In movimento

La valle c'è e tiene il tempo della lotta

Enrico Lancerotto Marta Russo

La manifestazione dei No Tav di sabato ha mostrato la capacità di un movimento autorganizzato di saper sfruttare a proprio vantaggio l'instabilità politica post-elettorale.

Sabato in valle eravamo in tanti. Nonostante la pioggia incessante, la marcia NoTav da Susa a Bussoleno ha visto la partecipazione di 80.000 persone. Donne, uomini, giovani, anziani, bambini sono accorsi da tutta Italia per affermare ancora una volta che la Valle non si tocca.
E per la salvezza della Valle, per la salvaguardia del territorio e per una gestione differente degli investimenti in questo paese, il movimento NoTav ha marciato per 8 Km da Susa a Bussoleno. Un corteo allegro, nonostante il grigiore del cielo, una marcia che ha chiamato a raccolta tutti i NoTav e che ricorda ancora una volta che la marcia dei movimenti in lotta non si arresta.
Doveva essere l'ennesima marcia di un movimento ventennale che simboleggia il punto più alto per l'autorganizzazione delle comunità in difesa dell’ambiente in Italia, e non solo, ma è stata qualcosa di più.
Nella marcia di sabato si sono fuse infatti le novità dell' instabilità politica post-elettorale con le costanti del movimento contro l'alta velocità, il quale riesce a giocare d'anticipo su ambo i fronti.
Dal punto di vista dell’autonomia del proprio percorso di opposizione al TAV, i valligiani si sono messi in rete con altri movimenti (NO MUOS e NO PONTE), in modo da creare un’agenda di mobilitazioni ambientaliste.
Marzo si era preannunciato, infatti, un mese in difesa dei beni comuni: il 16 a Messina contro il ponte sullo stretto, il 23 in Val di Susa e il 30 a Niscemi per il NoMuos.
L'unità tra questi movimenti si è vista anche concretamente con la presenza di delegazioni in ogni manifestazione.
C’è qualcosa di più però oggi rispetto al Patto di Mutuo Soccorso di qualche anno fa tra i movimenti del NO.
Questi movimenti, nonostante le specificità dei territori e le differenze nelle caratteristiche devastatrici delle Grandi Opere, trovano una comunanza non solo nella difesa dei territori e dei beni comuni dalla speculazione e dalla gestione di questi in base alle leggi di mercato, ma anche perchè agiscono di fronte a una crisi ambientale che più di altre mostra i limiti del sistema di accumulazione capitalista.
Se le teorie neoliberiste stanno scricchiolando, con il loro modello di diffusione delle logiche di mercato e di organizzazione aziendale in ogni ambito della società, anche il mito del progresso è impantanato rispetto a qualche anno fa.
I disastri ambientali, le enormi speculazioni e la visibile limitatezza delle risorse pongono in una posizione di imbarazzo e illegittimità gli amministratori e i tecnici che, più o meno convintamente, si fanno esecutori di queste opere.
La lotta contro il TAV è riuscita a generalizzarsi sul suolo italiano, la manifestazione di sabato sta a dimostrarlo quanto le mobilitazioni dell’anno scorso, perchè non parla solamente di questioni ambientali, ma ci parla anche di governance, di soggettivizzazione politica e di debito pubblico.
È infatti palese quanto le mega opere infrastrutturali incorporino in sè un trasferimento della ricchezza pubblica al privato, sia per alcune peculiarità del sistema italiano, che per alcuni dispositivi com il project financing e il general contractor.
Questi, presenti anche a livello europeo, ma adottati in Italia a partire dal 2001, con “la legge obiettivo” varata dal secondo governo Berlusconi, legalizzano un sistema di esternalizzazione a soggetti privati dei lavori pubblici, con pochissime garanzie sulle modalità e i tempi con cui verrà speso il denaro pubblico e certezze di guadagno per il contraente privato.
Questi istituti, creano dinamiche contradditorie, dall’appalto alle società della malavita organizzata che fiutano l’affare, al carrozzone TAVspa, nato nel 1991, che pur essendo il garante pubblico, chiede prestiti alle banche private, amplificando in 20 anni il costo dell’opera, da 9000 milioni ai 47 miliardi di euro del 2010.
Il debito pubblico italiano è in buona parte composto anche in questo modo, con cambiali in bianco alle principali grandi imprese italiane, per opere faraoniche distanti dalle reali lacune infrastrutturali del nostro paese. Basterebbe pensare alla stessa rete ferroviaria che manca di doppi binari, carrozze e locomotive al passo con i tempi e trasporti regionali efficienti.
Sabato si è palesata anche la forza politica del movimento NO TAV, che è riuscito a sfruttare l’ingovernabilità post elettorale a proprio vantaggio.
Diversi attivisti, tra cui Luca Abbà che l’anno scorso toccò un filo dell’alta tensione per fermare lo sgombero del presidio della Maddalena, sono entrati nel (non) cantiere a monitorare la situazione, insieme a parlamentari del Movimento 5 Stelle e di Sinistra e Libertà.
La visita ha confermato il blocco sostanziale dei lavori. Quella che è stata allestita meno di due anni fa con lo sgombero brutale della “libera repubblica della Maddalena” è una grossa gabbia, al cui interno non avviene proprio nulla.
Nelle foto di sabato mattina, appariva il responsabile del progetto, Virano, vicino al PD, visibilmente infastidito dal dover condividere il cantiere con i montanari ribelli della Val Susa.
Il suo fastidio è la cartina tornasole di un Partito Democratico che, nonostante tutti gli sforzi di un lifting rappresentativo di orizzontalità e assemblearismo, rimane strutturalmente immutato. Un’organizzazione che, se da un lato lancia le primarie come grande processo decisionale dal basso, dall’altro non è in grado nemmeno di sostenere questa pantomima, espellendo tutti gli iscritti NO TAV.
Un partito che, mentre si aggiudica un governo a dir poco traballante, rischia di spaccarsi per gli aspri contrasti tra alcuni suoi membri di spicco, proprio a causa del TAV.
Un contenitore politico che, aldilà dei vari livelli di analisi con cui potremmo analizzare il problema, è PRO TAV perchè alcune delle lobby economiche che lo compongono sono imprese a cui è appaltata la costruzione dell’alta velocità.
Il progetto del Tav ha già visto l’impiego di migliaia di euro per l’apertura del cantiere e al momento prevede uno stanziamento di 180milioni di euro al mese per tenerlo in sicurezza.
Alla resistenza popolare, i governi hanno risposto con la militarizzazione della Valle, portando nei momenti di maggiore tensione, fino a 3000 le unità di forze dell’ordine presenti nel territorio, e con la repressione istituzionale.
Anche sabato, venivano fatti fermare i pullman all’uscita dell’autostrada e le unità antiterrorismo provvedevano alla registrazione video del volto di ogni passeggero con a fianco la propria carta d’identità.
Una schedatura di massa, un controllo delle opinioni volto ad intimorire chi, comunque, “paura non ne ha” quando si tratta di difendere i territori, e con questi le nostre vite.

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