Nota quotidiana

La vera storia di nonno Renato, giornalista e partigiano a Roma

di Barbara Bonomi Romagnoli (da La27ora)*

"Fino a quel momento avevo avuto in testa solo la sua morte e avrei messo le mani solo nel dolore. Invece Lizzani mi ha raccontato del gruppo di amici che erano e di cui non sapevo nulla, delle risate che si son fatti e allora ho capito che potevo raccontarne la vita prima ancora della morte"

«Il libro che abbiamo fra le mani è un romanzo nel senso più pieno del termine: perché parla soprattutto di quello che non si vede ma che ci portiamo dentro. Le speranze e le sconfitte, l’amore e la morte, la città di muri e la città di sentimenti», così Alessandro Portelli, storico e anglista alla Sapienza di Roma, definisce Al centro di una città antichissima. La storia indicibile di un partigiano e di chi lo uccise (Alegre, 2017) della giornalista Rosa Mordenti.

Il libro che abbiamo dinanzi è anche, soprattutto, una scrittura in punta di piedi, il pudore che si fa parola accorta nel raccontare quel che a lungo in famiglia si è taciuto, ossia che Renato Mordenti, nonno dell’autrice, partigiano e giornalista dell’Unità nel dopoguerra, era sì morto nel 1952 a trent’anni, ma non per un incidente, bensì per mano della moglie Maria Luisa che lo uccise sul pianerottolo di casa. Rosa Mordenti viene a saperlo per caso, in un viaggio in macchina dove una frase pronunciata dal padre: «Quando tua nonna era in prigione...» apre un varco nel silenzio fino a quel momento calato su una vicenda che, a ricostruirla nel dettaglio, si scopre non essere semplicemente una «storia privata». Anzi, per rimettere insieme i pezzi è stato necessario frugare negli archivi, leggere pagine e pagine in emeroteca, tenere di fronte agli occhi le carte di un processo che, anche allora, fu mediatico e «strillato» e con gli occhi puntati sulla donna che aveva sparato, che non era restata nei ranghi previsti per lei. Anche per questo, il libro che avrete fra le mani andava scritto. Perché la memoria familiare di Rosa Mordenti non si trova «dove di solito si trovano le storie dei nonni, cioè in casa, negli oggetti, tra le numerose fotografie di foggia antiquata conservate con cura». L’autrice l’ha dovuta cercare fuori: nelle strade di Roma, in qualche libro, nelle memorie orali di quella generazione, in una scena del film Roma ore 11, dove lei pensava che il nonno recitasse il suo mestiere di giornalista, e invece Renato fa l’autista di un autobus.

Ad un certo punto decidi di seguire le tracce...
Sì, ed è stata una vera scoperta, non sapevo nulla del suo gruppo di amici e giovani partigiani, del loro rapporto molto forte con il cinema. Avrei dovuto pensarci il giorno che la mia compagna di scuola mi disse che il nonno, Pietro Ingrao, le aveva detto «Di’ alla tua amica Rosa che posso raccontarle un po’ di storie del nonno» e io, adolescente, non gli diedi minimamente peso.

E quando hai deciso di raccontare questa storia?
All’inizio avevo paura, mi chiedevo se era giusto e se avessi il diritto di farlo. Poi una sera a cena di alcuni anni fa ho incontrato Carlo Lizzani che mi raccontò un episodio della Resistenza romana del novembre del ’43, in cui lui, mio nonno e Marcello Bollero scapparono a perdifiato lungo via Nazionale per sfuggire ai nazisti. È ascoltando Lizzani per la prima volta ho pensato “ma allora quest’uomo è stato anche vivo, è stato giovane!». Fino a quel momento avevo avuto in testa solo la sua morte e avrei messo le mani solo nel dolore. Invece Lizzani mi ha raccontato del gruppo di amici che erano e di cui non sapevo nulla, delle risate che si son fatti e allora ho capito che potevo raccontarne la vita prima ancora della morte.

Qual è stata la difficoltà più grande nel mettere mano ai materiali rintracciati?
Dover scegliere, perché gli articoli dell’Unità dal ’49 al '52 erano tantissimi e soprattutto comprenderli appieno, perché Renato era un giornalista principalmente sportivo, è stato inviato a seguire lo sport popolare nei paesi dell’ex Unione Sovietica. Erano racconti epici, enfatici, come succede anche oggi con il giro d’Italia, oltre al fatto che era un giornalismo fortemente ideologico, militante e popolare al tempo stesso. Alcune storie erano davvero molto belle ma non ne parlo nel libro perché erano distanti dal “centro” su cui volevo stare, per non dire della mia ignoranza sportiva, son dovuta andare a cercare molti nomi degli sportivi raccontati.
E poi è stato difficile interpretare le carte processuali, solo una cosa era chiara: il giudizio su mia nonna da qualunque punto di vista: Unità, Pci, giornali di destra, commentatori generici. Da una parte era la moglie comunista che aveva tradito la sua origine borghese, dall’altra era la moglie borghese che non era stata all’altezza del compagno partigiano».

Nel testo parli della solitudine della scrittura...
Sì, perché ho potuto iniziare a lavorare a questo progetto nel periodo di disoccupazione, ho avuto il tempo di ragionarci, di andare a cercare gli articoli, lasciar sedimentare e poi tornare su frasi o concetti, cercare la voce giusta senza avere le pressioni di un lavoro quotidiano o dover stare nei ritagli di tempo, senza lavoro ho trovato spazio dentro di me. Però ho accusato la solitudine, dopo anni di lavoro in un collettivo giornalistico non è stato facile all’inizio e sono stata fortunata a trovare un editore in cui si è ricreato questo lavoro di gruppo. La storia dei miei nonni è una vicenda potente, l’ho potuta raccontare perché mi sono sentita le spalle coperte.

Pensi che questo scrivere sia stato in qualche modo «curativo»?
Il potere della parola è indubbio, più che curativa direi riparatrice, perché ricostruisce e riempie un vuoto. E si torna sempre alla domanda primaria: “perché si scrive?”. Questa vicenda non è direttamente una mia ferita, ma forse il racconto può riparare il danno che questa morte, questo vuoto ha creato. La mia generazione era l’unica che poteva raccontare questa storia. Quelli dopo di me sono troppo lontani, quelli prima erano troppo dentro, essere nipote è stata la distanza giusta.

Hai scritto un testo che ha dentro registri stilistici diversi e con molte voci a contornare i due protagonisti. Tutto condito con estrema discrezione e grazia, nulla o quasi sui tuoi sentimenti. Hai del rammarico nel non aver mai parlato di questa storia con tua nonna?
No, lei non ha voluto e capisco perché. Dopo aver saputo la verità, ero ormai più che adolescente, mi sono spiegata delle cose, il suo rapporto con le finestre e le sbarre, la tristezza di fondo nei suoi occhi, ma abbiamo avuto ugualmente un rapporto bello e profondo.

Nelle pagine si sente la tua formazione femminista, quando scrivi di come nel dopoguerra il ritorno allo status quo «inizia sempre dal ritorno nelle case delle donne» o, nel restituirci la figura di tua nonna, ti soffermi giustamente sulla doppia morale avuta da tanti compagni, giornalisti e intellettuali dell’epoca...
Da femminista, credo che la nostra visione del mondo debba pervadere tutto. Nel mettermi a scrivere mi sono chiesta cosa è dovuto essere stato per una donna ebrea di trenta anni degli anni ’50, che aveva visto la guerra ma non aveva una formazione politica, essere travolta da un amore così forte per il quale si mette contro la sua famiglia, rinuncia agli agi di una vita borghese appena recuperati, dopo la guerra, dopo essersi nascosti, i familiari deportati. Nonna è diventata di sinistra e comunista dopo l’incontro con mio nonno, e poi lo è stata per tutta la vita. Ha vissuto sola, aveva un camper con cui girava, era fiera della sua autonomia e si era resa indipendente economicamente. Dopo il carcere è stata presente con i suoi figli avendo una relazione di rispetto e amore profondo, un miracolo considerato il tutto, e con noi nipoti era una donna simpatica e divertente. Mi sono fatta l’idea che quello che è accaduto prima è successo perché a trenta anni non era così forte e non è stata capace di lasciare mio nonno quando il rapporto si era deteriorato ed è tornata a vivere nella casa paterna con due bambini piccolissimi fatti contro il parere della sua famiglia. Poi senza dubbio il loro era un amore tormentato, lui era pressante e geloso, lei era senza strumenti e la mancanza di speranza le ha dato la disperazione che serve per uccidere. Se lei avesse avuto più cultura, più libertà, più fiducia in se stessa forse non sarebbe successo.

Fonte: La27ora

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