Nota quotidiana

La "bolla del carbonio" o la vita

Daniel Tanuro

L'ultimo rapporto della Carbon Tracker segnala che un terzo del carbonio utilizzabile nel periodo 2000-2050 è stato già utilizzato e che l'80% di carbonio conosciuto dovrebbe restare nel sottosuolo. Ma per far ciò le compagnie interessate dovrebbero distruggere l’80% del loro capitale...

Carbon Tracker Initiative è una ONG niente affatto sovversiva e ben conosciuta per i suoi seri lavori sul «bilancio del carbonio»: in altri termini, la quantità di carbonio fossile che l’umanità può ancora immettere nell’atmosfera sotto forma di gas di carbonio da qui al 2050, se si vuole avere una possibilità di non superare (troppo) i 2°C di aumento della temperatura.
Il suo ultimo rapporto non manca di interesse. Basandosi sui lavori del Potsdam Institut, Carbon Tracker mette in fila i seguenti elementi:
► Nel 2011, l’economia mondiale ha già utilizzato un terzo del bilancio del carbonio di 886 gigatonnellate (= miliardi di tonn.) di gas di carbonio (GtCO2), di cui disponeva per il periodo 2000-2050. Il saldo disponibile è solo più di 565 GtCO2.(= miliardi di tonn.).
► Le riserve provate di combustibili fossili in mano alle compagnie pubbliche private e governative corrispondono all’emissione di 2.795 GtCO2.
► Le parti di queste riserve in mano alle 100 più grandi compagnie private nel settore del carbone e delle 100 più grandi nei settori del gas e del petrolio corrispondono a 745 GtCO2, il resto è in mano agli Stati, in particolare il regno saudita.
Il fatto che il saldo di carbonio fossile disponibile è solo di 565 GtCO2 su un totale di 2.795 equivale a dire che per non sconvolgere troppo il clima, l’80% delle riserve conosciute di carbone, petrolio, e gas naturale devono restare nel sottosuolo per non essere mai bruciate.
Ora, queste riserve sono evidentemente contabilizzate come degli attivi da parte dei loro proprietari, e contribuiscono di conseguenza a determinare il valore delle azioni (per lo meno quando questi proprietari sono delle imprese; la famiglia reale dell’Arabia saudita non è evidentemente quotata in borsa a Wall Street…)
Queste azioni sono particolarmente apprezzate in borsa. È dunque falso e ipocrita puntare il dito contro «i cinesi» e «gli indiani» che, bruciando carbone a più non posso sarebbero, secondo alcuni, i grandi impedimenti alla saggia regolamentazione del clima: il capitale finanziario globalizzato tira le fila della corsa all’abisso climatico, è prima di tutto lui che deve essere messo sul banco degli accusati. È direttamente responsabile del fatto che l’economia capitalista continua a girare per l’80% sulle energie fossili.
A questo proposito, il rapporto della Carbon Tracker ha prodotto un grafico interessante che mostra la distribuzione delle azioni delle compagnie private del carbone, del gas e del petrolio sulle piazze borsistiche del pianeta. Questo permette di confrontare il bilancio del carbonio di un paese al suo impegno nel proseguimento dello sfruttamento criminale dell’energia fossile. Si constata, ad esempio, che un paese come il Regno Unito, il cui bilancio del carbonio non è che di 10 GtCO2 circa, controlla, tramite la borsa di Londra, riserve fossili corrispondenti a 105,5 GtCO2.
Perché il capitale continua questa politica insensata, quando oggi tutti sanno quanto il riscaldamento costituisce una grave minaccia per l’umanità? La risposta è nota: le rinnovabili costano più care, il costo dei danni del riscaldamento sono talmente elevati che la loro «internalizzazione» è impossibile, le lobby del fossile – o che dipendono dal fossile (automobile, petrolchimico, aeronautica, ecc.) – sono più potenti dei governi.
Il rapporto della Carbon Tracker permette di avere tutta la misura di quest’ultimo fattore. In effetti, se l’80% delle riserve provate di combustibili fossili dovessero restare sotto terra, ne deriverebbe semplicemente che le compagnie interessate dovrebbero accettare l’immediata distruzione dell’80% del loro capitale.
Rispetto a questo, il fallimento di Lehman Brothers sembrerebbe un po’ uno scherzo, dato che le compagnie in questione sono dei giganti, pilastri del capitalismo mondiale – come Shell, BP, Exxon, ad esempio – le cui azioni figurano in buona posizione nei portafogli dei fondi pensione e di altri grandi investitori capitalisti.
Come scrive il Guardian, «Se la maggior parte delle riserve di petrolio, di carbone, di gas naturale non può essere bruciata, i beni primari delle più grandi compagnie energetiche del mondo potrebbero diventare altrettanto tossici degli spinosi debiti ipotecari che hanno portato al crollo finanziario del 2008».[1] Si parla dunque sempre più del rischio di una «bolla finanziaria del carbonio».
Sacrificare quattro quinti dei loro beni per evitare una catastrofe climatica? Inutile dire che le Sette Sorelle che controllano il settore petrolifero non ci sentono da quest’orecchio, non più che i capitalisti del settore del carbone, ad esempio! Lo attestano gli investimenti pianificati da questi vampiri. In particolare, il gigante multinazionale del carbone Glencore ha realizzato recentemente la più grande raccolta di capitali da parte di una multinazionale sulla piazza di Londra. Quanto alla Shell, nei prossimi quattro anni investirà 62 miliardi di sterline per produrre 3,7 milioni di barili al giorno nel 2014 (un aumento del 12% rispetto al 2010). [2]
Il capitale finanziario è sulla stessa lunghezza d’onda, dato che è lui che presta le enormi masse di denaro necessarie ai grandi investimenti a lungo termine in capitale fisso, particolarmente pesanti nel settore energetico (raffinerie, centrali elettriche, ecc.).
«Ciò illustra fino a che punto i mercati mondiali dei capitali sono scollegati da qualsiasi obiettivo mirante a combattere il cambiamento climatico – si rammarica James Leaton sul sito GreenBiz.[3] Ciò dimostra che l’approccio basato sul profitto a breve termine (che è quello) degli attuali strumenti finanziari non riconosce i segnali dell’azione regolatrice di lungo termine per limitare il cambiamento climatico.
Questo commento non è lontano dalla verità. Salvo che «l’approccio basato sul profitto a breve termine» non è specifico degli «attuali strumenti finanziari»: è semplicemente quello del capitalismo. In effetti, il caso della «bolla del carbonio» mostra fino a che punto la questione dei limiti ecologici è al cuore della crisi capitalista e contribuisce a farne una crisi sistemica, di civiltà
O si arresta questo sistema criminale con misure radicali per fare scoppiare la «bolla del carbonio» senza che la maggioranza della società debba pagare le spese di questo nuovo sperpero – ciò che richiede la doppia nazionalizzazione con esproprio del settore energetico e del settore del credito – oppure si corre spediti verso un riscaldamento di 4°C che farà centinaia di milioni di vittime… tra i poveri dei paesi poveri. La bolla del carbonio o la vita?

[1] The Guardian, Duncan Clark, 15 July 2011
[2] The Guardian, Ben Caldecott, 12 July 2011
[3] http://www.greenbiz.com/