L'esponente radicale in sciopero della fame e della sete per la mancanza di visibilità della sua lista. La denuncia viene fatta a Milano dove è candidata contro Pd e sinistra. Mentre a Roma capeggia l'intera coalizione. C'è chi si chiede se vuole perdere. Noi chiediamo alla sinistra che l'appoggia: ne vale la pena?
Emma Bonino prende per un giorno la ribalta politica non grazie a qualche proposta particolarmente pungente per la Regione Lazio ma in virtù di una storica battaglia radicale, quella per la «pluralità e correttezza delle informazioni» per far sì che la campagna elettorale costituisca davvero una «competizione repubblicana degna di questo nome». Insomma, i radicali protestano per le scarse apparizioni televisive - e hanno ragione - in genere dedicate solo a quattro o cinque partiti, quelli che poi hanno la reale rappresentanza istituzionale (Pdl, Pd, Lega, Idv, Udc). Per dare corpo a questa iniziativa la candidata alla presidenza del Lazio ha quindi deciso di praticare uno sciopero della fame e della sete rivolgendo un appello «alle alte cariche istituzionali», leggi il Presidente della Repubblica. La cosa non costituisce una particolare novità se non per la concomitanza di due fatti: il primo, visibile ai più, è che la protesta dell'esponente radicale coincide con la sua autorevole candidatura alla Regione Lazio; il secondo è che l'annuncio è stato dato a Milano in una conferenza stampa convocata assieme a Marco Cappato, candidato radicale alla presidenza della Lombardia - in alternativa al Pd con cui invece si è fatta l'alleanza nel Lazio - a nome di una lista Bonino-Pannella in cui la stessa Emma Bonino è candidata. Candidata alla presidenza nel Lazio, quindi, a nome di tutto il centrosinistra; candidata nella lista radicale in Lombardia contro l'alleanza capeggiata da Penati e contro la stessa lista di sinistra, capeggiata da Vittorio Agnoletto che pure è nella sua coalizione a Roma. Un pasticcio evidente, che fa torto all'intelligenza dei protagonisti ma soprattutto a quella di tanti elettori e elettrici della sinistra variamente collocata.
Di fronte a questo metodo e a questa modalità di condurre la battaglia politica la domanda a noi sembra d'obbligo: a Emma Bonino interessa davvero vincere la sfida per il Lazio contro Renata Polverini? O interessa di più la sopravvivenza della propria lista, del proprio partito, della propria "famiglia" politica, quei radicali che da circa quarant'anni riescono ad avere un ruolo, spesso di primo piano?
Astrattamente, nulla vieta a una candidata alla Presidenza di regione di condurre una propria battaglia specifica, per quanto la richiesta di legalità abbia caratteristiche generali. Ma qui c'è un punto delicatissimo che probabilmente sta facendo sudare freddo lo stato maggiore del Pd. Se la denuncia di Bonino, e di Pannella, è seria e fondata e se a questa denuncia non seguirà una qualche soluzione accettabile, la leader radicale dovrebbe ritirare la propria candidatura al servizio della coalizione di centrosinistra. L'ipotesi è stata anche fatta circolare tanto che il segretario Pd, Bersani, a domanda specifica ha dovuto rispondere: «A me non risulta». E comunque, con l'iniziativa eclatante annunciata oggi Emma Bonino sveste i panni della candidata di tutti e si ritaglia quelli di candidata di bandiera, rendendo chiaramente più difficile la propria affermazione.
Ovviamente, non ce ne scandalizziamo. La candidatura di Bonino nel Lazio non incontra il nostro favore e l'abbiamo già scritto. Facciamo notare però che spesso le alleanze elettorali sono giustificate - a sinistra è un refrain costante - in nome del fronte comune contro gli avversari e quindi come necessità che si impone. E chi accetta questo gioco in genere fa di tutto per rappresentare la propria alleanza, non solo per correttezza ma anche per maggiore efficacia. Da quando è candidata, invece, Emma Bonino non ha mai voluto nascondere il vincolo che la lega al proprio partito e a questo ha sempre ricondotto qualsiasi iniziativa pubblica e qualsiasi intervento. Una donna coerente, certamente, profondamente radicale, non c'è dubbio; ma talmente attaccata alla propria storia, alle proprie origini, alla sopravvivenza della propria componente da mettere a repentaglio l'obiettivo più alto che si è dato. E se finora non ci convinceva per il merito e il senso della sua proposta - legittima e coerente, certamente, ma non rappresentabile una battaglia di sinistra, per quanto edulcorata - oggi inizia a contrariarci anche sul piano del metodo e dell'eleganza politica. Crediamo che la sinistra che, per calcolo e opportunità, si riconosce nella sua candidatura, dovrebbe chiedersi con serietà: ma ne vale davvero la pena?