Cronache dalla crisi

La Innse un anno dopo: cronache dell'Italia dai tetti

Salvatore Cannavò (da Il Fatto quotidiano)

Un anno fa la fabbrica milanese inaugurava la protesta a decine di metri da terra e vinceva. Altre fabbriche e altri lavoratori sono saliti sui tetti, hanno manifestato per il lavoro e contro la crisi. Il bilancio di un anno di lotte

Erano saliti sul carro ponte dell'azienda, lo scorso anno, gli operai dell'Innse di Milano, per difendere il posto di lavoro. Avevano vinto, dopo una lotta dura e una vicenda rocambolesca, e il loro esempio sembrava aver contagiato altre vertenze e altre crisi occupazionali. Non solo operaie ma anche dei ricercatori o di quella specie di lavoratori al confine tra il lavoro manuale, tecnico e intellettuale. E' nata così la stagione dei "tetti": dall'Innse alla Yamaha, dall'Ispra di Roma alla stessa Fiat, dall'Eutelia alla Merloni, e poi la Maflow, la Novaceta, la Glaxo, l'Alcoa, l'elenco potrebbe essere davvero molto lungo. Se poi ci aggiungiamo quelli che la protesta l'hanno manifestata in altre forme, come gli operai della Vilnius che si sono rifugiati all'Asinara, la mappa si allarga ancora. Cosa ne è stato di quella protesta, cosa ha prodotto, quali risultati ha ottenuto? Circa un anno dopo l'avvio del "modello Innse" in realtà la situazione non è per niente buona e la fabbrica milanese si afferma più come un'eccezione, felice e contraddittoria allo stesso tempo, che come un esempio modello.
La maggior parte delle fabbriche in lotta si trova oggi, nel migliore dei casi, in cassa integrazione o con soluzioni transitorie per i lavoratori. Secondo gli studi della Cgil, il ricorso alla Cassa integrazione, rilevato lo scorso maggio, segnava il dato più alto di sempre con circa 117 milioni di ore richieste mentre la Cassa integrazione in deroga - lo strumento che estende gli ammortizzatori sociali ai lavoratori che finora non erano tutelati - ha segnato, da inizio anno a maggio, un aumento del 629,68% sui primi cinque mesi del 2009. Lo studio stima in un milione e trecentotrentamila i lavoratori coinvolti nei processi di Cig mentre i riflessi sulla busta paga da inizio anno segnano una perdita secca di oltre 2 miliardi di euro.
Va poi segnalato un dato curioso. Tutti i lavoratori si sono messi, giustamente, alla ricerca di una visibilità mediatica, cercando di attirare la politica e la società sulla loro vertenza. Tranne casi circoscritti non si è però mai verificato il tentativo di coordinare le singole vertenze, di incontrarsi anche solo per scambiare le reciproche difficoltà e individuare obiettivi comuni.

L'Innse. Per la fabbrica del milanese l'estate del 2009 era cominciata molto male con la chiusura dell'azienda e la messa in mobilità per i 49 lavoratori con l'obiettivo di mettere in valore l'area su cui sorge lo stabilimento nell'ottica di una speculazione immobiliare. I lavoratori però non si sono arresi, hanno avviato una produzione autogestita sfruttando l'esistenza di un committente e tutti ricorderanno la decisione improvvisa di 5 di loro di salire sul carro-ponte fino a quando non si fosse trovata una soluzione. Per giorni gli operai sono rimasti a circa 40 metri da terra e hanno attirato su di sé i riflettori dell'intera informazione nazionale, Tg compresi. Risultato: grazie a diverse mediazioni è spuntato un nuovo acquirente, Camozzi, che ha assicurato la ripresa produttiva e la riassunzione graduale di tutti gli occupati. L'Innse è tornata a funzionare anche se resta un neo: il suo nuovo proprietario è lo stesso che possedeva fino a due anni fa la Mangiarotti Nuclear Spa venduta mantenendo la proprietà del terreno. Oggi la Mangiarotti è a rischio chiusura e i terreni intorno alla fabbrica sono oggetto di una grande speculazione edilizia. Qualcuno pensa che ci sia un nesso tra le due vicende ma non è provato.

Mangiarotti Nuclear. E' l'unica azienda presente sul territorio lombardo in grado di produrre componenti speciali per centrali nucleari. Nel dicembre del 2007 la Ansaldo Camozzi Energy Special Components Spa cede lo stabilimento di viale Sarca alla Mangiarotti Nuclear spa che ha la sua direzione generale a Pannellia nel Friuli dove ha anche lo stabilimento di produzione e un sito a S.Giorgio di Nogaro in prossimità del porto di Trieste. Poco a poco l'azienda trasferisce parti della produzione in Friuli e riduce i turni di lavoro nel milanese. Nel marzo di quest'anno il Tribunale di Milano accoglie il ricorso della Fiom contro la disdetta degli accordi che prevedevano l'effettuazione presso lo stabilimento milanese delle commesse già acquisite e la rotazione fra tutti i lavoratori dello stabilimento di viale Sarca a Milano. Ma la Mangiarotti decide lo stesso di trasferire la commessa Westinghouse per la centrale cinese che era assegnata allo stabilimento di Milano a Pannellia mettendo in Cassa Integrazione la quasi totalità dei dipendenti milanesi, circa un centinaio. Che il 10 giugno hanno occupato l'azienda sgombrati poi dalla polizia.

Maflow. Ancora un'azienda milanese - con buona pace della Lega radicata nel territorio - che dopo un anno di amministrazione straordinaria, si trova costretta a fare i conti con la committente (all'85%) Bmw che ritira le commesse perchè non c'è più affidabilità produttiva. Gli operai vanno in Cassa e la loro lotta riesce a imporre una rotazione sul 15% di produzione rimasta,. Da gennaio la situazione si fa più tesa con l'occupazione di fatto della fabbrica, manifestazioni, blocchi, presidi 2 o 3 volte a settimana e un picchetto permanente ai cancelli da 6 mesi.
L'asta per la vendita che si tiene a maggio fallisce, si fa avanti un acquirente polacco (con stabilimento anche in Polonia...) che avanza l'ipotesi di assunzione di 80 lavoratori su 330. La mobilitazione va avanti e i lavoratori della Maflow stanno cercando di realizzare un coordinamento di tutte le fabbriche in crisi che possa realizzare l'unità tra i lavoratori.

Fiat. Oggi è forse il caso più visibile e eclatante. L'azienda, da circa un anno, ha deciso di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese con i suoi 1400 lavoratori, più i 500 dell'indotto, e tiene Pomigliano in cassa integrazione. Anche la Cnh di Imola ha visto scattare la cassa integrazione in deroga per i 280 lavoratori, finanziata al 30% dalla Regione Emilia Romagna. I lavoratori campani, prima che ci si occupasse di loro per via della trattativa con Fiat, avevano manifestato, occupato anche il municipio e poi si sono trovati al centro della scena nazionale. Termini Imerese, che ha fatto grandi manifestazioni negli anni passati, anche in questo caso con qualche capodanno in fabbrica, attende che qualcuno rilevi lo stabilimento visto che Fiat non accetterà mai di riaprire la produzione. La Fiom ha avanzato da pochi giorni la richiesta all'azienda torinese di cedere lo stabilimento a qualche altro produttore di auto prima di lasciarlo andare.

Merloni. La vertenza coinvolge 3.300 dipendenti diretti e quasi 7.000 dell'indotto nelle Marche, in Umbria ed in Emilia Romagna. Il gruppo che produce elettrodomestici è in amministrazione straordinaria dall'ottobre del 2008. Nell'anno appena passato si sono svolti picchetti e manifestazioni. Dopo le gare dei mesi scorsi che sono andate a vuoto, i sindacati hanno bisogno di un accordo di programma per la prosecuzione dell'amministrazione straordinaria mentre e' spuntato l'interesse di una holding cinese. Recentemente, il governatore delle Marche Gian Mario Spacca ha confermato l'interesse da parte di ''soggetti internazionali'' a investire sul gruppo ma, intanto, lo scorso giugno è stata prolungata la cassa integrazione per tutti i dipendenti.

Yamaha fa scuola. Sui tetti della fabbrica ci erano saliti anche i lavoratori della Yamaha, la casa motociclistica per la quale corre Valentino Rossi. E infatti al pilota italiano si erano rivolti gli stessi operai per chiedere solidarietà contro la non concessione della cassa integrazione. E sul tetto sono rimasti diversi giorni, anche sotto la neve nel periodo natalizio, fino a quando la loro richiesta non è stata accettata. Ora, lo scorso giugno, in Brianza un'altra fabbrica, la Carlo Colombo, che produce trafilati in rame, ha visto i suoi operai salire sul tetto. La protesta è rivolta contro una chiusura ingiustificata e contro il mancato rispetto da parte dell’azienda degli accordi raggiunti sulla ricollocazione e il prepensionamento dei lavorarori in mobilità.Per resistere il più a lungo possibile si sono attrezzati con tende e viveri. Si tratta del posto di lavoro di circa ottanta persone. La società aveva avviato la procedura di mobilità per arrivare alla chiusura del sito ma i lavoratori sostengono che non c'è crisi e che il prodotto del rame ha un mercato sostenibile. Secondo loro, l'azienda chiude per trasferire la produzione da un'altra parte con lo scopo di massimizzare i profitti.

Ideal Standard. A Brescia la protesta dei lavoratori del gruppo si è notata. Nel luglio scorso, infatti, Ideal Standard annunciava la chiusura dei siti produttivi di Brescia e Gozzano, con la richiesta della cassa integrazione speciale per i 1.549 dipendenti italiani della multinazionale. Immediata la protesta, con scioperi, picchetti, occupazione simbolica dello stabilimento circondato dalle bandiere dei sindacati, iniziative di sensibilizzazione. «Abbiamo combattuto per mantenere la produzione a Brescia - hanno però ammesso le rappresentanze sindacali - ma questo non è stato possibile: è stato comunque raggiunto un obiettivo minimo, che ci consente di dire che la prima parte di questa lunga vertenza si è chiusa positivamente». Secondo l’ultimo accordo sindacale, infatti, 64 persone saranno impiegate nella piattaforma logistica di Bassano Bresciano, almeno venti matureranno i requisiti pensionistici nel periodo di utilizzo degli ammortizzatori sociali, e altri venti potrebbero trasferirsi in stabilimenti italiani del gruppo. Inoltre, l’azienda e il Governo si sono impegnati per realizzare a Brescia la piattaforma logistica per l’intero gruppo della ceramica. «Abbiamo convinto la multinazionale a realizzare, sia pure con il contributo pubblico, un investimento alternativo su Brescia e a riportare all’interno della società un’attività che era stata esternalizzata». MA per l'occupazione

Alcoa. Sono saliti sulla gru ma poi hanno realizzato manifestazioni a Roma, blocchi in tutta la Sardegna e uno sciopero generale di tutti i lavoratori del gruppo per protestare contro la chiusura dei due stabilimenti in Italia (l'Alcoa è una multinazionale Usa) e la perdita di 2500 posti di lavoro. All'Alcoa si è anche verificato il primo caso di "sequestro" dei manager dell'azienda - sulla scia di quanto era accaduto in Francia - anche se le proteste non sono mai andate oltre i confini della legalità. Nel corso della manifestazione tenutasi a Roma, il 26 novembre, si è arrivati anche a uno scontro con la polizia con un operaio finito in ospedale. Alla fine è giunto un accordo per la cassa integrazione e per un congelamento della vertenza con lo stop di qualsiasi azione unilaterale da parte dell'azienda fino ad agosto. Al momento di siglare l'accordo, Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo Economico, dichiarava: «Il lavoro che il governo ha svolto, che è stato di carattere eccezionale per impegno e per gli strumenti adottati, ci consente di guardare avanti con qualche fondamento in più per un futuro dell'Alcoa in Italia». Scajola ha smesso dallo scorso maggio di guardare avanti, e i lavoratori?


Vinylis. I più famosi sono quelli che hanno "occupato" il vecchio carcere dell'Asinara creando l'Isola dei Cassaintegrati. Invece di salire sui tetti hanno cercato la visibilità mediatica con un'iniziativa esemplare che ha avuto un effetto importante su tv e giornali - "L'Isola dei Cassaintegrati" è diventato anche un libro - ma non sull'occupazione. I colleghi veneti - perché la Vinylis è presente anche a Venezia - hanno invece disposto cento croci prima in piazza San Marco e poi sul Ponte di Calatrava di fronte a Piazzale Roma per descrivere il "cimitero occupazionale" prodotto dalla chimica di Porto Marghera. La Vinylis avrebbe dovuto essere rilevata dal gruppo arabo Ramco che invece lo scorso 27 maggio si è ritirato dalle trattative non vedendo "alcuna possibilità di rendere l'operazione profittevole e di successo". Il sottosegretario Stefano Saglia ha annunciato un piano B ma i lavoratori sardi sono ancora all'Asinara.

Ispra. A salire sui tetti non sono stati solo gli operai e i lavoratori del settore manufatturiero ma anche i ricercatori dell'Istituto per la protezione e la ricerca ambientale. Hanno passato due mesi sul tetto, compreso il Natale, per difendere il lavoro di 250 persone. Poi, a gennaio, un accordo con il ministero dell'Ambiente, diretto da Stefania Prestigiacomo, che prevedeva il rinnovo di tutti i contratti a tempo determinato, il prolungamento a dicembre 2010 dei contratti di collaborazione, dei concorsi pubblici e altro ancora. A giugno, però, i lavoratori hanno scoperto che quel protocollo di intesa era in larga parte da attuare e il progetto di stabilizzazione dei precari non esisteva. E così sono tornati a protestare, stavolta in piazza Navona, con la proiezione del cortometraggio "Non sparate alla ricerca e allo stato sociale" come risposta alla doccia fredda provocata dalla nuova manovra finanziaria che taglia molti enti di ricerca. Ma la protesta riguarda anche il blocco del turn-over e la stabilizzazione dei precari nonché i contributi, mai arrivati, che il ministero dell'Economia deve a un Istituto che da oltre due anni è ancora sotto la direzione di un commissario.

Eutelia. Su iniziativa della Fiom-Cgil, più di 800 lavoratori Agile-Ex Eutelia si costituiranno singolarmente parte civile nel processo che vede coinvolti 6 membri della famiglia Landi, ex proprietaria dell'azienda di telecomunicazioni, ed altri vertici aziendali, per un totale di 16 imputati. Il principale reato contestato è quello di bancarotta fraudolenta. La vicenda Eutelia, ex-Agile, è riassumibile nella conclusione di un lento percorso iniziato nel giugno 2009 quando la famiglia Landi, proprietaria di Eutelia, cede il ramo d'azienda Agile a Omega per 96 mila euro. Tre mesi dopo Omega avviava la procedura di licenziamento collettivo per i 1.192 lavoratori di Agile. I lavoratori hanno protestato, e continuano a farlo. Hanno passato il Natale in azienda e molti ricorderanno l'aggressione violenta subita da parte delle guardie private guidate dall'amministratore delegato. Ora sono in sciopero della fame e stazionano davanti a Montecitorio. Il loro striscione dice «Digiuno perché sono ciò che mangio». L'azienda ha perso tutte le commesse, anche quelle pubbliche (Comune di Roma, ministero della Giustizia e lo stesso Parlamento) a dimostrazione dell'indifferenza della politica verso la loro situazione. Allo sciopero della fame "a staffetta" hanno aderito oltre 300 parlamentari dell'opposizione. Da segnalare che i fondi fiduciari che controllano Omega da uno scantinato di Londra - come mostrò un mirabile servizio di Annozero - hanno venduto l'unica società tra le partecipate dal bilancio in attivo: la Pf Real Estate. A comprarla sono stati Giuseppe Renzo Ciocchetti, Andrea Locatelli e Marco Bogarelli che siedono nel cda di Milan Channel, curano la vendita dei diritti tv del campionato di calcio di Serie A, e, uno di loro, Bogarelli, è socio in affari di Tarak Ben Ammar, il finanziere francotunisino ex-consigliere di amministrazione di Mediaset. E secondo alcuni sarebbe proprio Mediaset a essere interessata a rilevare, per un tozzo di pane, Eutelia.

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