Corrispondenze

Morales, una bella sorpresa per il futuro della rivoluzione bolivariana

di Antonio Moscato

Il presidente boliviano ha vinto le elezioni con una maggioranza del 63% e con una spettacolare rimonta nelle zone che avevano minacciato la secessione. Ci sono le possibilità per un rilancio forte della rivoluzione bolivariana in tutto il continente

La vittoria di Evo Morales nelle elezioni presidenziali del 6 dicembre ha superato tutte le previsioni. La maggioranza del 63% è basata sulle percentuali altissime nelle zone andine (che superano spesso il 90%) ma anche su una spettacolare rimonta nelle zone che avevano minacciato la secessione: della cosiddetta “mezzaluna” conservatrice, composta di cinque province, solo due (Beni e Santa Cruz) sono rimaste alla destra, ma con maggioranze ridottissime. È una bella sorpresa. La novità rappresentata dalla vittoria di Evo nel 2005 si è consolidata.
La Bolivia è il paese che aveva avuto la maggiore instabilità negli ultimi centocinquanta anni: in media più di un golpe all’anno, realizzati da un esercito corrotto e inefficace all’esterno (la Bolivia ha perso tutte le guerre, ed è stata decurtata di oltre la metà del suo territorio) ma spietato contro il proprio popolo.
Eppure in alcuni momenti c’erano stati presidenti di segno diverso: già nell’Ottocento c’era stato un primo indigeno, Manuel Belzu, che era stato presidente dal 1848 al 1855, e che aveva cacciato in malo modo l’ambasciatore britannico; nel XX secolo era nato il Movimiento Nacionalista Revolucionario, che aveva portato al potere nel 1943 il generale Gualberto Villarroel, che aveva permesso la creazione della Federación de Mineros, guidata da Juan Lechín, e aveva organizzato il primo congresso indigenista, che aveva abolito il pongueaje (un sistema di corvées gratuite). Villarroel era stato rovesciato e assassinato nel 1946 da una rivolta di segno ambiguo, di destra ma appoggiata dai comunisti, che lo bollavano come “fascista” perché era anti USA (erano gli anni della grande alleanza tra URSS e USA, in cui anche i comunisti cubani appoggiavano Batista...).
Appena pochi anni dopo il leader del Mnr, Víctor Paz Estenssoro, era stato eletto presidente, ma un colpo di Stato reazionario gli aveva impedito di assumere l’incarico: allora una straordinaria mobilitazione di massa appoggiata dai sindacati dei minatori, e dai contadini in armi, lo aveva portato nel 1952 alla testa del paese. Sotto la pressione delle masse in armi l’esercito era stato sciolto, e Víctor Paz Estenssoro era stato costretto a mantenere tutte le promesse fatte: varare una radicale riforma agraria, nazionalizzare le miniere, concedere il diritto di voto alle donne e agli analfabeti, istituire scuole in tutto il paese. Guevara, che aveva visitato il paese in quell’anno era stato colpito dal radicalismo delle masse, ma anche dal permanere di pregiudizi e differenziazioni (gli indigeni, prima di entrare nel Palazzo, venivano spruzzati di DDT...).
Già pochi anni dopo era cominciata l’involuzione dello stesso MNR, e sotto la seconda presidenza Estenssoro si era riorganizzato un esercito di mestiere, che nel 1964 assumeva tutto il potere sotto la guida del generale Alfredo Ovando Candía... quello contro cui combatterà il Che.
Poi, dopo la breve parentesi del presidente progressista generale Torres e della “Comune di La Paz”, come veniva chiamata l’Assemblea Popolare del 1971, ci furono anni e anni di dittature spietate e di distruzione della industria mineraria. Quello che restava era sottoposto a privatizzazioni selvagge.
Arrivati in fondo all’abisso, cominciava una straordinaria ripresa del movimento di massa, che negli ultimi dieci anni ha occupato le strade contro le privatizzazioni (Guerra dell’acqua e del gas) e ha costretto alle dimissioni sia i presidenti eletti sia i loro sostituti, fino a cominciare una riscossa elettorale, con percentuali crescenti, che è culminata nel 2005 nella prima vittoria di Evo Morales. Evo era un sindacalista che aveva organizzato i contadini cocaleros, e che si era proiettato a livello nazionale col MAS (Movimiento al Socialismo) ottenendo già il 20,9% dei voti nel 2002. Nel 2005 aveva ottenuto il 53,7%, ma senza una maggioranza assoluta nel parlamento.
Il 63% raggiunto ora da Evo, sommato al risultato del suo partito, che ha ottenuto i due terzi dei seggi dell’Asamblea Nacional, gli dà la possibilità di concretizzare il suo programma senza ostacoli, dato che la destra è in crisi acuta di fronte all’alleanza che si è delineata tra contadini poveri, lavoratori e popolazione urbana. Ancor più significativo il voto massiccio per Evo dei boliviani emigrati per lavoro nel resto dell’America Latina, negli USA e in Europa.
In questa fase la Bolivia può diventare la forza trainante dello schieramento progressista di tutto il continente. Evo può far approvare tutte le leggi che vuole, non è più impastoiato dalla resistenza della destra nel Senato.
Vedremo soprattutto se avvierà una profonda riforma agraria, affidando le terre ai contadini e alle comunità per ridurre la dipendenza alimentare dall’estero e se consoliderà il recupero delle ricchezze minerarie a favore dello sviluppo del paese.
Ci sono le possibilità per un rilancio forte della rivoluzione bolivariana in tutto il continente, tanto più necessario in una fase in cui gli Stati Uniti stanno preparandosi per il futuro istallando basi militari in Colombia, e contando su possibili complicità nelle alte gerarchie militari boliviane, equatoriane, boliviane (per non parlare di quelle brasiliane, cilene o argentine...).
Le illusioni in Obama sono svanite, anche dopo l’esperienza dell’Honduras: l’unica certezza è il consolidamento del rapporto di ogni governo di sinistra con la propria base sociale, per impedire ogni tentazione golpista.

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