Cronache dalla crisi

Laureati ma disoccupati

Marco Bertorello

Il rapporto Almalaurea consegna un quadro sempre più preoccupante per chi esce dalle università. Maggiore disoccupazione, precarietà e stipendi più bassi. Sfuma il mito di una società della conoscenza

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Il nuovo rapporto del consorzio interuniversitario pubblico Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati propone dati interessanti non solo sul ruolo del sistema universitario italiano in sé, ma anche per riflessioni di ordine più generale se letti con la lente d'ingrandimento della crisi economica globale. Questo consorzio solitamente avanza una interpretazione non pessimistica del sistema formativo, ma in questo XIV rapporto alcuni elementi di sofferenza inevitabilmente emergono. Lo studio, che coinvolge circa 400 mila laureati, descrive un importante spaccato delle dinamiche che intercorrono tra sistema universitario e mercato del lavoro.

Intanto considera i dati drammatici sulla disoccupazione giovanile che l'Istat certifica intorno al 31 per cento, un fenomeno in crescita in tutto il continente, ma che vede punte preoccupanti soprattutto in paesi come Italia, Spagna, Grecia. Per l'intero rapporto aleggia lo spettro del declino economico e produttivo italiano dovuto anche all'arretramento sul versante della formazione e della cultura. L'impostazione è quella consueta: per riavviare la crescita sono necessarie capacità di riqualificazione produttiva incentrate su nuove tecnologie. Il nuovo panorama competitivo globale impone un maggiore impegno, anche finanziario, sui sistemi formativi da un lato e su ricerca e sviluppo dall'altro. Su entrambi i versanti sia la sfera pubblica sia quella privata, in particolare l'impresa, stanno riducendo il loro impegno. I dati italiani confrontati con quelli dei principali paesi occidentali segnalano differenze significative che difficilmente potranno essere colmate nel medio-breve periodo. In Italia «i giovani sono pochi e per di più poco scolarizzati» (pagina 4 del rapporto). Il costo sostenuto per un laureato è inferiore del 31 per cento alla media europea, due volte e mezza inferiore a quello della Svezia, due volte a quello tedesco, meno della metà di quello spagnolo (p. 5). Gli investimenti in Ricerca e Sviluppo sono inferiori ai principali paesi europei. Il nostro paese nel 2009 ha destinato risorse pari all'1.26 per cento del Pil, mentre in Svezia sono del 3.62, Germania 2.82, Francia 2.21, Regno Unito 1.87 per cento (p. 5).

Questi dati in una certa misura sono cosa nota, non fanno tanto scalpore e soprattutto rientrano in una lettura delle dinamiche socio-economiche italiane che descrive un relativo declino. Un declino che non è una specificità italica, ma che certamente in Italia procede con una velocità maggiore. Ciò che risulta più interessante invece sono i processi che coinvolgono i neolaureati in relazione alle traiettorie economiche e imprenditoriali, processi che descrivono le difficoltà per uscire dalla crisi attraverso la creazione di una società della conoscenza. Dalla capacità di assorbire neolaureati si possono misurare indirettamente il profilo del nostro apparato produttivo e persino le attuali potenzialità dei mercati. Insomma si può comprendere quanto la strada di una società della conoscenza, specializzata in prodotti ad elevato valore aggiunto, possa rappresentare una concreta ipotesi per uscire dalla crisi dentro l'attuale quadro competitivo. Se così fosse, infatti, anche in un paese che va ripiegandosi su se stesso come l'Italia, alla corretta denuncia del mancato investimento pubblico e privato in risorse intellettuali e specialistiche dovrebbe corrispondere una domanda inevasa proprio in quei settori a elevata formazione, non un eccesso di offerta che non trova adeguata collocazione. La condizione occupazionale dei laureati, sostiene invece Almalaurea, è «complessivamente in difficoltà». Aumenta la disoccupazione, in misura superiore all'anno precedente, fra i laureati triennali, passando dal 16 al 19 per cento (lo scorso anno l'incremento era stato solo di un punto percentuale), mentre tra i laureati specialistici, quelli con un percorso di studi più lungo, passa dal 18 al 20 per cento (nel rapporto precedente era stata inferiore ai due punti). Il dato cresce addirittura tra i laureati specialistici a ciclo unico, come i laureati in medicina, architettura, veterinaria, giurisprudenza, passando dal 15.5 al 19 per cento (l'ultima rilevazione era stata di tre punti). Questa tendenza, si dice nel rapporto, riguarda anche i laureati tradizionalmente caratterizzati da un più favorevole posizionamento sul mercato del lavoro, come gli ingegneri. Ma non solo la disoccupazione cresce in maniera preoccupante, tra i laureati aumenta anche la precarietà nell'occupazione. La percentuale degli occupati con un lavoro stabile si riduce di ben 4 punti tra i laureati triennali e di un punto tra quelli specialistici rispetto al 2010. Contemporaneamente «si dilata la consistenza delle forme contrattuali a tempo determinato e interinale, del lavoro parasubordinato e del lavoro nero» (p. 10). Diminuiscono le retribuzioni, con una contrazione in termini di potere d'acquisto che oscilla tra il 2 e il 6 per cento rispetto all'ultimo anno soltanto. Infine risulta ridimensionata quella che il rapporto definisce «efficacia del titolo universitario», cioè l'utilizzo delle competenze acquisite all'università nel lavoro e la richiesta, sia formale sia sostanziale, della laurea per l'esercizio della propria professione. Il titolo di studio è efficace solo per il 51 per cento dei triennali (-2per cento rispetto al 2010) e per il 44 per cento degli specialistici (-1 per cento), mentre l'efficacia massima si registra tra gli specialistici a ciclo unico, con l'81per cento, ma comunque in forte calo rispetto allo scorso anno (-3 per cento).

Da questi dati risulta falsa la prospettiva di una società della conoscenza di mercato. La specializzazione, la crescita culturale e di competenze in realtà non soddisfano i meccanismi competitivi globali. Non risolvono i problemi economici. Non basta neppure questo per essere competitivi sui mercati globali, se risulta che sottoutilizziamo i nostri laureati, li sfruttiamo più di prima e li lasciamo più instabili di quanto non fosse anche solo nel recente passato. Il problema non è la necessità sociale di prodotti ad alto valore aggiunto o di qualità, ma la loro comercializzazione in un regime competitivo che vive su profitti che devono essere prodotti persino attraverso un contesto di scarsità artificiale, dove i valori d'uso sono stati completamente esautorati da quelli di scambio e dalla mercificazione di ogni fattore economico. Sempre più dati e analisi della contemporaneità inducono a pensare che il problema sia alla radice di questo sistema.

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