Tempi moderni

Le cornucopie del consumismo

Samir Hassan e Alessandro Bari (da il manifesto)

Un’intervista con Wolf Bukowski, autore del volume «La danza delle mozzarelle», una serrata e documentata critica del modello Eataly, i templi dell’alimentazione di qualità fondati sulla precarietà lavorativa e sui rapporti di dipendenza dei piccoli produttori

Nella prime pagine de La danza delle moz­za­relle (Edi­zioni Ale­gre), Il libro di Wolf Buko­w­ski, blog­ger e «esperto» di cul­tura ali­men­tare, com­pare una lista di nomi e sigle fin troppo note. Ci sono il Par­tito Demo­cra­tico, Slow Food, Mat­teo Renzi, Lega Coop, Benet­ton, Eataly: sono loro i pro­ta­go­ni­sti del volume. Se si trat­tasse di una trama lineare e fia­be­sca sareb­bero i cat­tivi di tutte le sto­rie che ini­ziano con «c’era una volta». I per­so­naggi con le soprac­ci­glia aggrot­tate e un ghi­gno sini­stro, peren­ne­mente arrab­biati. E arrab­biati lo sono, per­ché le pagine scritte da Wolf Buko­w­ski, vege­ta­riano sep­pur bolo­gnese, (s)parlano di loro. E di come la reto­rica del con­sumo che stanno pro­du­cendo sia uno tsu­nami da fer­mare prima che infranga la cul­tura ali­men­tare di qualità.

Un’inchiesta, una denun­cia, una ser­rata cri­tica poli­tica: come defi­ni­rebbe il suo libro?

Non si tratta di un’inchiesta. Mi piace pen­sarla, sem­mai, come una sto­ria del pre­sente che si pone l’obiettivo di met­tere a nudo il punto di vista in base al quale Petrini e Fari­netti hanno costruito il pro­prio impero eco­no­mico: cam­biare il modo di man­giare signi­fica cam­biare la società. In meglio.

Sono molti gli spunti che hai trat­tato in que­sto libro. Da dove e quando nasce l’idea di que­sta pub­bli­ca­zione?

L’occasione più pros­sima che ha dato il là al pro­getto edi­to­riale (curato da Wu Ming1, con­su­lente edi­to­riale della col­lana «Tempi moderni» delle edi­zioni Ale­gre, NdR) è stato un post che ho fatto su Giap, il sito dei Wu Ming, a pro­po­sito di Eataly a Bolo­gna, del pro­getto Fico (Fab­brica Ita­liana Con­ta­dina), della «Disney­land del cibo». Poi tutto è andato come ha recen­te­mente rac­con­tato Wu Ming 1: la neces­sità di un ragio­na­mento com­ples­sivo, di un filo che tenesse uniti il ren­zi­smo e il fari­net­ti­smo, di una cri­tica ser­rata alla pre­ca­rietà che c’è die­tro la fac­ciata di que­ste ope­ra­zioni, quella stessa mano­do­pera a basso costo che ritro­viamo nella vicenda dell’Expo di Milano».

Nella rico­stru­zione che lei fa – che segue un filo cro­no­lo­gico dagli anni ’80 ad oggi – dopo i pas­saggi sulla Torino di Eataly, sulla Bolo­gna terra di con­qui­sta della Coop, affronta anche l’Expo 2015 di Milano…

È stato fin troppo facile dedi­care la parte finale di que­sto ragio­na­mento alla que­stione dell’Expo. Anzi­tutto per­ché Slow Food è den­tro que­sto pro­getto che ha pro­prio tutte le carat­te­ri­sti­che del grande evento come siamo soliti inten­derlo noi in Ita­lia: cemen­ti­fi­ca­zione sel­vag­gia, rap­porti lavo­ra­tivi all’insegna della pre­ca­rietà, esal­ta­zione del lavoro volon­ta­rio come para­digma e spe­ri­men­ta­zione di nuove forme di schia­vitù sala­riata. Ma soprat­tutto ci è den­tro in maniera trai­nante, prima avendo sot­to­scritto il mani­fe­sto dell’Expo dei Popoli che vuole «rap­pre­sen­tare la com­ples­sità della società civile impe­gnata sui temi della sovra­nità ali­men­tare, del diritto al cibo, all’acqua, alla terra e alle altre risorse». Poi per l’adesione cri­tica all’Expo: nel dicem­bre 2013 pre­sen­tano la par­te­ci­pa­zione all’Esposizione Uni­ver­sale di Slow Food, cin­que mesi dopo Petrini ritratta defi­nendo Expo una «ferita sul ter­ri­to­rio», fino ad arri­vare a giu­gno scorso quando annun­cia la par­te­ci­pa­zione critica.

Tra i punti di par­tenza del suo ragio­na­mento c’è il recu­pero della cri­tica che Gram­sci fece a Feuer­bach a pro­po­sito dell’affermazione «l’uomo è ciò che man­gia». In un certo senso la cri­tica di Gram­sci oggi sarebbe rivolta a Fari­netti, non crede?

La cri­tica gram­sciana è di un’attualità incre­di­bile. Ciò che quella nar­ra­zione tos­sica ignora è che una società migliore, più equa, non passa dal cam­bio delle abi­tu­dini ali­men­tari, come se que­sto fosse un pro­cesso mec­ca­nico. La pos­si­bi­lità di cam­biare il modello di con­sumo è legata alla pos­si­bi­lità eco­no­mica di con­su­mare. Le situa­zioni di sfrut­ta­mento, i rap­porti pro­dut­tivi che ancora oggi rego­lano le azioni di mer­cato, non per­met­tono a chi lavora di acce­dere a quel paniere così esoso, così moral­mente giusto.

Facendo un giro tra gli scaf­fali di Eataly sem­bra quasi che debba essere migliore ed equo ciò che costa a caro prezzo…

Pur­troppo si. Il con­cetto di migliore non può essere legato esclu­si­va­mente a para­me­tri eco­no­mici. Insomma, il fatto è che non si può dire che se spendo di più con­tri­bui­sco a ren­dere migliore que­sto mondo. Non è vero, anche per­ché per­si­ste un’iniquità che non è legata solo al fat­tore ali­men­tare, ma riguarda l’accesso al red­dito, al diritto all’abitare e a tanto altre cose pun­tual­mente ignorate.

Il titolo del testo è dav­vero curioso, e sem­bra nascon­dere una certa ila­rità. Quali i motivi che l’hanno por­tata a sceglierlo?

Verso la fine del libro rac­conto un aned­doto che è indi­ca­tivo di come que­sto mondo migliore ci viene spac­ciato e dell’importanza del modo in cui viene rac­con­tato. Lo scorso anno, alla Festa dell’Unità di Bolo­gna, un agri­col­tore sici­liano chiese a Fari­netti come fosse pos­si­bile che il gros­si­sta pagasse 70 cen­te­simi per la sua uva, ritro­van­dola poi nei negozi a prezzo quin­tu­pli­cato. Per tutta rispo­sta, Fari­netti ignorò la domanda e ini­ziò una lunga filip­pica sul con­cetto di nar­ra­zione, affer­mando che un pro­dotto non ha valore se tu non si è capaci di nar­rarlo. Aggiunse poi l’esempio della moz­za­rella di bufala, lavo­rata al mat­tino e riven­duta nel giro della gior­nata per man­te­nerne la fre­schezza: secondo lui l’immediatezza della tran­sa­zione sarebbe stata frutto di una migliore nar­ra­zione del prodotto.
Que­sto ci dice due cose. Prima di tutto, Fari­netti imputa agli agri­col­tori l’incapacità di nar­rare e quindi di saper ven­dere i pro­dotti al giu­sto prezzo. Un modo come tanti per far pesare la gra­vità dello sfrut­ta­mento con­ta­dino su chi ne è egli stesso vit­tima. In più è un modo sub­dolo di nar­rare anche i rap­porti sociali che risie­dono in una merce. Rac­con­tare la sto­ria delle moz­za­relle è stato un modo per elu­dere i pro­cessi mate­riali di sfrut­ta­mento che risie­dono die­tro quella pro­du­zione di merce, un modo per far si che quei rap­porti sociali fos­sero in linea con l’interesse padronale.

Una delle carat­te­ri­sti­che forti del libro è la cri­tica a quella sini­stra com­plice di aver par­te­ci­pato allo sdo­ga­na­mento del Farinetti-pensiero. E tra que­ste com­pli­cità viene citata anche quella del «Gam­bero Rosso», nel 1986 inserto de il mani­fe­sto e poi diven­tata atti­vità edi­to­riale che ha preso un’altra strada..

Negli anni Ottanta la sini­stra ita­liana si cul­lava nell’idea che il con­flitto fosse spa­rito, che c’erano ancora pic­cole sac­che di sfrut­ta­mento da com­bat­tere, ma che il più fosse fatto. In que­sto senso, il Gam­bero Rosso ha par­te­ci­pato a que­sto pro­cesso in cui l’ossessione per il cibo ha assunto un signi­fi­cato di reden­zione e appa­ga­mento tau­ma­tur­gico. Nel testo però fac­cio notare come que­sto pas­sag­gio epo­cale, che in nuce nascon­deva il germe di quello che poi è diven­tato in Slow Food, non fosse stato privo di riper­cus­sioni. Sia Petrini che Ste­fano Bonilli (allora diret­tore del Gam­bero Rosso, Ndr) rac­con­tano come tra molti redat­tori e let­tori del gior­nale ser­peg­giava una sorta di malu­more. Bonilli, in par­ti­co­lare, cita le testi­mo­nianze di alcuni edi­co­lanti secondo cui «c’era gente che com­prava il mani­fe­sto, teneva l’inserto e but­tava il gior­nale. Suc­ce­deva anche il con­tra­rio per la verità. Cioè tene­vano il gior­nale e but­ta­vano l’inserto». Posso con­fes­sare che da ado­le­scente io ero uno di quelli che teneva in tasca solo il giornale.

Le radici antiche di un produttivismo dal volto benevolo
di Samir Hassan e Alessandro Barile

L’uso di meta­fore sul cibo e sulla nutri­zione rap­pre­sen­tano un eser­ci­zio sti­li­stico che aiuta a com­pren­dere meglio i tempi in cui viviamo. Tutto sem­bra ruo­tare intorno al man­giare: siamo let­te­ral­mente invasi non solo da pro­grammi tv e via inter­net legati al cibo, ma da una reto­rica che tra­sforma un certo modo di man­giare in un certo modo di pen­sare e di vivere. Man­giare davanti la Tv, men­tre assa­po­riamo rea­lity sul cibo, sul trend coo­king. Oggi come ieri igno­riamo che l’accesso al cibo e ad una ali­men­ta­zione varie­gata sono la pro­ie­zione nella società del nostro sta­tus, attra­verso cui leg­gere e col­lo­care social­mente ed eco­no­mi­ca­mente le nostre abi­tu­dini ali­men­tari. Man­gio tanto e di più, per­ché posso. Per­ché non man­giare anche meglio, allora?

Die­tro que­sta con­fusa con­vin­zione si svi­luppa da un paio di decenni il ter­reno su cui, a par­tire dalla metà degli anni Ottanta, le tesi di Slow Food e di Eataly ha tro­vato con­sensi. Una costru­zione che ha lavo­rato sull’immaginario prima ancora che sulle abi­tu­dini ali­men­tari della gente, e che Wolf Buko­w­ski, bolo­gnese e guest blog­ger di Giap (sito dei Wu Ming), ha preso di petto nella suo libro La danza delle moz­za­relle (Ale­gre, euro 14).

Nella rico­stru­zione che Buko­w­ski mette a punto viene chia­mata sul banco degli impu­tati la nar­ra­zione di un modello scien­te­mente viziato dall’assunto che oggi, in Ita­lia, la spesa per l’alimentazione è in forte calo, segnando una forte con­tro­ten­denza con quanto ad esem­pio avve­niva nel decen­nio degli anni Set­tanta. L’autore, e qui risiede uno dei mag­giori pregi della sua docu­men­tata arringa, sgon­fia la por­tata di que­sta vul­gata pun­tando fin dalle prime pagine non solo a smen­tirla con numeri e fonti, ma anche sma­sche­rando l’idea di fondo di que­sto nuovo pro­dut­ti­vi­smo bene­volo: non si mira tanto ad una cam­bio radi­cale dei modi di con­sumo, quanto ad un incre­mento del con­sumo stesso. In altre parole, non c’è nes­suna «etica rivo­lu­zio­na­ria» die­tro le stra­te­gie di mar­ke­ting impron­tante sulla logica «semi­nare, distri­buire e con­su­mare in maniera buona, pulita e giu­sta», a mag­gior ragione se non avviene nes­sun mec­ca­ni­smo di rot­tura con le pra­ti­che di sfrut­ta­mento e pre­ca­riz­za­zione che si arti­co­lano nella filiera pro­dut­tiva. Ed è pro­prio nella parte intro­dut­tiva del testo che Buko­w­ski cen­tra il punto, richia­mando la cri­tica mossa da Gram­sci all’affermazione di Feuer­bach «l’uomo è ciò che man­gia».
D’altronde, pro­prio al modello pro­dut­tivo ine­rente il brand Eataly affe­ri­sce la con­trad­di­zione prin­ci­pale tra una nar­ra­zione appa­ren­te­mente pro­gres­si­sta e una sostanza con­cre­ta­mente simile al resto della pro­du­zione demodé. Die­tro la patina nuo­vi­sta, fari­net­tiana, si celano i soliti rap­porti di lavoro pre­ca­rio, sfrut­tato, mai inde­ter­mi­nato e mai garan­tito, ma sem­pre just in time. Il tutto al fine di una pro­du­zione d’elite, cir­co­scritta a quel pezzo di società che può per­met­tersi di entrare e acqui­stare pro­dotti eco­no­mi­ca­mente alla por­tata di pochi. Un modello che si è pun­tual­mente tra­spo­sto nella costru­zione fisica e imma­gi­na­ria dell’Expo, su cui oggi si sta inter­ro­gando il varie­gato mondo della sini­stra: non a caso il Jobs Act ren­ziano non fa altro che rece­pire quelle spe­ri­men­ta­zioni con­trat­tuali attuate nel «labo­ra­to­rio Expo».

Quella galas­sia che Wolf Buko­w­ski, all’inizio del libro, ha citato in giu­di­zio per­ché com­plice di aver sdo­ga­nato le reto­ri­che su cui poi il modello i Fari­netti ha pro­li­fe­rato. In que­sto testo c’è dun­que un’analisi che punta a sve­lare il fatto che la reto­rica die­tro il modello di Eataly è un vero e pro­pri inno al con­su­mi­smo. Di come la sini­stra, intesa come patri­mo­nio comune, possa oggi fare opera di demi­sti­fi­ca­zione ai tempi del tur­bo­ca­pi­ta­li­smo. Una sini­stra che dovrà fare tesoro di rifles­sioni come quelle che Buko­w­ski ha avuto il corag­gio di con­di­vi­dere con lei, andando oltre la patina del poli­ti­ca­mente cor­retto, anche quando riguarda un tema appa­ren­te­mente secon­da­rio come il cibo.

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