Nota quotidiana

La parola collettiva, la lotta, la fabbrica

Giorgio Fontana (da A rivista anarchica)

Dice a gran voce, in un panorama dove “il racconto del lavoro non fa notizia, anzi non è notizia”, che le fabbriche esistono ancora. Che la produzione esiste ancora, contro ogni ideologia di immaterialismo, ed esiste il dolore che la produzione genera

Nel 1964 il periodico della Fiom di Milano bandì un concorso letterario per raccontare le lotte appena trascorse — le grandi rivendicazioni sindacali che avrebbero smosso l’Italia dal torpore degli anni Cinquanta. In giuria c’erano scrittori del calibro di Luciano Bianciardi, Franco Fortini, Giovanni Arpino e Umberto Eco.
Nel 2013, Ivan Brentari — un ricercatore alle prese con la biografia del segretario Fiom Giuseppe Sacchi — scopre quei racconti inediti, e propone allo scrittore Wu Ming 2 di ripubblicarli; magari con altri testi di autori contemporanei. Wu Ming 2 accetta e rilancia: perché invece non mettere in piedi un laboratorio di scrittura collettiva di lavoratori, proprio tramite la Fiom? Passa qualche anno, il collettivo nasce e cresce — con il nome di MetalMente — ed ecco infine il risultato: Meccanoscritto, appena pubblicato da edizioni Alegre (Collettivo MetalMente con Wu Ming 2 e Ivan Brentani, Roma, 2017, pp. 350, € 16,00, con un racconto di Luciano Bianciardi).
Il volume alterna i racconti degli anni Sessanta a quelli del 2015, con una terza voce di utilissime infrastorie che raccontano l’evoluzione e l’involuzione delle lotte nei periodi narrati. Vediamo così scorrere in filigrana gli eventi chiave delle due epoche: da un lato i grandi scioperi del 1960-1963, la Milano dei metalmeccanici e delle prime sollevazioni popolari, gli interventi brutali della celere; e dall’altro Genova 2001, le proteste contro l’Expo, il lavoro precarizzato e digitale, le fabbriche autogestite.
“Tieni presente che eravamo trattati peggio delle bestie”, spiega Giuseppe Sacchi rievocando il suo lavoro da sindacalista negli anni Cinquanta. E Ivan Brentari sottolinea: “la lotta degli elettromeccanici dell’autunno-inverno ‘60-’61 è importante per un motivo molto semplice. È la prima lotta che gli operai vincono dopo la Liberazione. In sostanza: quindici anni di licenziamenti discriminatori, repressione nelle fabbriche, umiliazioni, crollo del tesseramento sindacale... e poi gli elettromeccanici. Una mobilitazione vittoriosa e unitaria, o meglio: vittoriosa perché unitaria”. Non solo: è generata dal basso e autogestita; una lezione che il movimento ricorderà anche negli anni a seguire.
Lo slogan è semplice e potente: “Resteremo un minuto in più dei padroni”. Le prime vertenze nascono nel 1958. Nel 1959 viene occupata la Pracchi. Nel 1960 la lotta si estende, cavalcando anche le mobilitazioni contro il governo Tambroni: gli operai passano anche un Natale di protesta sul sagrato del Duomo. Le rivendicazioni proseguono con scioperi di ogni sorta: “scioperi di più giorni, scioperi quotidiani di mezza giornata, scioperi di due ore, scioperi di mezz’ora, scioperi a scacchiera. Scioperi à la carte”. I metalmeccanici si battono per il nuovo contratto nazionale e trascinano nella lotta altri operai.
Questa la grande Storia; ma per gustarla nei dettagli è bene rivolgersi ai testi del concorso indetto nel 1963. Sono pagine che odorano di corpi, sigarette, zama, spazi chiusi, sale d’assemblea, e soprattutto di fabbriche milanesi. Sì, questo è una grande racconto milanese: una storia delle periferie del capoluogo lombardo, della sua classe operaia e dei suoi umori cangianti.
I pezzi migliori sono forse Cinegiornale — che ci spiega come funziona il ricatto del cottimo — e La prova di Gastone Iotti, vincitore del premio; dove fra l’altro si trova una brillante intuizione libertaria. Il protagonista deve scegliere se costringere con la forza alcuni impiegati che non vogliono scioperare a fianco degli operai. Ma preferisce convincerli a parole: obbligarli “neppure sarebbe stato democratico, perché se è vero, come io credo, che la democrazia è prima di tutto libertà, libertà anche di sbagliare, non sarebbe stato democratico costringerli a scioperare. Era una cosa da fargliela capire, insomma, che poi, una volta capita, gli sarebbe rimasta in testa tutta la vita, e questa sarebbe stata veramente democrazia. Se uno lo obblighi a fare qualcosa con la violenza, anche se è una cosa giusta e sacrosanta, quello mica capisce che la cosa è giusta, e anche se lo capisce, è la violenza che egli ha presente innanzitutto [...]”.
I racconti del laboratorio contemporaneo — scritti collettivamente sotto la guida e i consigli di Wu Ming 2 — parlano invece la lingua attuale degli impieghi liquidi, dei diritti erosi nel tempo, della lotta contro l’abolizione dell’articolo 18. Ma anche del giornalismo sensazionalista e della “coltre di arrendevolezza” che il vecchio operaio Giovanni, nel racconto Profumo, può ben riconoscere.
In ogni caso, c’è molto che accomuna i testi del 1963 a quelli del 2015: non solo l’impatto emotivo, ma anche la permanenza di alcune figure del capitalismo. I padroni si comportano sempre da padroni; e i lavoratori da lavoratori. La finzione ci fornisce un’immagine nitida della vita in fabbrica e delle lotte, cento volte più efficace di un trattato sociologico. E soprattutto, scevro di luoghi comuni: non serve leggere L’operaiolatria di Berneri per accorgersi della realtà complessa, sfaccettata, che trasmettono questi racconti.
Gli operai messi in scena non sono perfetti. Non sono mitizzati. Sono uomini e donne con ossessioni, difetti, dipendenze: a volte sono spacconi, a volte volgari, di certo non rientrano in alcuno stereotipo. Ma nessuno di essi è vile e meschino. Tutti hanno coscienza di classe, o la sviluppano strada facendo.
Basta leggere la testimonianza di Infrastoria #9 per farsi un’idea: è l’educazione alla lotta di uno scettico che di base pensa per lo più “alla figa” e poco altro, e finisce per sostituire alla parola “colleghi” la parola “compagni”. Difficile trovare qualcosa di più realistico e completo, che dica con chiarezza anche la paura, l’ansia e i rischi che la lotta sindacale comporta.
Scioperare non è una gita; i padroni sono tutt’altro che propensi a mollare, e in ballo c’è la vita delle persone coinvolte.
Oltre a essere letterariamente interessante — pur con alcune, ovvie ingenuità stilistiche — Meccanoscritto ha anche un valore aggiunto. Dice a gran voce, in un panorama dove “il racconto del lavoro non fa notizia, anzi non è notizia”, che le fabbriche esistono ancora. Che la produzione esiste ancora, contro ogni ideologia di immaterialismo, ed esiste il dolore che la produzione genera: il tempo perso, i movimenti ripetitivi, lo sfruttamento; le intimidazioni, i ricatti padronali, le delusioni del crumiraggio. Non sono relitti del XX secolo, ma realtà che ci accompagnano quotidianamente: se molti non le vedono è perché hanno minore dignità e centralità nel discorso pubblico, e perché sono in parte dislocate. Inutile aggiungere che rispetto agli anni Sessanta il movimento operaio ha una forza assai minore, e che molti dei sogni di quell’epoca sono andati incontro a una brutale sconfitta. Anche il paragone tra l’Unità di allora e quella di oggi fa male al cuore.
Eppure il pregio di questo libro è quello di non abbandonarsi affatto a una sterile nostalgia. Anzi. Attraversando gli anni del grande riflusso con rinnovata energia — e veicolandoli attraverso le storie, uno degli ultimi argini di resistenza rimasta — ricorda al lettore il valore della lotta.

leggi anche

Meccanoscritto

di: Collettivo MetalMente con Wu Ming 2 e Ivan Brentari

Amianto

di: Alberto Prunetti

Lavoro vivo

di: AA. VV.

Un nuovo movimento operaio

di: Marco Bertorello

Il lavoro mai visto

Fabrizio Marcucci (da Ribalta)*

Prove di coscienza di classe

Cesare De Michelis (Domenicale del Sole 24 Ore)