Nota quotidiana

La scrittura come luogo d'incontro

Si è chiuso a Roma, con un grande successo di partecipazione, il festival di Letteraria. Di seguito l'intervista uscita sul periodico svizzero "Solidarietà" a Giuseppe Ciarallo sul lavoro della rivista e sull'ultimo numero.

Si è chiuso sabato sera, con un emozionante reading dalla nuova edizione de L'amore degli insorti, la nuova edizione romana di Letteraria, il festival di letteratura sociale organizzato da Edizioni Alegre insieme allo spazio di Mutuo soccorso Communia.
Un connubio perfettamente riuscito quello tra l'idea di letteratura sociale della rivista fondata da Stefano Tassinari, e la lotta di studenti e precari contro la speculazione nelle ex fonderie Bastianelli a S.Lorenzo, trasformate in uno spazio di servizi per il quartiere e in un luogo di incontro culturale.
Centinaia di persone hanno attraversato la tre giorni in cui si sono alternate presentazioni di libri, performance teatrali e reading musicali, con la partecipazione di Wu Ming 1, Angelo Ferracuti, Roberto Adriani, Carlo Lucarelli, Marco Baliani e dei Tete de bois.
Dibattiti di altissimo livello, e letture emozionanti, hanno reso più forte l'idea di letteratura sociale con cui si misura Letteraria.

A questo link trovate alcune delle foto della tre giorni: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=141567126040316&set=a.1410759194...

Negli stessi giorni del festival è uscita sul periodico svizzero "Solidarietà" questa intervista a Giuseppe Ciarallo, della redazione di Letteraria, in cui ricostruisce la genesi e il lavoro della rivista, che continuiamo a portare avanti con rinnovato impegno ed entusiamo.

(Da "Solidarietà" - Maggio 2013)

Per iniziare, puoi ripercorrere la genesi del progetto e tracciare un profilo di Letteraria?

La rivista è nata per iniziativa di quel grande scrittore, poeta, intellettuale ma soprattutto catalizzatore di energie che è stato Stefano Tassinari. Nell’estate del 2008 fece partire un “tam tam” che riuscì a coinvolgere intorno al progetto Letteraria, un gran numero di scrittori, poeti, fotografi, docenti universitari, tutti molto determinati a mettere da parte i propri percorsi individuali di scrittura e di partecipazione alla vita culturale, per provare a ricreare una dimensione
collettiva. Da subito la rivista venne pensata come contenitore per una parte monografica (che normalmente prende i due terzi delle pagine) e una serie di rubriche tese ad aprire finestre sulle letterature del mondo o a ripescare nomi della cultura, ingiustamente archiviati nel dimenticatoio. La parte monografica è solitamente incentrata su tematiche importanti (non necessariamente legate alla stretta attualità, vista la frequenza d’uscita semestrale della rivista) quali, come è stato per i numeri passati, ad esempio, il mondo del lavoro o più correttamente dei lavori, i populismi, il lavoro culturale, il rapporto tra sinistra e cultura, fino all’ultimo numero dedicato alle situazioni che creano socialità e incontro di saperi e di conoscenza. Ah! Dimenticavo… le varie sezioni della rivista sono sempre accompagnate da una parte iconografica completamente slegata dai testi, che rappresenta un racconto per immagini, a sé stante.

La rivista porta la dicitura “semestrale di letteratura sociale” e affronta temi diversi, spesso politici, partendo però dallo specifico letterario. Perché è importante che al lavoro culturale, che oggi conosce principalmente, come ci hai detto, percorsi accademici e individualizzanti, venga dato un carattere sociale? E, per contro, che valore può aggiungere la dimensione culturale/letteraria all’analisi politica?

Come dicevo, fin dalla prima riunione si cercò di dare alla nuova rivista un carattere unico e particolare. A nessuno di noi interessava disquisire di letteratura tout court, da subito decidemmo di non pubblicare racconti, recensioni, segnalazioni e tutto ciò che normalmente caratterizza una rivista letteraria. Il nostro intento era quello, e lo è tuttora, di entrare nel dibattito politico, culturale, sociale, utilizzando il mezzo che più ci appartiene, e cioè la scrittura. Interpretare le dinamiche di un mondo in continuo, repentino mutamento, sviscerare, magari per incepparli, i meccanismi che regolano i rapporti nelle società globalizzate, raccontare le luci e perché no, le ombre e le contraddizioni della società in cui viviamo, del mondo del lavoro, della scuola, di quei movimenti che vogliono un cambiamento radicale, questo per noi voleva e vuole dire quel “sociale” messo in coda al sottotitolo. A me, personalmente, forse perché non amo particolarmente il presente, piace parlare delle questioni che ci proponiamo di approfondire, sempre partendo da situazioni legate al passato. Mi definisco un po’ “l’archeologo” di Letteraria. Ho parlato di Berlusconi partendo da un libro di Camillo Berneri su Mussolini,
cogliendo per la verità un sacco di parallelismi tra le due figure; ho trattato il mondo contadino dei romanzi di Francesco Jovine, mio conterraneo; sul rapporto tra sinistra e cultura, ho raccontato degli intellettuali impegnati nella Guerra Civile spagnola. E anche per l’ultimo numero mi è venuto naturale scrivere di un luogo che, nella città che abito, e cioè Milano, ha
rappresentato a partire dagli anni del secondo dopoguerra, un importantissimo polo di aggregazione politica e culturale [si tratta del bar Giamaica, situato in via Brera, ndr].

Letteraria luogo d’incontro, che, come dicevamo, recupera la pratica di un fare collettivo dopo anni di percorsi individuali. Perché è importante, oggi forse più che in altri periodi storici, ritrovare questa dimensione corale del fare, quella voce che avete sottilmente definito “la quarta persona singolare”?

Attorno alla rivista si è creato un gruppo compatto. Prova ne siano le numerose occasioni in cui ci si è ritrovati ad agire insieme: diverse sono state le iniziative per ricordare Stefano, venuto a mancare esattamente un anno fa, svariate le presentazioni della rivista che hanno visto coinvolti redattori e collaboratori, senza dimenticare due importanti esperienze
editoriali nate intorno alla casa editrice Alegre (che dall’uscita del terzo numero è subentrata a Editori Riuniti nella pubblicazione di Letteraria), quali Sorci Verdi – Storie di ordinario leghismo e, soprattutto, Lavoro Vivo. Se il primo dei due libri è nato sull’onda emotiva di un contrasto all’azione censoria di alcuni amministratori veneti di destra (i quali avevano proposto di escludere dagli scaffali delle librerie pubbliche i libri di quegli autori rei di avere in passato sottoscritto una petizione al governo francese affinché negasse l’estradizione di Cesare Battisti richiesta dallo Stato italiano), il secondo, Lavoro Vivo è invece un libro più meditato e partecipato, anche questo voluto dalla caparbia determinazione di Stefano Tassinari, il quale a margine di una manifestazione operaia nella sua Bologna, aveva offerto la propria collaborazione e quella dei suoi colleghi scrittori, a sostegno delle lotte della Fiom, che in quel momento stava subendo un violento attacco non solo dai suoi nemici naturali, le destre, ma anche da certa sinistra e dagli altri sindacati ex-confederati. Lavoro Vivo fu in realtà lo sbocco naturale al discorso iniziato e portato avanti con Letteraria.

Infine, Letteraria come incontro non solo tra scrittori, ma anche tra di essi e i propri lettori. Qual è il vostro rapporto con chi vi segue e attraverso quali pratiche cercate di creare uno spazio comune con loro?

Letteraria non è una rivista d’elite. E’ una rivista destinata ai lettori “forti”, questo sì. Non c’è passività possibile nei lettori di Letteraria, ma un’interazione e una partecipazione indispensabile per far sì che le tematiche trattate nei vari interventi non diventino lettera morta ma magma incandescente, che smuova il pensiero e lo faccia diventare qualcosa di vivo e di agente. L’incontro con i lettori avviene principalmente durante quelle iniziative che mettiamo in atto per diffondere la rivista: le cene con i lettori (che per un prezzo modico mangiano, entrano in possesso dell’ultimo numero e discutono con i redattori), le feste della casa editrice (memorabile quella di Caldarola, nelle Marche, dell’agosto 2011, con Stefano che senza batter ciglio passava dai fornelli, ai tavoli come cameriere, al moderare dibattiti, al presentare di libri, al leggere brani come se niente fosse) e le presentazioni nelle situazioni e nei luoghi più disparati. Il tutto in attesa di riuscire a costruire un sito web che metterà Letteraria ancor più a contatto con i suoi numerosi lettori. E a proposito di “incontro”, come non ricordare che questo è proprio l’argomento trattato nel numero attualmente in libreria (il n. 7, maggio 2013)? Qui si parla delle “riunioni del mercoledì” dell'Einaudi del periodo “classico”, di autogestione di case del popolo, di sezioni di partito d'antan e di movimenti sul territorio come i No Tav della Val di Susa e la Zone à defendre di Nantes, del Bar Giamaica della Milano di Bianciardi e delle odierne “community” on line, della rete di scrittori che sostenne Salman Rushdie negli anni della Fatwah e di quella che in Italia ha impedito la messa al bando di libri e autori “scomodi” dalle biblioteche pubbliche del Veneto, delle Madres de Plaza de Mayo e delle occupazioni di teatri e spazi culturali dismessi e/o al centro di speculazioni urbanistiche (Asilo Ex Filangieri di Napoli, Teatro Valle di Roma, Bartleby di Bologna, Macao e Ex Cuem Libreria Autogestita di Milano), passando per i lavoratori che poterono formarsi grazie alla conquista delle “150 ore”. Insomma, di tutte quelle situazioni in cui, partendo da percorsi individuali si arriva a ricreare dimensioni collettive del vivere e dell’agire sociale. In pratica… Letteraria.