Nota quotidiana

La rinazionalizzazione delle masse

Wu Ming 1 (da Letteraria)

La globalizzazione ha alimentato un blob di nazionalismi, populismi di destra e razzismi, che si spaccia per opposizione alla tecnocrazia UE e che, come vediamo in Francia, conquista un certo successo elettorale.

La globalizzazione ha alimentato un blob di nazionalismi, populismi di destra e razzismi, che si spaccia per opposizione alla tecnocrazia UE e che, come vediamo in Francia, conquista un certo successo elettorale. A questo è dedicato l'ultimo numero della rivista "Letteraria" - di cui di seguito proponiamo l'editoriale di Wu Ming 1 - e anche il libro di Valerio Renzi appena uscito in libreria, "La politica della ruspa". Per avere una cassetta degli attrezzi per smontare gli ingranaggi di questa ruspa vi proponiamo l'acquisto congiunto delle due pubblicazioni a soli 20 euro solo dal nostro sito.
[Redazione]

«Nel futuro la storia c’è ancora, e la storia è confusione; benché sia assurdo pensarci, nel futuro immediato ci può essere sempre qualcosa di imponderabile che può togliere ai fascisti quel successo che tutti prevedono ed essi tracotanti si aspettano.»
Così scrive Pier Paolo Pasolini nell’Appunto 64 di Petrolio. Letto oggi e fuori testo, sembra un invito a non arrenderci, a non darci per vinti di fronte all’avanzare dell’ondata reazionaria, razzista, fascioleghista e quant’altro. In quell’abbozzo di capitolo, invece, si racconta qualcosa di meno esaltante: un «rimpasto» di incarichi dentro l’ENI. Il protagonista del romanzo, funzionario dell’Ente in quota «area cattolica di sinistra», rischia di essere scalzato da «un uomo decisamente di destra, proposto (anzi, quasi imposto!) da Almirante», ma riesce a conservare l’incarico spingendosi egli stesso più a destra.
Non è quel che ha fatto la “sinistra” istituzionale italiana ed europea negli ultimi trent’anni? Rimpiazzare preventivamente la destra, per gestire la lunga controrivoluzione neoliberista.
L’ultimo Pasolini disse più volte che il vecchio fascismo, coi suoi codici, le sue retoriche, il suo rapporto tra un capo e una massa, era stato superato da un “fascismo” peggiore, quello del neocapitalismo, della società dei consumi. I neofascisti non sparivano, ma erano pienamente sussunti nella nuova logica, omologati e funzionali al potere “democratico” dei consumi. Dietro tic come il saluto romano e retoriche ormai residuali, non vi era più una soggettività “altra”. Anche questo è narrato in Petrolio, in uno degli appunti più memorabili, il 125, dove si descrive un corteo neofascista:
«[I manifestanti] non potevano essere che quelle persone reali che in quel momento il potere (la storia) voleva. I loro slogans mentali classici, come “Dio, Patria, Famiglia” erano puro vaneggiamento. I primi a non crederci realmente erano loro. Forse, delle vecchie parole d’ordine, ad avere ancora un senso era, appunto, l’“Ordine”. Ma ciò non bastava a fare il fascismo [...]. Erano dei miseri cittadini, ormai presi nell’orbita dell’angoscia del benessere, corrotti e distrutti dalle mille lire di più che una società “sviluppata” aveva infilato loro in saccoccia.»
Negli anni Novanta una rappresentanza di ex-giovani neofascisti, quelli che Carlo – il protagonista di Petrolio – aveva visto sfilare, si imbellettò di eufemismi come «centrodestra» e andò al governo. Costoro non espressero alcuna alterità, alcuna specificità dentro la più vasta, epocale controrivoluzione liberista, della quale erano parte integrante.
Ancora Pasolini, in un’intervista del giugno 1975: «Gli uomini al potere continueranno a organizzare altri assassinii e altre stragi, e dunque a inventare i sicari fascisti; creando così una tensione antifascista per rifarsi una verginità antifascista, e per rubare ai ladri i loro voti; ma, nel tempo stesso, mantenendo l’impunità delle bande fasciste che essi, se volessero, liquiderebbero in un giorno.»
Mutatis mutandis, oggi Salvini grida alle sue folle: «Siamo l’unica alternativa alla tracotanza renziana!». In questo modo, Renzi può ripetere: «Senza di noi c’è solo la barbarie dei Salvini!». È la dialettica dei «due mattei», complementari l’uno all’altro. Il problema sopravvive grazie a una falsa soluzione che aggrava il problema che estremizza la falsa soluzione che...
Rispetto a quanto scriveva Pasolini, però, forse siamo a fine ciclo. Per vent’anni e passa, la parte di sinistra rimasta all’opposizione culturale e sociale si è scagliata, con ottime ragioni, contro il neoliberismo e le istituzioni globali che lo regolavano e imponevano. Oggi, dopo anni di crisi e austerity, la battaglia è connotata in modo diverso, ma è sempre quella. Solo che c’è da farne un’altra, non meno urgente. Stiamo assistendo, in Europa, a una rinazionalizzazione delle masse. La globalizzazione ha alimentato, come alternativa spettacolare inscritta nel proprio codice, un blob di nazionalismi, populismi di destra e razzismi, che si spaccia per opposizione alla tecnocrazia UE, all’ordoliberismo ecc. Non è detto che la falsa soluzione, a furia di aggravare il problema, non diventi essa stessa il problema principale.
Può darsi che Pasolini, dando per irreversibile l’obsolescenza del fascismo di fronte al più subdolo e “molecolare” potere neocapitalistico, sia stato troppo tranchant. Le deterritorializzazioni non durano all’infinito, e questo continente ha una lunga storia di terra-e-sangue. Oggi la Nazione intona uno stridulo canto di sirene, e il ceto medio impoverito l’ascolta affascinato.
Non basta spiegare che quel canto è ingannevole, che quelle identità sono fittizie. «Più della metà delle cose che esistono / non esistono», scrisse il poeta friulano Federico Tavan, ben sapendo che quella metà agisce. Le razze non esistono, ma il razzismo uccide.
A questo pericolo è dedicato il numero di Nuova Rivista Letteraria che hai tra le mani. Buona lettura.

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