Nota quotidiana

La consegna

Pino Narducci

Pino Narducci torna a raccontarci storie di desaparecidos argentini. Questa volta tocca a una rocambolesca e avventurosa missione: la storia di come Susana riuscì a riunire due bambini, Camilo e Miguel, a loro padre Julio Santucho.

Il terrorismo di stato argentino si appropriò anche di bambini e ragazzi sottratti, come “bottino di guerra”, alle madri e ai padri catturati o uccisi nel corso delle operazioni illegali di sequestro. Nel 1977 una clandestina rete di solidarietà, sovvertendo le regole della logica e sfidando quelle del buon senso, sottrasse il possibile “bottino di guerra” ai genocidi attraverso un’operazione che si svolse con modalità esattamente contrarie a quelle seguite dagli argentini in fuga dal proprio paese: salire su un aereo a Roma e atterrare a Ezeiza, l’aeroporto di Buenos Aires, proprio mentre avveniva il massacro.

Manuela era convinta che la sua nuova abitazione, in Avenida Warnes 735, nel quartiere Villa Crespo, fosse sicura. L’aveva presa in fitto solo da poco tempo e non era mai stata utilizzata per incontri politici. Nessuno, nemmeno sotto tortura, avrebbe potuto rivelare il suo indirizzo. Suo fratello Carlos era stato il garante di quel contratto. Cristina, la cognata di Carlos e Manuela, al contrario era estremamente preoccupata perché alcuni compagni del partito, che conoscevano il luogo in cui abitava, erano stati catturati. Per questa ragione si era rifugiata in Avenida Warnes con i suoi due figli, Camilo, che aveva quasi tre anni, e Miguel, di appena otto mesi.
Nessuno immaginava che quel pomeriggio del 13 luglio 1976 i militari avrebbero sequestrato, nel suo luogo di lavoro, Carlos, l’unico nella famiglia di Manuela che non militava nel Prt e che nemmeno svolgeva intensa attività politica.

Forse fu attraverso quel contratto di fitto o chissà come che, qualche ora più tardi, arrivarono a casa della “Neni”, così chiamavano in famiglia Manuela, e la sorpresero - lei, la sorella di Robi, avvocato impegnato nella difesa dei prigionieri politici - con suo figlio Diego, che aveva poco più di un anno, con Cristina, i due nipoti ed un’altra militante del partito, Raquel Alicia D’Ambra. Dissero alle donne di seguirli, ma permisero a Manuela e Cristina di affidare i figli ad una vicina di casa. Fu quest’ultima, trascorsa qualche ora, a telefonare a Nélida Gómez, la madre di Cristina, perché portasse via con sé i tre bambini.
Julio, il padre di Camilo e Miguel, rientrò a Roma da Algeri il 14 luglio e si affrettò a telefonare a Buenos Aires. Parlò con Jorge, suo cognato, e da Nélida apprese tutti i dettagli del sequestro di sua moglie e di sua sorella. Manuela, Cristina e Alicia in quel momento quasi certamente erano già state portate, insieme a Carlos, nel centro di detenzione “Automotores Orletti” che la Side, i servizi segreti, aveva scelto di collocare nel cuore di Buenos Aires.

Nélida avvisò i nonni di Diego e restò sbalordita quando arrivò una telefonata di Cristina che le chiedeva di essere rassicurata sulla sorte di Camilo e Miguel, senza poter dire o chiedere altro. Se le avevano permesso di telefonare, pensò Nélida, probabilmente non avevano ancora scoperto la sua vera identità e quella delle altre due donne.
Trascorsero solo alcuni giorni e il 19 luglio i militari uccisero Robi Santucho e Benito Urteaga, sequestrando Domingo Menna. La direzione del Prt era stata decapitata. Il Burò politico del partito, diretto dal nuovo segretario Luis Mattini, si rifugiò all’estero e, proprio a Roma, Julio incontrò Mattini e Gorriarán Merlo.
Non voleva lasciare i suoi figli in Argentina, come aveva promesso a Cristina prima di arrivare in Italia nel giugno 1976, e per di più temeva che i militari potessero sequestrarli e utilizzarli come arma di pressione nei suoi confronti per catturarlo. Per farli espatriare voleva andare lui stesso a Buenos Aires, ma Mattini e Gorriarán furono irremovibili: il viaggio esponeva Julio a un rischio altissimo per la sua vita.
Fu il nuovo segretario del Prt, nelle settimane successive, a convincersi che la missione clandestina avrebbe avuto possibilità di successo solo se fosse stata affidata a un militante che, giunto in terra argentina, si sarebbe rivelato insospettabile agli occhi di tutti. Nessuno poteva garantire che sarebbe tornato vivo, ma lei, ascoltata la proposta di Mattini, accettò.

Susana - la chiamavano “Pelada” per via del taglio sempre corto dei suoi capelli - era nata in Argentina da una famiglia emigrata da Monforte d’Alba, paesino della provincia piemontese di Cuneo, ma era tornata in Italia già da alcuni anni per studiare nella nostra università.
Si era avvicinata al Prt nel 1975 frequentando l’ambiente del Grupo Cine de la base di Raymundo Gleyzer e lavorava per il partito dall’Italia. Era stato Mattini a prendere questa decisione dopo aver frenato l’impazienza di Susana che desiderava tornare in Argentina: avrebbe servito molto meglio la causa della resistenza antifascista a Roma piuttosto che da clandestina a Buenos Aires.
Nella sua casa romana a Testaccio si svolgevano alcune riunioni del Burò e nel settembre 1976, insieme ad Abel Bohoslavsky, inviato in Italia da Eduardo Merbilhaá, si era recata in un piccolo paese della provincia di Chieti per incontrare i genitori del “Gringo” Menna in fuga dall’Argentina.
Susana non era un volto noto ai militari né era conosciuta da un vasto numero di militanti della organizzazione. Solo lei, pensò Mattini, avrebbe potuto “recuperare” Camilo e Miguel e riportarli clandestinamente in Italia. Era la persona giusta per persuadere Nélida, in definitiva, a compiere un gesto innaturale per una nonna: consegnare i nipoti ad una estranea, di fatto consegnarli al partito in cui militavano il padre e la madre.
Il figlio di Manuela, Diego Genoud, era andato a vivere presso i nonni paterni che attendevano il giorno in cui sarebbe arrivata la liberazione del padre di Diego, Alberto, detenuto nelle carceri già prima del colpo di stato, in epoca peronista.

A Roma il partito consegnò a Susana un passaporto falso. Ora si chiamava Mirta. A gennaio 1977 salì su un aereo, a Roma, con destinazione Buenos Aires. La sua permanenza in Argentina non sarebbe stata breve perché doveva conoscere Nélida e i bambini, guadagnarne la fiducia e stabilire un rapporto di confidenza e complicità. Senza questi elementi non sarebbe stato possibile uscire clandestinamente dal paese. Suo punto di riferimento nel Prt rimasto in patria era una donna, “Chiqui”. Ma agli incontri con Nélida e i bambini, che avvenivano una volta a settimana nella casa dei Navajas nel quartiere Recoleta, andava insieme ad un’altra compagna, Norita, e alla figlia di questa di tre anni, Mariana.

A Buenos Aires Susana utilizzava la vecchia abitazione familiare, in Calle Paraguay. Però ora in quella casa viveva un sarto che, tuttavia, aveva permesso a Susana di restare lì per il periodo del suo soggiorno. Lei usò quell’abitazione anche per incontrare compagni di partito ma poi il sarto, compreso cosa stava succedendo, le disse che poteva restare a patto che non facesse entrare altre persone.
Quando i tempi per un nuovo viaggio furono maturi il Prt fece preparare altri documenti personali (ora Susana espatriava come donna sposata e con figli minori) e individuò la persona che avrebbe assunto le sembianze di marito e padre. Era un militante di origine siriano-libanese e la scelta, in verità, non si rivelò delle più felici. Aveva una carnagione olivastra, ma quella di Camilo e Miguel era chiara e loro sembravano tutt’altro che mediorientali. Anche i falsi nomi scelti per loro due, Tomás per Camilo e Martín per Miguel, crearono non pochi problemi.
Camilo non riusciva a ricordarli, ma quello sforzo di memoria era decisivo perché, durante un controllo, sarebbero stati subito smascherati se lui avesse dimenticato i nomi che comparivano sui documenti di espatrio o avesse pronunziato quelli veri.

La situazione si trascinava ancora in questo modo quando poi, un giorno di aprile, avvenne “la consegna”. Dal “Capitán Alejandro”, Carlos Emilio All, ricevette una borsa con doppio o triplo fondo. Doveva portare in Italia denaro e documenti per il partito.
Susana prese con sé Camilo e Miguel e insieme si recarono nel quartiere Palermo a Buenos Aires, a casa di una psicologa militante del Prt. Lì avrebbero incontrato l’uomo che durante il viaggio sarebbe stato il falso marito e padre.
Camilo non era più convinto di partire e voleva tornare dalla nonna. Ma soprattutto non c’era verso per lui di ricordare quei nomi. Fu così che, quando ormai anche la psicologa aveva alzato le braccia in segno di resa ed aveva consigliato di lasciar perdere, Susana escogitò la soluzione. Camilo avrebbe dovuto associare i nomi a qualcosa di familiare o di indimenticabile. Miguel divenne “Martín el pescador” e Camilo invece “Tomás Coca Cola”.

La prima meta del viaggio di ritorno in Europa era Río de Janeiro e il partito voleva che il gruppo in fuga vi arrivasse con un volo aereo. Ma Susana pensò che fosse più sicuro raggiungere il Brasile via terra attraverso l’Uruguay.
Presero il traghetto sino alla città uruguaya di Colonia, senza nessun problema alla frontiera e poi, solo Susana, Camilo e Miguel, proseguirono il viaggio con un pullman sino al Brasile.
A Río de Janeiro Camilo improvvisamente scomparì, risucchiato nel gorgo di una caotica strada del centro. Furono due giovani turisti, avanzando tra centinaia di persone, a riportarlo indietro, inconsapevoli del contributo decisivo che stavano assicurando alla riuscita di una operazione che era stata ideata a Roma e si era già snodata attraverso tre paesi latino americani.

Per qualche giorno restarono in un albergo a Copacabana. Poi arrivò il momento della partenza, sicuramente quello più pericoloso. La meta finale era cambiata.
Non si andava più a Roma ma a Parigi perché Julio stava partecipando a una riunione della direzione politica che - prevalsa la “linea francese” di Rodolfo Mattarollo su quella “italiana” di Fernando Chávez - stava spostando il suo centro di gravità dall’Italia alla Francia.
In aeroporto un uomo del personale di sicurezza si avvicinò a Susana e, dopo aver chiesto informazioni sul loro viaggio, iniziò a scherzare sul fatto che le donne argentine andavano in vacanza lasciando i mariti a casa a lavorare.
Al momento dell’imbarco l’uomo fermò Susana e le disse di attendere lì perché una hostess li avrebbe accompagnati a bordo dell’aereo. Lei temette il peggio, anzi l’irreparabile: l’uomo, così lei pensava, stava facendo allontanare tutti per fare intervenire le forze di polizia e trattenerli, al riparo da occhi indiscreti di altri viaggiatori. Ma il presagio funesto non si avverò e i tre, scortati da una hostess, salirono sull’aereo e arrivarono a Parigi.

Camilo e Miguel partirono alla volta di Cuba con i nonni paterni e la zia, Blanca Santucho.
A Roma Susana consegnò la borsa ricevuta da “El Cuervo” All al Burò politico e, nel mese di maggio, ricevette l’ultima telefonata di “Chiqui”.
Era isolata, non aveva più denaro, quasi tutti erano stati catturati, anche il compagno di origine mediorientale. La vita cubana di Camilo e Miguel durò solo pochi mesi e poi col padre, Julio Santucho, divennero cittadini romani.
Nélida Gómez partecipò alla creazione del gruppo delle Abuelas de Plaza de Mayo e negli anni successivi divenne una instancabile combattente per i diritti umani.
Diego Genoud visse con i nonni paterni e conobbe suo padre solo nell’ottobre 1982, quando Alberto venne liberato dal carcere mentre la dittatura si avviava al suo ultimo anno di vita.

Tantissimi scomparvero e furono assassinati, nel 1976 e dopo, anche in quel tremendo maggio 1977 che segnò l’inizio della fine della esperienza del Prt. È la storia del genocidio argentino. Carlos Santucho, qualche giorno dopo essere stato catturato, venne ammazzato come un cane, a furia di botte e tormenti, nella prigione clandestina “Automotores Orletti”.
Manuela Santucho, Cristina Navajas e Alicia D’Ambra furono trasferite in vari centri di detenzione e restarono in vita per molti mesi, sino all’aprile 1977. Probabilmente Cristina e Alicia, durante la prigionia, diedero alla luce un figlio che, dopo quaranta anni, forse ancora ignora di essere nato in un campo di concentramento.
“Chiqui” era il nome di battaglia di Norma Luisa Pavan e, a maggio 1977, la presero per massacrarla e lei non lasciò alcuna traccia dietro di sé, tanto che nessuno l’ha mai vista in una prigione clandestina né si conosce il giorno in cui la sequestrarono.
Nonostante tutto molti sopravvissero, per sé stessi e anche per serbare memoria di quegli anni e raccontarcelo, come la protagonista di questo racconto, Susi Fantino, che ancor oggi, quasi come in quel lontano 1977, trascorre la sua vita tra Roma e Buenos Aires.

Cristina-Navajas
Cristina Navajas

Manuela-Santucho
Manuela Santucho

Raquel-Alicia-D-Ambra
Raquel Alicia D’Ambra