Tempi moderni

La Ferrari di Marchionne sta a Wall Street

Salvatore Cannavò

Lo scontro tra Marchionne e Montezemolo nasconde lo scontro tra due strategie del capitalismo italiano, e il controllo della Ferrari da parte dell'ormai più americana che torinese Fca diventa decisivo.

Lo scontro tra Sergio Marchionne e Luca Cordero di Montezemolo, è uno scontro di personalità, di caratteri, di culture. Ma, in primo luogo, è uno scontro di interessi.
Che Marchionne non abbia mai amato Montezemolo è cosa nota. Troppo legato, quest’ultimo, al reticolo dei rapporti industriali italiani, espressione, a volte frivola, di un capitalismo di relazione, eredità della Fiat degli Agnelli e da cui l’amministratore della Fca si è allontanato dopo la scommessa su Chrysler. Prendendo in prestito le parole di Matteo Renzi, non a caso ancora sostenuto da Marchionne, si potrebbe dire che il manager italo-canadese ha la testa concentrata in azienda mentre Montezemolo è più occupato nei salotti.
Sotto lo scontro che conclude una storia aziendale, e una vicenda del capitalismo italiano, c’è però un nodo rilevantissimo sul piano finanziario: la quotazione a Wall Street di Fca prevista per il prossimo 13 ottobre. Il giorno del Columbus day – il 12, l’anniversario esatto, sarà domenica – si vedrà se il mercato azionario degli Stati Uniti premierà o meno la fusione tra Fiat e Chrysler e se l’azienda potrà dotarsi della quantità di denaro di cui ha bisogno. In vista della quotazione, Marchionne ha bisogno di esibire tutta la forza di cui dispone, a partire da una Ferrari pilastro del segmento del lusso. La strategia, cara a Montezemolo, di un “cavallino” indipendente, magari quotato alla borsa di Hong Kong – il progetto è del 2011 ma non è mai stato messo da parte - legato a una cordata di imprenditori asiatici, e in particolare arabi, non fa parte del piano Fca. Da qui, la resa dei conti.
Come nota lo storico Giuseppe Berta, la Ferrari “vincente” vuol dire anche una Fca vincente. “Per questo, spiega lo studioso, il prossimo presidente di Ferrari può essere John Elkann, per stringere il legame tra proprietà e marchio almeno in una soluzione di transizione”. Un modo per “rendere più evidente il legame con Fiat Chrysler” con una Ferrari “che riverberi un’immagine di altissima qualità su Fca e recuperi anche il risultato sportivo agli occhi del mondo”. Alla fine il presidente si è deciso che sarà lo stesso Marchionne ma la considerazione non muta. Anzi, si rafforza. In ogni caso, integrare la Ferrari alla Fca non significa, come ha contestato Marchionne, che la casa di Maranello si sposterà negli Stati Uniti quanto che le strategie che la riguardano saranno funzionali al progetto complessivo.
Negli ambienti sindacali non si esclude, però, che, in presenza di difficoltà finanziarie dopo la quotazione di Fca e in vista di un anno, il 2015, in cui scadrà il vecchio patto con il sindacato Usa che ha garantito la pace sociale e bassi salari oltreoceano, Marchionne non ritenga conveniente lo scorporo di Ferrari e la sua quotazione indipendente. Il manager non lo ha confermato ma nemmeno escluso durante la lunga conferenza stampa con Montezemolo. Sarebbe un altro modo per recuperare risorse fresche.
Al momento, in ogni caso, l’obiettivo è quello della massima integrazione con il resto del gruppo. Un esempio di questa strategia è dato dalla notizia, pubblicata dalla rivista Usa Autonews, del motore in alluminio 3 litri V.6 per la Maserati, prodotto la scorsa estate nello stabilimento Chrysler di Trenton. Una produzione che costituisce una prima assoluta nella storia Fiat e di cui il responsabile della produzione motori Brian Harlow si dice orgoglioso, rivelando che i motori costruiti sono ormai 50 al giorno e presto diverranno 80. A conferma dell'integrazione, i motori vengono spediti a Ferrari Spa e i lavoratori hanno utilizzato il cavallino rampante come logo del loro stabilimento. Questa è l’opportunità che cerca Marchionne e che farà di tutto per ottenere.
Poi, esistono anche altre indiscrezioni: come quella rilanciata dal Sole 24 Ore di una Ferrari inserita insieme alla Maserati, e forse all'Alfa Romeo, in una nuova società legata al Made in Italy, magari alleata di marchi come Armani, che valorizzi il capitale degli Agnelli lasciando la Fiat-Fca a un destino di alleanze internazionali con altri grandi marchi mondiali. Scenari ipotetici, al momento, suggestivi sul piano finanziario, forse disastrosi su quello industriale e dei posti di lavoro.
Dietro lo scontro, però, ci sono anche le evoluzioni contrastanti del capitalismo italiano. Da una parte, quella di Marchionne-Elkann, c’è la proiezione internazionale di un’azienda non più italiana e saldamente collocata su scala globale. Dall’altra, un capitalismo familiare e nazionale, magari desideroso di collegarsi a cordate internazionali più forti - gli arabi di Abu Dhabi - ma centrato sul piano nazionale dove trova alleati come Corrado Passera, l’ex capo di Intesa Sanpaolo. La sconfitta di Montezemolo in casa Fiat fa il paio con la contemporanea difficoltà del treno Ntv, che lamenta il taglio dei benefici elettrici disposto dal governo Renzi. Gli attacchi furibondi di Diego Della Valle, socio e amico di Montezemolo, completano il quadro: “Le lezioni di italianità di Marchionne - ha detto il presidente di Tod’s - sono vergognose; inizi a pagare le tasse dove le pagano gli italiani, è un furbetto cosmopolita”. Scontro totale, quindi. La svolta americana scardina gli equilibri di un capitalismo antico. La guerra si fa spietata. E Marchionne, come si è visto, non fa mai prigionieri.

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