Rassegna dal web

Letteraria: uno strumento per le utopie

Roberto Consiglio*

L’obiettivo è di non rassegnarsi all’immaginario dominante ma mostrare che quella che viviamo è una realtà sempre più distopica, che non è né il migliore dei mondi possibili né l’unico, mentre delle alternative a loro modo utopiche sono possibili.

In un'intervista a OltremediaNews parliamo della quinta edizione del Festival di Letteraria e dell'importanza di continuare a ragionare di utopie e altri mondi possibili.

1) Come e quando nasce l'idea di dar vita ad un festival che si occupa del lato “sociale” della letteratura?

L'idea del festival parte dalla Nuova Rivista Letteraria. Semestrale di letteratura sociale che pubblichiamo da sette anni, fondata da Stefano Tassinari, che era nostro collaboratore e che purtroppo è scomparso cinque anni fa, e a cui il festival è dedicato.
La rivista, in un'epoca di consumo veloce e superficiale di qualsiasi prodotto comunicativo e culturale, vuole essere un luogo "pesante" e di approfondimento in cui trattare i temi della letteratura e della cultura intesa in senso ampio, affrontandoli da un punto di vista sociale e con la forte convinzione che le opere dell'ingegno umano, di qualsiasi tipo esse siano, non possano esistere astrattamente, essere fini a sé stesse, avulse dal contesto reale che le circonda e in cui nascono, crescono e si muovono, come se invece fossero rinchiuse in una torre d'avorio. Ma che qualsiasi manifestazione dell'espressione umana abbia e debba necessariamente avere uno stretto legame con l'ambiente e la comunità in cui quella stessa umanità vive.
La rivista vuole essere un vero e proprio strumento, cioè non solo un contenitore di articoli interessanti ma anche un qualcosa da cui possano nascere dibattiti, incontri (virtuali e reali), presentazioni, un qualcosa da cui partire per continuare a discutere di tutto ciò su cui ci sembra fondamentale gettare un fascio di luce per illuminarne le ombre e indagarne ogni angolo nascosto.
Del resto tutta la nostra produzione, non solo quella attinente alla sfera della letteratura sociale, nonché il nostro stesso progetto editoriale, nascono con lo scopo di opporsi al pensiero unico dominante in quest'epoca per fornire invece idee in controtendenza con cui leggere criticamente il mondo e cercare delle alternative e delle possibilità di trasformazione del reale.
Allo stesso modo anche il festival vuol essere uno strumento per discutere e un luogo per incontrarsi, anche in maniera conviviale, e ragionare su questi temi. Il Festival di Letteraria (di cui stiamo costruendo anche una prima edizione bolognese per settembre) è un momento annuale di dibattito e riflessione su temi che ci sono particolarmente cari o che sono all'ordine del giorno, ed è anche un momento per vedersi tutti insieme, con autori e collaboratori della nostra casa editrice, più altre figure del mondo della cultura che ci gravitano attorno, e fare il punto della situazione sia sulla nostra produzione editoriale che sul panorama culturale, sociale e politico in cui ci muoviamo, per rilanciare e diffondere il progetto editoriale che portiamo avanti e che potrebbe essere riassumibile con la frase "Sgonfiare le narrazioni dei potenti e raccontare altre storie con ogni mezzo necessario".

2) Perché avete scelto proprio lo spazio Communia come partner dell'evento?

Con Communia collaboriamo da tempo e tra l'altro, come singoli, facciamo anche parte del collettivo e ne seguiamo le varie attività di mutuo soccorso. Tra Alegre come casa editrice e Communia come spazio sociale c'è una forte comunanza di intenti e di visione del mondo. Condividiamo la volontà di perseguire progetti politici e sociali che lavorino sia nel concreto della militanza (questo è il lato che attiene maggiormente a Communia) che nell'ambito della riflessione e dell'analisi critica (ambito che ci è proprio). Organizziamo spesso presentazioni di libri, dibattiti, incontri e tavole rotonde, a Communia come anche in altri spazi - a Roma e in Italia - che lavorano in maniera similare, con l'intento di sviluppare e approfondire ragionamenti che smontino le narrazioni tossiche che dominano all'interno del dibattito mainstream, raccontando storie alternative, mostrando punti di vista diversi, stranianti, sul mondo attorno a noi, fornendo sguardi critici e laterali che partano dai margini per gettare una luce diversa sulle dinamiche storiche, politiche, sociali e culturali.
L'obiettivo è quello di non rassegnarsi all'immaginario dominante ma mostrare che quella che viviamo è una realtà che sempre più si configura come una distopia, che non è né il migliore dei mondi possibili né l'unico, mentre delle alternative a loro modo utopiche sono possibili, nel senso del termine che allude a orizzonti altri da perseguire e alla volontà di trasformazione radicale dell'esistente. Ed è per queste che durante il festival ragioneremo tanto di utopie quanto di distopie, che sono i temi dell'ultimo numero della rivista, che è sempre monografica.

3) Voi cosa intendete per “letteratura sociale”?

Col termine "letteratura sociale" non intendiamo un nuovo genere o un'etichetta, non vi è quindi nessun tentativo di ingabbiare opere letterarie all'interno di schemi, contenutistici o formali, anzi. È una categoria interpretativa molto ampia e poco stringente che siamo soliti usare per riferirci a tutte quelle forme culturali, e non solo letterarie (quindi usando anche un approccio transmediale e multidisciplinare) che, come già accennato in precedenza, forniscono uno sguardo "altro" sul mondo.
Si tratta di tutte quelle opere che, non potendolo cambiare direttamente, vogliono comunque agire sull'esistente in vari modi: mostrandone lati nascosti o illuminandone altri in penombra; riflettendo sulla società che ci circonda o sul rapporto tra l'individuo, o una comunità, e la realtà; raccontando storie che sono finite nel dimenticatoio perché narrano dei "vinti" benjaminiani o di chi ha provato a lottare per cambiare il corso della storia ma è stato purtroppo sconfitto; narrando di mondi alternativi utopici o distopici che riflettono in vario modo questo in cui viviamo; usando la letteratura di genere per indagare dinamiche sociali; smontando gli immaginari dominanti che ci sono imposti dall'economia neoliberista e dal capitalismo. Opere che fanno scattare in chi legge riflessioni che vadano oltre l'opera stessa, senza essere didascaliche o piattamente didattiche, ma proiettandosi sull'agire quotidiano e magari solleticando il senso critico di ognuno.

4) Ho visto che i Wu Ming saranno gli ospiti “chiave” della rassegna, come mai proprio loro? Cosa rappresenta questo collettivo per voi?

I Wu Ming collaborano con le nostre edizioni ormai da tempo e fanno anche parte del collettivo redazionale della Rivista Letteraria. Per noi sono delle figure fondamentali all'interno del dibattito politico e culturale in quanto tra i pochi scrittori o intellettuali ancora attenti a un uso critico e militante della loro attività, rispetto a molto loro colleghi intenti quasi solo a guardarsi l'ombelico o a battagliare per comparsate televisive dal Fazio di turno. Sono capaci di fornire sempre un punto di vista inedito sulle cose e al tempo stesso portare avanti delle battaglie politiche su temi fondamentali (la lotta dei No Tav, la scuola pubblica, l'opposizione alla Grandi Opere Dannose Inutili e Imposte, l'antifascismo e la rimozione del nostro passato coloniale, le migrazioni, ecc.) senza per questo "suonare il piffero per la rivoluzione" ma lavorando con gli strumenti propri della loro attività di scrittori e "agitatori culturali", esperti di media e forme della comunicazione. La loro idea di letteratura inoltre, che è collettiva, critica e conviviale, rispecchia bene il nostro progetto editoriale, il nostro modus operandi e le nostre finalità.
In maniera più dettagliata, Wu Ming 1 dopo averci fatto da consulente editoriale per vari titoli che abbiamo pubblicato negli ultimi anni, dal dicembre del 2014 dirige per noi Quinto Tipo, una collana di ibridi letterari, di UNO ("Unidentified Narrative Objects", oggetti narrativi non identificati, per proseguire con la metafora ufologica che dà il nome alla collana). Si tratta di testi che oltre ad avere un'impronta sociale e gettare uno sguardo alternativo sul mondo, sono caratterizzati dal non essere incanalabili in precisi generi o categorie letterarie in quanto formati tanto dalla mescolanza tra fiction e non-fiction, quanto dall'ibridarsi di diverse tipologie testuali: narrazione in senso più o meno classico, ricerca d'archivio, biografia, resoconto storico, reportage, memoir, inchiesta giornalistica, inserzione di documenti storici reali o verosimili, ecc. Sono testi che non hanno confini ben definiti, né di forma né di tematica o contenuto, e che travalicano gli steccati tra i generi. La collana prosegue la sperimentazione letteraria che tutto il collettivo sta portando avanti da qualche anno, soprattutto attraverso le loro ultime opere soliste come Timira e Point Lenana, ma anche con l'ultimo atto de L'armata dei sonnambuli o coi quattro racconti/movimenti de L'invisibile ovunque.
Per tutti questi motivi, sono molto presenti all'interno del programma, così come anche nelle passate edizioni del festival, ma vogliamo ricordare anche i numerosi altri ospiti che quest'anno saranno con noi: Goffredo Fofi, Christian Raimo, Giuliano Santoro, Alberto Prunetti, Giacomo Russo Spena, Simone Pieranni, Tommaso De Lorenzis, Andrea Staid, Lorenzo Declich, Paolo Berdini, Francesco Pompeo, Amedeo Ricucci, Leonardo Bianchi, Andrea Olivieri, Selene Pascarella, Rosa Mordenti e Adriano Masci.

5) Il festival si occuperà anche molto dell'immigrazione, una tematica quanto mai attuale nell'Italia e nell'Europa di oggi. Come intendete trattare un argomento del genere dal punto di vista letterario?

Le migrazioni umane sono un tema fortemente letterario perché ogni persona - così come ogni nucleo sociale - che decida di spostarsi, abbandonare i luoghi in cui ha vissuto per incamminarsi verso l'ignoto, porta con sé una storia, una narrazione, che è fatta di povertà, guerre, sfruttamento, ecc. Sono tutte storie che ci raccontano di come il capitalismo, oggi come ieri, depredi i territori e devasti le vite umane, costringendo la stragrande maggioranza della popolazione mondiale a immani sofferenze per garantire enormi privilegi a una piccolissima fetta di persone.
Noi affronteremo il tema da un punto di vista prevalentemente urbano, nel dibattito "Utopie e distopie di periferia" che si terrà domenica, in cui si confronteranno gli autori di tre libri che trattano di periferie e migrazioni: Giuliano Santoro, Andrea Staid e Francesco Pompeo. Si parla molto ultimamente delle "Molenbeek italiane", riferendosi con questo termine a quei quartieri delle nostre città abitati soprattutto dai migranti e dalle loro comunità, veicolando col termine una narrazione totalmente assurda e strumentale per cui sarebbero dei covi di potenziali terroristi. Invece spesso e volentieri sono quartieri in cui si stanziano comunità migranti costrette a vite precarie e lavori sottopagati, che nella stragrande maggioranza dei casi sviluppano un'ottima simbiosi di scambio reciproco con i residenti storici. Comunità migranti che ritrovano nella vita comunitaria e di quartiere uno dei pochi antidoti contro lo sfruttamento (a volte sviluppando anche delle vere e proprie forme di reti di mutuo soccorso), spesso diventando anche gli unici soggetti a vivere davvero gli spazi pubblici e le strade, un qualcosa che noi autoctoni, ossessionati sempre di più dai nostri ristretti spazi privati e assillati da retoriche securitarie e antidegrado, non siamo quasi più in grado di fare, abbandonando le città a speculatori, palazzinari, alle logiche di profitto e alla gentrificazione.
La retorica delle "Molenbeek italiane", cavalcata dalla destra xenofoba e fascista, è strumentale al diffondersi di queste retoriche su sicurezza e degrado, accendendo guerre tra poveri e rigurgiti razzisti, con l'obiettivo di spostare a destra l'opinione pubblica, il tutto innestato su fenomeni di spostamento - quasi coatto - in quartieri sempre più periferici (veri e propri ghetti) delle fasce più povere delle popolazione, a fronte di quartieri delle fasce urbane "intermedie" sempre più gentrificati e lasciati in balia del profitto della movida, rinchiudendo i centri storici in vetrine appannaggio solo di turisti e di pochi ricchi che possono permettersi di viverli. È un qualcosa quindi che, a partire dalla costruzione di un immaginario razzista verso i migranti, ci coinvolge tutti direttamente.
Affronteremo il tema della migrazione quindi a valle, più che a monte, discutendo di come questo fenomeno incida nella nostra vita di tutti i giorni, specie nelle periferie, e di come smontare la retorica delle "Molenbeek" possa trasformarsi in una vera e propria risorsa per immaginare nuovi modi per riappropriarci delle città e dei quartieri in cui viviamo.

*Fonte: http://oltremedianews.it/letteraria-il-festival-di-letteratura-sociale-d...