Cronache dalla crisi

Marchionne al governo: Termini Imerese chiuderà. In piazza la protesta operaia

di Daniele Nalbone

«Abbiamo un ambizioso piano». L'amministratore delegato del Lingotto ha così definito il progetto di «conciliare i costi industriali con la responsabilità sociale». In piazza la manifestazione operaia, indetta dai sindacati di base: «Pronti a difendere gli stabilmenti»

Termini Imerese chiuderà alla fine del 2011. E’ questa la peggiore notizia che arriva dall’incontro sulla Fiat ancora in corso a Palazzo Chigi tra Governo e sindacati. L’amministratore delegato della casa automobilistica, Sergio Marchionne, non ha lasciato molte speranze ai lavoratori siciliani e ha gettato ancor più nello sconforto quelli di Pomigliano d’Arco e Arese. «Abbiamo un piano ambizioso per la Fiat». Così ha esordito il supermanager della Fiat, presentato all’illustre platea da una battuta (fuori luogo, visto il momento drammatico per migliaia di lavoratori) dal sottosegretario Gianni Letta: «Parlerà in americano o in italiano»? Ha parlato in italiano, ed è stato più chiaro che mai: l’ambizioso piano altro non significa per Sergio “l’americano” che «conciliare i costi industriali con la responsabilità sociale». Ad ascoltarlo erano presenti i ministri Scajola (Sviluppo Economico), Sacconi (Lavoro), Fitto (Affari Regionali) e Prestigiacomo (Ambiente) e i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Epifani, Bonanni e Angeletti. L’ambizioso piano di Fiat significa consolidamento dell’accordo con Chrysler e investimenti, in Italia, di 8 miliardi in due anni, undici nuovi modelli auto ma, soprattutto, tagli. Di lavoratori. Di stabilimenti. Per motivare la chiusura di Termini Imerese, «stabilimento in perdita che non possiamo più permetterci», Marchionne ha preso ad esempio la produzione in due paesi “sui generis” come Brasile e Polonia: «in Italia ci sono 5 stabilimenti e 22mila occupati per 650mila vetture; in Polonia 1 stabilimento e 6mila occupati per 600mila vetture; in Brasile 1 stabilimento e 9400 occupati per 730mila vetture». «Potremmo trasferirci tutti a Rio De Janeiro» scherza un lavoratore di Pomigliano d’Arco in presidio sotto la pioggia battente fuori da palazzo Chigi, «ma col culo che abbiamo noi operai Fiat, finiremmo alla periferia di Varsavia». Non proprio la stessa cosa… Il problema, quindi, per Fiat è la forte disparità dei livelli di utilizzo della manodopera tra gli stabilimenti italiani ed esteri. Perciò «dobbiamo affrontare il problema di petto» ha aggiunto Marchionne. «Se non lo facessimo, sarebbe la rovina». Decisioni giudicate «inaccettabili» dal segretario nazionale della Fiom Cgil, Giorgio Cremaschi, che dal sit-in di piazza Montecitorio ha spiegato che «su queste basi non è possibile nessun accordo. Non tratteremo mai per la chiusura degli stabilimenti e il governo deve battersi per imporre la non chiusura di Termini Imerese». Sulla stessa linea il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani: «se si perde un centro produttivo nel Mezzogiorno difficilmente lo si può sostituire». Anche la Cisl, tramite il segretario Raffaele Bonanni, ha sottolineato la necessità di salvare Termini Imerese, «una realtà che non può essere abbandonata a se stessa e per la quale ci vuole un tavolo immediato». In tutto questo il governo è apparso finora come spettatore non pagante. Poche parole e confuse in attesa di un tavolo che il ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola, si è impegnato a convocare «al più presto» tra la Fiat e i sindacati per approfondire il piano industriale in relazione al futuro (o meglio, al non futuro) dello stabilimento di Termini Imerese. Delusi, sempre più arrabbiati, ora “ufficialmente” spaventati per un futuro sempre più nero, alla fine dell’incontro i 400 lavoratori Fiat di Termini Imerese si sono spostati verso Termini (stazione) per fare rientro in Sicilia con un treno speciale. Per molti “lavoratori qualsiasi” sarebbe già bastata un’intera notte in treno di Roma. I più forti sarebbero vacillati sotto l’acqua che sta bagnando, dalla mattina, la capitale. Ma per fiaccare le resistenze dei circa mille operai della Fiat che dalle 16 hanno presidiato Palazzo Chigi per tutta la durata dell’incontro tra i vertici del Lingotto, del governo e dei sindacati ci vuole ben altro. Sono arrivati questa mattina da Termini Imerese, Pomigliano D’Arco e Arese mentre i loro colleghi rimanevano in presidio nelle fabbriche o, come accaduto nel napoletano e nel palermitano, riempiendo le sale consiliari dei comuni. Stamattina a Temini Imerese, in un Consiglio comunale straordinario, si è affrontata proprio la situazione dello stabilimento siciliano. Anche stanotte, invece, alcuni operai di Pomigliano d’Arco hanno dormito nell’aula consiliare del Comune e, per l’occasione hanno calato uno striscione dalle finestre, “Il futuro della Fiat di Pomigliano passa attraverso la riconferma dei 93 contratti atipici” accompagnato dallo slogan “Adda passà a’ nuttata”. Nel primo pomeriggio una delegazione di questi operai provenienti dalla ex Dhl Automotive, i cui contratti sono in scadenza tra il prossimo 31 dicembre (per 42 operai) e il 31 marzo 2010 (per gli altri 51), accompagnata dal consigliere regionale Michele Caiazzo (Pd) e dal segretario campano della Cgil, Federico Libertino, è stata ricevuta dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: «abbiamo spiegato al Presidente la difficile situazione delle famiglie “Fiat” di Pomigliano e gli operai hanno chiesto a Napolitano di farsi loro portavoce presso la Fiat e il Governo in difesa del posto di lavoro». Come detto, il clima di Roma che ha accolto i lavoratori Fiat non era dei migliori, e non solo per la pioggia battente. Nulla di buono era previsto dall’incontro e, alla fine, nulla di buono è uscito da Palazzo Chigi, soprattutto per gli operai di Termini Imerese che dalla piazza ora avvertono: «faranno i conti con noi. Sarà un natale di lotta».

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