Nota quotidiana

La doppia rivendicazione

Pino Narducci

Del gruppo che fece esplodere il tritolo davanti all’ambasciata argentina all’Esquilino non abbiamo mai saputo più nulla. Le Brigate internazionaliste Che Guevara ebbero una vita brevissima, la più effimera tra le migliaia di effimere storie di tutte le sigle che attraversarono le drammatiche vicende politiche e sociali del nostro paese negli anni Settanta.

In quelle settimane decine di abili mani – italiane e argentine, persino cubane – intrecciavano fili tra Roma e Buenos Aires. Tuttavia quei fili non avevano tutti lo stesso colore né la medesima consistenza. Così, alla fine, alcuni restarono ben saldi mentre altri, di schianto, si spezzarono.
José Alfredo Martínez de Hoz era ministro dell’economia della nazione Argentina solo da qualche mese. Il più illustre ideologo “civile” del terrorismo di stato aveva sostenuto attivamente le forze armate durante la fase di preparazione della presa del potere. Il 2 aprile 1976, subito dopo il golpe, già illustrava alla nazione il piano economico della giunta militare.
Gli italiani avevano votato il 20 e 21 giugno per il nuovo parlamento. Il Partito comunista italiano (34,37%) era stato a un soffio dal sorpasso sulla Democrazia cristiana (38,71%), e ai primi di agosto sarebbe sorto il “governo della non sfiducia”, presieduto da Giulio Andreotti, grazie alla astensione dei comunisti che, per la prima volta dopo la storica sconfitta del ’48, non si sarebbero collocati all'opposizione dei governi diretti dalla Democrazia cristiana. Nel frattempo, in quel mese di luglio, restava in carica, per gli affari correnti, l’ultimo governo della V legislatura appena terminata. Il presidente del Consiglio era Aldo Moro e Mariano Rumor guidava il Ministero degli affari esteri.
Il rappresentante della giunta militare argentina a Roma era l’ambasciatore Rafael Martínez Raymonda, esponente del Partido Demòcrata Progressista.

In Italia la schiera degli argentini in fuga dal proprio paese si ingrossava sempre più e, dopo il golpe, tantissimi raggiungevano quelli già arrivati nei due anni precedenti, quando il terrorismo di stato aveva cominciato a manifestarsi durante la presidenza del generale Perón e poi, dopo la sua morte, della vedova Isabelita.
Nel 1974 un gruppo di esuli aveva fondato a Roma il Comitato antifascista contro la repressione in Argentina - Cafra e, attraverso la sua propaganda, gli italiani prendevano coscienza della gravissima situazione del paese latino americano.
Martínez de Hoz era arrivato in Italia per sollecitare investimenti italiani – pubblici e privati – nella sua nazione e per illustrare il programma economico ultraliberista della giunta militare.
Il 21 luglio, aveva trascorso l’intera giornata a Milano, impegnato in incontri con imprenditori e banchieri del nostro paese.
Le relazioni economico-commerciali tra il nostro paese e l’Argentina erano fortissime e il colpo di stato non aveva fatto registrare alcun arretramento rispetto ai già saldi rapporti avviati con i governi peronisti del triennio 1973/76.

Due giorni prima, un uggioso lunedì 19 luglio, a Buenos Aires i militari avevano attirato in un trappola (era la tecnica chiamata “l’appuntamento avvelenato”) l’abruzzese Domenico Menna, il numero tre del Partido Revolucionario de los Trabajadores - Ejército Revolucionario del Pueblo e, nel giro di qualche ora, sviluppando le tracce trovate su alcuni fogli che Menna portava con sé, il capitano dell’esercito Juan Carlos Leonetti era arrivato a villa Martelli, a nord della capitale. Pensava di mettere le mani su qualcosa di importante, ma non immaginava che di lì a poco avrebbe portato a termine la missione che, diverso tempo prima, gli era stata affidata dal capo dell’esercito, Jorge Rafael Videla: catturare il comandante dell’Erp, Mario Roberto Santucho. L’irruzione nell’appartamento al quarto piano di calle Venezuela avrebbe cambiato il corso della storia argentina e dell’America latina.
Uno breve scontro a fuoco, molto intenso. A terra, i corpi di Leonetti e di Benito Urteaga “Mariano”. Santucho è ferito in modo grave, ma è ancora vivo. In tutta fretta i militari portano via i corpi dei due morti insieme ai vivi: Santucho, Liliana Delfino, la sua compagna, e il piccolo Joselito Urteaga, il figlio di Benito, che ha appena due anni. Lasciano diversi uomini sul posto – nell’abitazione (una “ratonera”) e in strada – perché hanno la convinzione che altre persone arriveranno in quell’appartamento. Infatti, poco dopo, catturano Ani Lanzilotto, la moglie di Domenico Menna, che rientra nell’edificio.

A sera tutti i prigionieri (il figlio di Urteaga, invece, è stato condotto alla brigata femminile di San Martín) si trovano a “Campo de Mayo”, il più importante centro di sterminio dell’esercito argentino.
Secondo i giornali dell’epoca Martínez de Hoz, dopo gli incontri milanesi nella sede dell’Assolombarda, era atteso a Roma nella serata del 22 luglio ma un cambiamento improvviso del programma lo aveva costretto a restare nella città lombarda.
Alle 3:15 della notte tra il 22 e il 23 luglio un potente ordigno devasta il grande portone e l’androne interno dell’ambasciata argentina a Roma, a piazza Esquilino.
Qualcuno ha collocato due chili di esplosivo alla base del portone, ha acceso una miccia e si è allontanato.
Un testimone sostiene di aver visto una persona scappare dopo aver rubato la bicicletta di un metronotte (verrà ritrovata poco dopo) ma in realtà potrebbe trattarsi solo di un ladro.
La rappresentanza diplomatica non è sorvegliata dalle forze dell’ordine nonostante il Viminale sostenga di aver rafforzato le misure di vigilanza a causa del clima di tensione che esiste dopo il colpo di stato del 24 marzo.
Il Cafra e il Cuia (Comitato universitario italo-argentino) diffondono un comunicato nel quale sostengono che l’attentato è opera di provocatori che lo hanno commesso contro la collettività antifascista e gli oppositori argentini che risiedono in Italia. Chiedono sostegno alle forze democratiche per isolare i provocatori.

Trascorrono diverse ore. Alle 17:00, un uomo telefona al centralino del quotidiano Il Messaggero. Parla un buon italiano, ha solo una leggera inflessione romana, e il centralinista lo ricorda educato e gentile. Annuncia che è stato lasciato un messaggio in una cabina telefonica di piazza Esquilino.
Sergio De Risi, redattore del quotidiano, corre verso la cabina e, a terra, trova due fogli fotocopiati, scritti con una penna.
Non compare la sigla di nessuna organizzazione in quel foglio che qualcuno ha titolato “Onore al compagno M. Roberto Santucho!”, rivendicando l’attentato e definendo Videla il boia del regime militare. Il governo italiano “servo delle Fiat e delle multinazionali”, continua ancora il comunicato, stringe la mano a Martínez de Hoz “assicurandogli quegli appoggi economici che gli consentano di far sopravvivere il suo regime terroristico”. Dopo aver inneggiato all’internazionalismo proletario, prende il giro il Tg1 che aveva diffuso la notizia di un attentatore che scappava con un bicicletta rubata a un vigilante privato.

Quando ormai è già notte, altre telefonate anonime raggiungono i centralini dell’Ansa e di due quotidiani.
In tre cabine telefoniche romane sono stati abbandonati tre comunicati, tutti eguali fra loro, copie fotostatiche di un unico originale, sempre scritto a mano.
Questa volta però l’attentato è rivendicato da una sigla sconosciuta, le “Brigate internazionaliste Che Guevara”.
Il volantino rende omaggio a Santucho e ai militanti dell’Erp caduti il 19 luglio, ma l’analisi politica del secondo comunicato è di gran lunga più raffinata.
Gli accordi economici con Martínez de Hoz ripropongono l’alleanza esistita tra López Rega (ministro del benessere sociale durante la presidenza di Isabelita Perón), le famigerate Tre A (l’organizzazione clandestina fascista Alianza Anticomunista Argentina, di cui López Rega era stato uno degli ispiratori) e la rete clandestina delle istituzioni italiane.
Al vertice della piramide, secondo il comunicato, c’è Licio Gelli, responsabile della Loggia massonica P2, repubblichino fascista e persona delegata a mantenere i rapporti con la Triple A, i servizi segreti argentini e la Cia. L’attentato compiuto a piazza Esquilino serviva dunque a smascherare e colpire questa rete clandestina.
Il comunicato è stato scritto solo qualche ora prima perché, provocatoriamente, prende di mira la posizione assunta dagli esuli argentini: «Da queste azioni traggano insegnamento anche i sedicenti antifascisti del Cafra e del Cuia».

La mano che l’ha compilato è diversa da quella della prima rivendicazione, forse è quella di una donna. La grafia è più morbida, quasi elegante.
L’estensore conosce fatti e nomi che il comune cittadino italiano inizia appena a percepire e non può comprendere nella loro esatta dimensione.
Nel luglio ‘76 pochi conoscono la figura di Licio Gelli e, soprattutto, la vasta influenza massonica che ha esercitato ed ancora esercita in Argentina.
Proprio quell’anno alcuni giornali cominciano ad occuparsi di Gelli, ma gli italiani conosceranno la reale dimensione del suo potere (a Roma, a Buenos Aires e a Montevideo) solo nel 1981, dopo la scoperta degli elenchi piduisti a Castiglion Fibocchi.
Ma la “Brigata Che Guevara”, con larghissimo anticipo, già esplora il mondo oscuro delle relazioni massoniche internazionali e le individua come uno dei gangli che sorreggono il potere dei terroristi di stato argentini.
In nome di Santucho definisce gli uomini e le donne del Cafra «sedicenti antifascisti», ma in realtà, così facendo, prende di mira (in modo inconsapevole?) la sua organizzazione.

I militanti e i simpatizzanti del Prt-Erp a Roma sono una componente essenziale del Cafra, la spina dorsale dell’organizzazione, e l’estensore del comunicato ignora che Julio Santucho, il fratello del segretario del Prt, si trova a Roma già dal mese di giugno, inviato nella capitale italiana per sviluppare una rete, italiana e europea, di relazioni solidali per costruire un fronte democratico che sostenga, dall’estero, la lotta contro il regime militare genocida.
L’uomo delle Brigate Che Guevara certamente non può sapere che se i militari non fossero arrivati a calle Venezuela Mario Santucho e Liliana Delfino, proprio la sera del 19 luglio, sarebbero partiti per arrivare clandestinamente a Roma, dove Julio li attendeva ansioso, prima tappa di un viaggio al termine del quale, passando per un’altra capitale europea, i cubani avrebbero messo in salvo, a L’Avana, la vita del comandante Santucho.
Gli inquirenti romani avevano indubbiamente ragione: per la prima volta in Italia un attentato era rivendicato da una organizzazione denominata “Brigate internazionaliste Che Guevara”.
Tuttavia, sfuggiva a tutti che quel nome, in realtà, non era completamente inedito.

Joaquin Zenteno Anaya, comandante di una divisione dell’esercito boliviano, era stato uno dei militari che avevano trasmesso l’ordine di uccidere Ernesto Guevara nella località La Higuera, il 9 ottobre 1967. Era poi divenuto comandante in capo delle forze armate boliviane ma, dopo essere entrato in contrasto con il dittatore Hugo Banzer Suárez, era stato costretto alle dimissioni dall’esercito ed era divenuto ambasciatore in Francia.
L’11 maggio 1976, a Parigi, Zenteno Anaya fu ucciso da un uomo che gli sparò contro diversi colpi di pistola.
In questo modo le Brigate internazionali Che Guevara sostenevano di aver vendicato la morte del Che.
Anche in Francia nessuno aveva mai sentito parlare di un gruppo con questo nome e, come è noto, l’autore del delitto non è mai stato individuato.
Negli anni successivi alcune indagini giornalistiche hanno rivelato che, probabilmente, Zenteno Anaya non fu ucciso da un gruppo della sinistra rivoluzionaria francese o latinoamericana e che, al contrario, era stato eliminato perché era divenuto uno scomodo oppositore di Banzer. L’omicidio era stato eseguito da un gruppo composto, fra gli altri, da ex membri dell’Oas francese e da neofascisti italiani.

Da quella notte del 23 luglio 1976 in Italia non fu mai più compiuta alcuna azione ad opera di un gruppo denominato Brigate internazionaliste Che Guevara. Nel 1976 la galassia delle organizzazioni della sinistra estremista italiana era sterminata. Eppure, nonostante i terroristi di stato argentini siano rimasti al potere sino alla fine del 1983, non furono mai più compiuti attentati in nome della “solidarietà” con le vittime della dittatura civico-militare argentina.
I fatti storici accaduti dopo quella notte romana del luglio 1976 sono abbastanza noti, forse non nel nostro paese, ma certamente in Argentina. Gli antifascisti argentini del Cafra italiano continuarono incessantemente, per molti anni, a testimoniare il proprio impegno contro la dittatura, a denunciare il genocidio e a ricercare la solidarietà degli italiani. Molti rientrarono in Argentina negli anni Ottanta, dopo la caduta della dittatura. Tanti sono rimasti nel nostro paese.

José Alfredo Martínez de Hoz lasciò il suo prestigioso incarico politico nel 1981. Dopo aver inizialmente beneficiato delle leggi che assicuravano l’impunità ai genocidi fu processato per essere stato l’organizzatore – con Videla e Albano Harguindeguy, allora ministro dell’interno - del sequestro dell’imprenditore Federico Gutheim e di suo figlio Miguel Ernesto, tenuti in prigionia dal novembre 1976 all’aprile 1977. L’ex ministro dell’economia è morto il 16 marzo 2013, a Buenos Aires, mentre si trovava agli arresti domiciliari.
I fatti che accaddero il 19 luglio 1976 a villa Martelli sono ancora avvolti dal mistero. Trascorsi ormai quarantadue anni, ancora non ha un volto e un nome la persona che consegnò ai militari Domenico Menna e che permise al capitano Leonetti di arrivare nel luogo dove si nascondeva Santucho, morto poco dopo il suo arrivo a Campo de Mayo. I terroristi di stato obbediscono ancora al patto omertoso che siglarono in quegli anni e rifiutano di rivelare il luogo in cui furono sepolti i corpi dei due dirigenti del Prt. L’abruzzese Domenico Menna fu orrendamente seviziato per diversi mesi a Campo de Mayo e venne ucciso nel novembre 1976, probabilmente con un volo della morte. Anche Liliana Delfino e Ana Maria Lanzillotto furono ammazzate. Nell’ottobre 2016 è stato ritrovato Maximiliano, il figlio che Ana Maria aveva partorito in un campo di prigionia e che le era stato sottratto prima dell'uccisione.

Del gruppo che fece esplodere il tritolo davanti all’ambasciata argentina all’Esquilino non abbiamo mai saputo più nulla e, quasi certamente, non troveremo mai una risposta all’interrogativo principale che nasce da quella singolare “doppia rivendicazione”: i comunicati furono preparati dallo stesso gruppo o qualcuno, che non aveva piazzato l’esplosivo, si inserì nel gioco delle rivendicazioni allo scopo di diffondere una raffinata lettura politica sulle vicende di quegli anni, dopo aver preso in prestito la sigla della organizzazione che aveva agito a Parigi?
Le Brigate internazionaliste Che Guevara ebbero una vita brevissima, la più effimera tra le migliaia di effimere storie di tutte le sigle che attraversarono le drammatiche vicende politiche e sociali del nostro paese negli anni Settanta.
Collocarono un ordigno alle tre della notte e, alle prime luci dell’alba del 23 luglio 1976, erano già scomparse, per sempre, dalla storia italiana.