Corrispondenze

La Siria e il movimento pacifista

di Piero Maestri

Lettera ai siriani e alle siriane che si battono per la libertà e contro la dittatura. I limiti profondi della solidarietà internazionale, il rischio dell'intervento internazionale, la necessità di un'iniziativa efficace

Carissime/i,
in questi ultimi 20 mesi ci siamo incontrati diverse volte con alcune/i di voi nelle manifestazioni contro il regime e per la pace giusta in Siria. Altre/i di voi non le/li conosco personalmente, ma vi sento comunque amiche e amici, perché condivido le vostre scelte, la vostra speranza, la vostra voglia di libertà e giustizia.
Provo a scrivervi questa lettera perché mi addolora il sentimento che molti di voi provano, e che bene ha espresso Shadi Hamadi scrivendo (rivolto a “noi” – pacifisti, europei, donne e uomini che hanno la fortuna di non vivere sotto le bombe..) “che cosa devono fare i Siriani per meritare la vostra solidarietà?”, esprimendo così il vostro “profondo senso di sofferenza e solitudine, proprio quello che provano i nostri fratelli in patria”.
Mi chiedo allora non come possiamo fare a farvi sentire meno sole/i, e nemmeno a come “lenire” le vostre sofferenze (solo una Siria in pace e senza dittatura può farlo, mi pare), ma vorrei provare a spiegare cosa provano molte/i di noi – o almeno cosa provo io – e cosa potremmo fare insieme.

Una piccola premessa, che sgomberi il più possibile il campo da possibili equivoci e incomprensioni e aiuti me e voi a capire quale sia il terreno del nostro incontro. Per quanto riguarda quello che succede in Siria, personalmente mi sono formato questa opinione:
la rivolta/rivoluzione della maggioranza delle popolazione siriana è non solamente legittima, ma profondamente giusta e doverosa per poter cacciare un regime corrotto e dittatoriale (se qualcuno, in Italia a altrove, ritiene che quello di Assad non sia un regime o una dittatura, o comunque sia meglio di altri perché “laico” e elemento di equilibrio, non sono certo io…);
la vostra rivoluzione ha il mio incondizionato sostegno: incondizionato nel senso che la mia solidarietà non dipende dai comportamenti delle singole forze di opposizione, da una “bilanciata analisi” di chi rappresenta oggi l’opposizione, ma delle ragioni della stessa rivoluzione, dalle sue speranze, dalle sue possibilità;
riconosco che la vostra è una lotta di liberazione e non uno scontro tra comunità religiose o di tipo settario;
riconosco che la rivoluzione siriana è un fatto nato dallo stesso popolo siriano, indipendentemente dai giochi di potere internazionali dei diversi governi che sostengono Assad o che gli si oppongono (e magari in tempi diversi fanno una cosa e l’altra) e quindi non una sorta di “complotto” o comunque di scelta nata dai paesi imperialisti o di quelli reazionari della regione (che pure hanno una loro agenda per la Siria);
sono consapevole che la violenza nasce dalla dittatura, è intimamente connessa ad essa, e che la causa prima dell’attuale situazione di “guerra” sta nella volontà del regime di difendere la sua dittatura con la violenza e le armi. Per questo considero la scelta armata delle forze di opposizione come una risposta (non necessariamente condivisibile in ogni suo aspetto, però, per quanto riguarda azioni e obiettivi);
da democratico uomo di sinistra europeo vorrei che nascesse una Siria democratica, laica (nel senso che la religione non sia fattore di discriminazione politica, sociale e soprattutto verso le donne), partecipata e con una forte giustizia sociale. Sono però consapevole che saranno le/i siriane/i a decidere cosa dovrà essere la Siria, senza nessun paternalismo razzista e senza – speriamo – alcuna ingerenza straniera che imponga scelte non compatibili con la libertà, la giustizia, la democrazia (come oggi per esempio accade in Egitto per responsabilità del presidente Morsi, o in Bahrein per la politica di quel governo e di quelli che lo appoggiano). Confido nella volontà delle/dei siriani di difendere la loro rivoluzione, come stanno facendo i vostri fratelli e sorelle egiziane che ancora riempiono piazza Tahrir per difendere la loro.

Vi scrivo perché vorrei insieme a voi capire dove si formano alcune incomprensioni, come succede che alcune parole che usiamo possano ferirvi, come sia possibile che la sincera volontà di pace di molte/i di noi possa essere da voi vissuta come disinteresse per la sorte delle bambine e dei bambini siriane/i…
Quando ci fermiamo ad “analizzare” cosa succede in Siria, quando proviamo a capire quali siano le forze in campo, non si tratta solamente di speculazione intellettuale o peggio di “fare l’analisi del sangue” alle forze di opposizione per potersi astenere da esprimere solidarietà (o peggio ancora per dimostrare così che in fondo sono peggio di Assad e quindi è meglio difendere la pace del regime…).
Per molte/i di noi la spinta è la volontà di capire cosa succede, per aiutarci ad agire, per provare ad uscire dalle manipolazioni di un’informazione quasi sempre inattendibile e banalizzante.
Così affiorano alcune parole, alcuni concetti, alcune raffigurazioni che voglio provare ad affrontare.

1. il pacifismo e l’intervento umanitario.
Vi ho sentito spesso chiedere “dove sono i pacifisti?” come purtroppo facevano spesso i signori della guerra per giustificare i loro interventi con i crimini dei loro nemici del momento, che – appunto – i pacifisti secondo loro non condannavano abbastanza. Vi siete chiesti, come ha fatto Shadi, “cosa deve accadere per esprimere la vostra solidarietà?”.
Non parlo per tutte/i – per esempio non mi interessa la posizione di coloro che mettono in primo piano logiche “geopolitiche” - ma molte/i di noi sono davvero preoccupate/i che un intervento militare esterno, soprattutto della Nato e i suoi alleati (quelli che hanno distrutto l’Iraq, l’Afghanistan, la ex-Jugoslavia e così via) possa essere un’ulteriore lutto per la popolazione siriana.
Non è disinteresse per le sofferenze attuali, ma la convinzione che un intervento esterno potrà magari salvare qualche vita umana nell’immediato (e non è affatto detto, visto che questi interventi “umanitari” sono in genere condotti con bombardamenti dall’alto e altri mezzi catastrofici…) ma certamente ne causerà di altre nel breve futuro. E, oltretutto, sarà l’occasione per rendere i siriani meno liberi di quanto vorrebbero di scegliere il loro futuro, perché chi interviene cercherà di controllare le dinamiche della transizione alla democrazia.

Non si tratta di scegliere tra la guerra e la dittatura – anche perché oggi ci sono sia la guerra che la dittatura – ma capire insieme come sia possibile sostenere un processo che porti il prima possibile alla caduta del regime e ad un processo di democratizzazione e libertà.
Alcune/i italiane/i pensano che questo processo democratico passi solamente attraverso un percorso di pacificazione e di “riconciliazione”, cioè con il dialogo tra le diverse parti della società siriana.
Altre/i sono invece convinte/i dell’inevitabilità della lotta armata, anche se ne vedono tutti i rischi e la presenza al suo interno di gruppi estremisti e pericolosi per il futuro dei siriani. E sperano che possa essere la più breve e limitata possibile.
Queste differenti visioni portano a una minore solidarietà con la rivoluzione? Qualcuno lo pensa e sbaglia. Voi siriane/i dovete aiutarci a tenere ferma la nostra solidarietà facendoci capire meglio quali siano le ragioni e le motivazioni dei diversi gruppi – pur nella loro giusta e necessaria unità contro il regime.
Ma credete, tutti noi che sosteniamo la vostra lotta continueremo a essere contrari a qualsiasi intervento armato degli Usa e della Nato (e fate bene a sottolineare anche le ingerenze iraniane o russe), anche perché sono interventi fatti “in nostro nome” da governi (compreso quello italiano) che da tempo fanno le guerre per i loro interessi economici e politici, e non certo per aiutare la liberazione dei popoli. Lo dimostrano l’Iraq, l’ex Jugoslavia, l’Afghanistan, la Libia…. Si può essere contro l’intervento straniero e contro la dittatura, pensiamo. Convinti sempre che “non c’è pace senza giustizia”.

2. il pericolo dell’estremismo “islamista”
Voi avete spesso espresso il vostro fastidio quando cerchiamo di capire chi siano i diversi gruppi armati che oggi combattono il regime e l’esercito di Assad. Lo capisco, perché vi sembra che sia un esercizio inutile e secondario di fronte alla necessità per voi di difendere l’unità di tutto il fronte di opposizione.
Ma la solidarietà con le ragioni e la realtà dell’opposizione non può arrivare a nascondere gli errori e anche i crimini commessi da alcuni soggetti e gruppi armati: certamente non sappiamo mai quando si tratta della verità o di propaganda del regime, ma una rivoluzione che pure sosteniamo non può per noi essere esente da critiche; e quando queste critiche provengono da chi è impegnato per il successo della rivoluzione stessa, dovrebbero essere benvenute anche da voi, perché aiutano a superare errori e a discutere con chi pratica la solidarietà.
Non potete chiedere a chi vi sostiene di tacere di fronte ad azioni che ritiene gravi ed efferate, senza per questo paragonarle a quelle delle forze del regime – perché non sono sullo stesso piano per le ragioni e la motivazioni.
In questo entra anche la distanza verso certe forme di islamismo politico, che non sono solamente la legittima (anche se non ci piacciono i partiti religiosi) scelta di costruire forze politiche sulla base del credo islamico, quanto la volontà di egemonia e dominio da parte di alcuni di questi gruppi – oltre ad alcune pratiche “terroristiche” che non possiamo e vogliamo giustificare.

3. Combattenti, ribelli, partigiani, rivoluzionari
Un altro discorso che vi fa alzare la voce è la definizione dei combattenti rivoluzionari come “ribelli”.
Se è vero che qualcuna/o utilizza questo termine per screditare o sminuire la posizione di chi si oppone al regime, la definizione è usata spesso senza alcuna volontà negativa: ribellarsi contro una dittatura è un dovere, e i ribelli non sono persone negative; rivoltarsi e combattere (con mezzi pacifici o con la forza) contro la dittatura è giusto – e chi lo fa è un partigiano.
Per questo dovete giustamente segnalare tutti i casi in cui le parole che si usano servono a confondere, a negare, a condannare tutti quelli che combattono per la libertà – ma dovete anche saper discutere con chi non vuole condannare e negare, ma capire e distinguere.

4. Guerra civile o lotta di liberazione
Anche la definizione di quanto succede come guerra civile vi trova molto contrari.
Lo capisco perché spesso viene usato per negare che si tratti di una lotta di liberazione e che le “due parti” siano sullo stesso piano – e questo renderebbe impossibile “schierarci”.
Ma la definizione di guerra civile descrive una situazione nella quale due parti della stessa società, dello stesso paese, della stessa nazione si scontrano con le armi. Non dovrebbe dire nulla sulle ragioni degli uni o degli altri.
Uno storico italiano importante (assolutamente di sinistra e a suo tempo partigiano antifascista), Claudio Pavone, ha scritto un saggio definendo la lotta partigiana anche nel contesto della guerra civile – perché non fu solamente una liberazione dall’occupazione nazista, ma anche una guerra contro i fascisti italiani e la loro dittatura. Nessuna bilancia metterà mai sullo stesso piano i combattenti fascisti e i partigiani antifascisti: ma riconoscere la guerra civile dentro la lotta di liberazione dovrebbe aiutare a comprendere meglio i comportamenti di chi combatte e anche di chi non combatte, della popolazione delle città, di tutti quelli che sperano nella fine delle violenze.
Non fatevi ingannare dalla retorica di chi vi critica: definire una situazione come guerra civile non può nascondere le ragioni di chi sta dalla parte della libertà contro una dittatura.

Per concludere questa lunga lettera, dove ci incontriamo ancora? Cosa possiamo fare insieme? Come possiamo aiutarci a vicenda, senza paternalismi e con il rispetto per la posizione differente in cui ci troviamo?
Personalmente mi sono trovato insieme ad altre/i (italiane/i, siriane/i, palestinesi…) a organizzare un Comitato di sostegno al popolo siriano che si è dato due obiettivi prioritari: la solidarietà e il sostegno materiale alla popolazione siriana e ai profughi e la programmazione di iniziative politiche e culturali di informazione e di approfondimento sulla realtà siriana, sui gruppi di opposizione democratica, sulla proposte per una Siria democratica in cui tutti possano convivere in pace.
Pensiamo che queste attività servano la vostra causa e permettano alle/agli italiane/i (pacifiste/i, democratiche/ci, internazionaliste/i) di partecipare ad attività di cooperazione e condivisione.
Ma voi siete convinte/i servano queste iniziative dal basso? O pensate invece sia sufficiente la solidarietà arabo-musulmana e l’intervento dei governi?
Discutiamone allora e aiutiamoci a capire cosa davvero può farci lavorare insieme

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