In movimento

La strada come unità di misura

Giuliano Santoro da Dinamopress.it*

In occasione della riedizione de "Il derby del bambino morto", arricchito da un aggiornamento di Claudio Dionesalvi e da un'introduzione di Wu Ming 5, su Dinamopress uno speciale su Valerio Marchi riproponendo diversi testi, alcuni dei quali oramai irreperibile in rete.

Valerio Marchi apparteneva a una sottocultura di strada. Da quella posizione, certamente di nicchia e orgogliosa di esserlo, aveva la capacità nient'affatto scontata di articolare ragionamenti e produrre discorsi che allargavano lo spettro del discorso e proiettavano i reietti della società, quella che lui definiva la teppa, al centro dell'osservazione. Molto prima che anche in Italia, col consueto ritardo, arrivasse l'ondata di studi postcoloniali e di riferimenti ai cultural studies della scuola di Birmingham, un sociologo di strada, skinhead e tifoso dello stadio, citava gli studi postgramsciani di Stuart Hall e dei suoi accoliti. Valerio Marchi riusciva a mettere al centro della società quello che tutti gli altri, anche a sinistra e spesso anche nei movimenti, si sforzavano di nascondere sotto il tappeto. Riuscire a non farsi mettere all'angolo, mantenere la propria storia ma non farsi ridurre a nicchia culturale e politica: merce rara di questi tempi.

È anche per questo stile, per questo metodo che ancora ha molto da insegnarci, che casca a fagiolo la ristampa de «Il derby del bambino morto», fuori per i tipi di Alegre nella collana Quinto Tipo, diretta da Wu Ming 1. Qualche anno fa, il direttore del Centro studi sulla sicurezza pubblica della polizia, mostrò di scoprire l'acqua calda e prese atto di una cosa che molti osservatori del fenomeno ultrà, in primis Valerio, avevano sollevato: «Molti gruppi storici si sono sciolti si sono sciolti perché gli ultrà con l'inasprimento dei controlli e delle pene non vogliono più essere identificati o identificabili». Come a dire: abbiamo ottenuto il solo effetto di sbaragliare chi agiva alla luce del sole. Magari non erano stinchi di santo, si parla di gruppi di tifosi non di comitive di boy scout, ma almeno erano interlocutori e controparti riconoscibili. Secondo l'Osservatorio, invece, le curve erano diventate «un piatto ricco per chi è coinvolto in attività di vario tipo». Inoltre, si leggeva nel dossier, «il tifo è quasi scomparso». Ne parla Claudio Dionesalvi, ultrà-scrittore nel suo “aggiornamento” al volume, introducendo la categoria di Ultrà Geneticamente Modificato. Se ne discuterà il 20 dicembre alle 17.30 a Esc in occasione del Festival L'Ivre: assieme a Dionesalvi ci saranno Luca Pisapia del Fatto Quotidiano, l'attore Valerio Mastandrea e un rappresentante del calcio popolare dell'Atletico San Lorenzo.

«Il derby del bambino morto» prende le mosse dal caso della partita Roma-Lazio che non si giocò a furor di popolo dopo che una leggenda si diffuse tra le due curve circa la morte di un piccolo tifoso nel corso degli scontri fuori dallo stadio. Dalla spontanea diffusione della leggenda metropolitana emerge un dato materiale: le misure repressive non hanno fatto altro che alimentare una spirale di violenza e incomprensione. Ogni volta che si risaliva un gradino dell'escalation della cosiddetta «emergenza tifo violento» si procedeva verso l'abisso. Potremmo far partire tutto dalla grande speculazione dei mondiali di Italia ‘90, quando i carabinieri abbandonarono la divisa verde militare per scegliere il blu, più accomodante e meno militaresco. È negli stadi che sono stati collaudati i lacrimogeni al Cs ed i manganelli «tonfa». La caserma Bolzaneto di Genova era nota tra gli ultrà italiani da prima del G8 del 2001 come luogo di reclusione e tortura. È negli stadi che i celerini hanno imparato a «calcare la mano», sicuri che i superiori chiudessero un occhio e che in fondo nessuno avrebbe mai protestato in nome dei «diritti civili» per difendere la teppa delle gradinate. Un gruppo di celerini toscani del Siulp, in un documento diffuso alla vigilia del G8, si diceva allarmato non da «manifestanti sovversivi», ma dalla «nuova barbarie, la strada».

Il legislatore ha consegnato a colpi di provvedimenti bipartisan gran parte delle curve ai pochi gruppi che sono organizzati militarmente (resistono solo quelli che mostrano di saper «difendere» le curve) e spinto il tifo verso la clandestinità (resistono solo i gruppi informali), magari vietando le trasferte (cioè rendendole incontrollabili) o impedendo che vengano esposti striscioni. Valerio Marchi traccia un appassionante itinerario della relazione tra ordine pubblico, polizia e società, spiegando come negli anni settanta i celerini si formavano la rappresentazione del nemico nelle manifestazioni di piazza. Da qualche anno, diceva Valerio, il nemico è tornato a essere il tifoso. O meglio, l'ultrà è il metro di giudizio della brutalità della polizia, che ormai agisce sempre ha imparato a fare con folk devil dai comportamenti indecifrabili. Ne deriva che le cosiddette “forze dell'ordine” spesso vivono i conflitti sociali come una guerra tra bande in cui gli uomini blu con casco e manganello sono una delle parti in causa, che cova vendette e dispensa odio con la frustrazione tipica di una banda di periferia e qualche arma in più.

Il modo migliore per ricordare Valerio Marchi, è riproporre alcuni dei suoi scritti, come nel caso di questa ristampa (che segue la riproposizione di “Teppa” ad opera di Red Star Press). Noi abbiamo ripescato gli articoli che aveva scritto per il settimanale Carta nel corso degli Anni Zero. Facevano parte, assieme al testo che introduce la collezione, di un piccolo speciale a lui dedicato messo insieme il 22 luglio del 2006, a poche ore dalla sua scomparsa.

Gli articoli di Valerio:
Dove nascono gli ultras. Il calcio visto "dal basso" di Valerio Marchi
San Lorenzo il magnifico di Valerio Marchi
I buoni e i cattivissimi: recensione di “Cuori Neri” di Valerio Marchi
Uno sport popolare o uno sport supermercato? di Valerio Marchi
A lezione da Valerio di Giuliano Sntoro

*Fonte articolo: http://www.dinamopress.it/news/la-strada-come-unita-di-misura

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