cina, benché in realtà Pechino dimostri che il livello di paranoia non è da considerarsi per forza di cosa esemplificativo della fragilità del paese. In Cina il sospetto è generale, la repressione è dura, ma il Pcc ha il pieno controllo della situazione. Ben pochi cinesi riuscirebbero a immaginare, ora, un futuro che non veda il Pcc comandare il paese. In Egitto sembra esserci una situazione diversa: ed ecco che insieme alla necessaria denuncia del clima politico, studiare – come faceva Regeni – una delle forme di resistenza al potere diventa pericoloso. Specie in un paese in cui non è eccezionale la scomparsa di chi manifesta – o pare manifestare – un dissenso.

Fonte: http://ilmanifesto.info/nel-precipizio-sordo-del-mondo/