Nota quotidiana

Lettera a Stefano Tassinari

Alberto Sebastiani (da Repubblica.it Bologna)

Ci ho messo qualche giorno a scriverti, non è stato facile. È che sono andato a vedere il nuovo documentario di Stefano Massari al Biografilm festival, mercoledì scorso, al cinema Arlecchino. S’intitola Tass. Storia di Stefano Tassinari. È su di te, sì, e c’era tanta gente, come ti sarebbe piaciuto.

Caro Stefano,

ci ho messo qualche giorno a scriverti, non è stato facile. È che sono andato a vedere il nuovo documentario di Stefano Massari al Biografilm festival, mercoledì scorso, al cinema Arlecchino. S’intitola Tass. Storia di Stefano Tassinari. È su di te, sì, e c’era tanta gente, come ti sarebbe piaciuto: Viginio Merola e Alberto Ronchi (a proposito, in questi due anni ti hanno dedicato una sala a Palazzo d’Accursio e una al Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica in Università), poi Carlo Lucarelli, Giampiero Rigosi, Simona Vinci e buona parte del collettivo evo redazionale di “Nuova rivista letteraria”, poi Giorgio Cavalli e i musicisti tuoi amici. E quando Andrea Romeo, direttore del festival, ha detto che per la prima volta veniva proiettato un film non visto dagli organizzatori, finito di montare la notte prima, tutti hanno sorriso perché una cosa del genere può succedere solo con te, credo. In fondo, nel documentario molti lo ripetono: il tuo nome era una garanzia, per questo non ti si poteva dire di no. E anche perché sapevi rompere le scatole molto bene.

Dura più di due ore, e bisogna che Massari ci rimetta mano, perché il ritmo che non sempre tiene chiede un nuovo montaggio, e va migliorato come audio, va tagliato (specie nella parte sul Nicaragua, perché il concetto è ripetuto due volte e il racconto perde forza) e corretto (la tua lotta per Sala Borsa è all’inizio degli anni Zero e non alla fine degli anni Novanta). Ma a parte questi problemi, risolvibili, Massari ha avuto una bella idea narrativa, già evidente così. Ti ha inseguito dall’infanzia ferrarese al periodo romano, poi di nuovo ferrarese e infine bolognese, con due lunghi viaggi in Sudamerica, tra immagini di repertorio quasi sempre con te e la tua voce protagonisti (senza farne «un santino», come temeva) e interviste a parenti, scrittori, musicisti, politici, intellettuali, artisti. Una cinquantina di persone, non sto a dirtele tutte, puoi immaginarle. Con loro ha ricostruito il tuo percorso politico, che è anche culturale, e musicale, letterario, teatrale, organizzativo, giornalistico… Che è anche tante cose. E infatti il racconto via via diventa sempre meno la storia tua e sempre più quella delle cose nate con le persone che mobilitavi, riunivi, coinvolgevi in progetti, nazionali e locali. Tanto che il documentario sembra non finire mai. E non è una critica.

Pensavo proprio a questo, dopo. Finito il documentario volevo raggiungere in tempo la presentazione alla libreria Ambasciatori di Traversate (Società Editrice Fiorentina) di Alberto Bertoni, che per la sovrapposizione di impegni era dovuto uscire prima dall’Arlecchino (tranquillo: era ben presente sullo schermo, commentatore dei tuoi libri). Pensavo, pedalando, che la cosa più difficile per un documentario su di te è trovare un finale. Eri infaticabile, lo sai. E negli ultimi anni ancora di più. All’Hospice di Bentivoglio al medico chiedevi di andare a casa per chiudere il nuovo numero della rivista. Poi è arrivato Lucarelli e l’hai sgridato perché era in ritardo sulla consegna del pezzo. E ha ragione Cacucci, nel documentario, a dire che con la scoperta della malattia eri diventato più “compagnone”, come più allegro. Sarà perché, come dice tua moglie Stefania nel film, quando avete saputo vi siete chiesti: «che facciamo? Ci chiudiamo o ci apriamo?» E avete scelto forse l’unica cosa possibile, per voi: aprirvi, esserci e sporcarvi le mani sempre, perché «non riesco a concepire come si possa uscire, sedersi attorno a un tavolo e non far nascere delle cose, dei progetti», avevi detto a una cena anni fa.

E infatti il film non finiva mai perché ogni volta finito un discorso ne facevi nascere un altro. Con altri. E sgridavi chi non partecipava, anche solo non andando alle presentazioni di libri in città. Forse anche per questo correvo all’Ambasciatori. Ma non ho fatto in tempo, scusami. Ci tenevo, sai perché? Perché nel libro c’è una sezione dedicata a te (non finisce proprio mai…). “Via Crucis”, «una via crucis concepita da un ateo per un altro ateo». So che ne hanno lette alcune, tra cui la Quattordicesima stazione, questa:

Noi dei morti sappiamo
che si vedono poco
e ci parlano poco
quando vogliono loro
con fiochissimo volto
e pensiero sconvolto
dileguandosi dopo
nell’autunno scontroso

Be’, se vuoi far sentire la tua voce, puoi urlare di gioia: la tua Spal è stata promossa in serie C.

A presto