Nota quotidiana

La versione di @talpabis

Selene Pascarella

#TabloidInferno lesson4: the miseducation of Selene

«Senti, è successa una cosa molto grave, un fatto che richiede il nostro intervento». La voce di Senpai è allo stesso tempo solenne e divertita, o forse è così solo perché è un bel po’ di tempo che non parlo con il mio ex “capo”.

«La concorrenza non vende più come una volta, anzi sta andando proprio male, sai che cosa vuol dire questo?».

«Che finalmente il mondo ha iniziato a girare nel verso giusto?» ribatto in fretta, perché sento che il vento del Ka (il destino, per usare una bella immagine di King, l’abitudine per citare un successo sottovalutato dei Subsonica) inizia a trascinarmi via.

«Vuol dire» prosegue come un panzer l’uomo che mi ha svezzato alla via italiana al tabloid popolare, «che è giunto il tempo: dobbiamo fare una rivista zozza come mai prima, laida, turpe, in una parola, meravigliosa». Seguono secondi di un imbarazzato silenzio.
Samuel canta nella mia testa «Come fare a dirtelo che non ci sto più dentro?» e allora lo sputo fuori e basta: «Senpai, non voglio sembrarti ingrata, ma non posso essere della partita, stavolta. Non voglio scrivere sui tabloid di nera. Mai più».

«Quindi è vero, ora sei diventata una scienziata, sei troppo per me» ribatte la consumata queen drama che mi ha insegnato come far ridere e piangere, orripilare e arrapare il lettore allo stesso tempo, strappandomi una fitta di senso di colpa. «È un peccato, ci saremmo diverti. Però devo farti una domanda: questa cosa di studiare da criminologa, scrivere un libro sulla nera “tossica” come la chiami adesso tu, è solo per fare ammenda delle schifezze che abbiamo scritto insieme?». Colpita, affondata.
Senpai, che fiuta la “vera storia” di chiunque a un chilometro di distanza, fa centro, come al solito. Sa perché ho smesso e forse anche io, in fondo, ne sono consapevole. Ma come ho cominciato?

Ho sempre saputo che avrei fatto la giornalista. Semplicemente ignoravo che potesse voler dire (tra le altre cose) lavorare per la Rete con Senpai, scrivendo di storie nere per cui ero predestinata.

«Comprate un quaderno a righe: ogni sera guardate il telegiornale e segnalate le notizie più importanti».

Quinta elementare: siedo a gambe incrociate sulla moquette azzurro sporco del salotto di casa. La posizione mi è leggermente scomoda, la vescica bussa per colpa di una cola di troppo, ma non oso alzarmi per andare al bagno. Mancano pochi secondi alle venti. Se mi spostassi potrei perderei i titoli. “E se perdo i titoli poi come capisco se una notizia è importante?” mi dico.

Certo la maestra avrebbe potuto darci qualche indicazione in più, ma sono convinta che mi arriverà un segno dal cielo. Ho nove anni, dopotutto, penso che il destino giochi in squadra con me.

E così mentre il cuore stantuffa al ritmo della sigla del Tg1 (parapà-parapàà-pappapppaarapàpàà-rapààààààààààààààà) con le pupille dilatate e la mano sudata che porta la bic blu a un passo dall’esplosione, la vedo. LA NUBE. Prima di questo azzurrino innocuo, che somiglia tanto al manto di prolipopilene dove sono appollaiata, poi sempre più scura, sparata da questa scritta enorme e minacciosa URSS in direzione dell’Europa e via via in corsa, dritto contro di me.

Non c’è più storia, spariti i dubbi. Vergo con la calligrafia goffa e calcata, resa più gommosa dal quaderno spalmato sulle gambe paffute. Taranto, 26 aprile 1986: La notizia di oggi è: La nube assassina ci ucciderà tutti.

Mentre anche il manto azzurrino sotto di me si fa più scuro (e stranamente caldo) capisco due cose: che una notizia è una roba che cambia completamente il modo in cui percepivi le cose fino a un attimo prima e ti mette in collegamento dal tinello a villaggi nucleari in posti dai nomi strani, tipo Chernobyl, e che raccontare quella roba sarà il mio lavoro.

Ciò di cui non mi accorgo è che l’informazione, da quel momento in poi, nella mia testa avrà sempre l’odore di corpi morti, sfigurati, menomati, come una vocazione mutante, attivata da un gene recessivo che negli anni successivi se ne starà buono e bravo, in attesa di far emergere il mio talento dominante.

A scuola sono quella che scrive i temi brillanti e fa le domande giuste. Mi iscrivo a Scienze della Comunicazione con l’idea ingenua e fatale a tanti della mia generazione che sarà la “facoltà del futuro”. I miei già mi vedono al telegiornale della sera e pure io. Nel frattempo scopro le gioie della scuola di Francoforte che elegge le mie passioni da nerd di provincia a forme di sapere di classe A, strumenti di lettura del mondo perfettamente spendibili in ambito accademico e poi persino più in là, nella dimensione reale.

Per la tesi scelgo un relatore che ha usato una grande scimmia come icona preveggente della catastrofe occidentale e un titolo che unisce il fascino del bollettino postale e la spocchia della fanzine autoprodotta: Estetiche di morte nel cinema italiano dell’orrore e del fantastico. L’idea di fondo non è nemmeno male, con due decenni di gotico, spaghetti slasher e mondo movie, gli italiani si sono inventati, con larghissimo anticipo, i due marchi distintivi della comunicazione del terzo millennio, la fusione dei generi e l’ibridazione tra non fiction e infotainment. Un incredibile mix di sangue, risate e interminabili nudi sotto la doccia che ancora oggi costituisce la struttura portante dell’informazione da tabloid. Dove una storia trova posto solo se riesce a infilare, nella linea drammatica, anche quella rosa-hard e comica. Perché tizia uccide caio non interessa a nessuno. Mentre tizia bella e perversa seduce il povero caio, staccandogli la testa con le cosce sode su un tappeto di gran pregio...

Come circa il 99% degli iscritti esco da Scienze della comunicazione con il massimo dei voti e il mito di fare informazione all’anglosassone (un mito che coltivo ancora, singhiozzando a ogni puntata di Newsroom). Nel frattempo lavoro a cottimo per un service editoriale, quindi sbarco per l’agognato praticantato in un settimanale di partito. Per tre anni sgroppo a testa bassa in una redazione ferma alla Prima Repubblica. Con un paio di altri precari e colui che è diventato il mio migliore amico, Emanuele, produco un magazine destinato al macero, che ha il solo scopo di intercettare finanziamenti pubblici.

Scopro così la seconda costante della mia carriera: creare prodotti editoriali pensati per non essere letti, trasformando l’obbligo di dover aderire a un linguaggio morto e svuotato di significato in una forma d’arte. La capacità di fare nostro il codice del politichese è l’ultimo gesto tecnico che resta a me ed Emanuele per manifestare un talento che nessuno vuole assoldare, per cui è morto ogni mercato. Nel tempo libero compriamo Cronaca Vera e osserviamo con ammirazione come funzionano codici diversi dal nostro, chiedendoci se anche dietro quei titoli picareschi, sessisti eppure geniali, si nascondano giovani sfruttati come noi, che stanno ammiccando a colpi di metatestualità ai loro simili. Cronaca Vera, ovvero la rivista più letta nelle carceri e dai giovani intellettuali di provincia, hipster, come si direbbe oggi. Un luogo dove riusciamo persino a immaginarci a combattere il sistema dall’interno con il nostro arsenale di comicità citazionista nascosta dietro il pulp popolare di bassa leva. «Quanto sarebbe fico lavorare in un posto così?» ci chiediamo e «quanto saremmo più bravi noi a produrre tale sofisticata monnezza?».

Già, quanto? Di certo non più di Senpai...
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Senpai e Selene sono due dei protagonisti di Tabloid Inferno. Confessioni di una cronista di Nera, un saggio sotto forma di autofiction, il diario umano e il vademecum professionale di una giornalista freelance al servizio della stampa nera & scollacciata di serie Z. Questa lezione segue tre tracce extra complementari alla narrazione principale che è arrivata in libreria il 22 settembre 2016. La prima e la seconda sono state rilasciate prima della pubblicazione, la terza subito dopo.
Tabloid Inferno è stato presentato per la prima volta a Bologna, al Festival di Letteraria, dove è stato ribattezzato «il making of le notizie di merda». Sarà a Roma il 1 novembre all’interno del Salone dell’editoria sociale.

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