Nota quotidiana

L'8 marzo, dalla storia al presente

Tatiana Montella

Pubblichiamo la postfazione di Tatiana Montella al volume Storia delle storie del femminismo di Cinzia Arruzza e Lidia Cirillo. Uno stralcio estratto dalla postfazione è stato pubblicato sul numero di febbraio di Le Monde diplomatique.

Questo libro arriva in un momento in cui il femminismo torna sulla scena politica in tutto il mondo, dall’Argentina alla Polonia, alla Turchia, agli Stati Uniti, all’Italia, per ragioni e con modi di organizzazione differenti. La mobilitazione delle donne si è dispiegata nell’arco del 2016 con diverse temporalità ma si è data una scadenza comune nell’8 marzo del 2017. Il giorno della donna è stato dalle origini e per decenni un giorno di lotta prima di essere ridotto a cene fra amiche e a mazzi di mimose. Con lo sciopero delle donne dell’8 marzo del 2017 l’obiettivo è recuperare la dimensione di lotta di quella data.

Se rintracciarne le origini è davvero complicato per i numerosi tentativi, a posteriori, di fissarne i natali nell’una o nell’altra occasione, secondo le esigenze politiche, resta il fatto che l’8 marzo è una data intimamente legata alla storia dei movimenti femministi. Non vi è un evento specifico da sacralizzare e celebrare, ma è la data stessa a simboleggiare tante pagine di storia del femminismo. I grandi movimenti del passato hanno spesso scelto l’8 marzo come momento significativo della loro storia, così come il movimento operaio ha fatto del 1° maggio il momento di sintesi degli elementi che trasformano l’appartenenza a una classe in rivendicazione e lotta. Contrariamente ad altre date canoniche l’8 marzo ha resistito alla banalizzazione, alla commercializzazione, agli attacchi spesso non immotivati di quelle che non avevano più voglia di esistere una sola volta all’anno e vedevano in quel giorno la festa dell’ipocrisia. Ha resistito perché il femminismo ha continuato a vivere e a mantenere memoria della propria vicenda storica. O almeno per il femminismo la cancellazione non è stata così devastante come è accaduto per altri movimenti, in modo particolare per il movimento operaio del Novecento.
Forse rintracciare le origini dell’8 marzo può essere utile. C’è chi ha provato a individuarne la nascita nello sciopero delle operaie tessili di New York dell’8 marzo 1857, ma l’episodio non sembra realmente accaduto. Spesso la celebrazione è stata identificata con l’incendio della fabbrica tessile Cottons a Chicago nella quale, secondo la storia popolare, agli inizi di marzo del 1908 le operaie iniziarono a scioperare contro le loro disumane condizioni lavorative. Lo sciopero durò fino all’8 marzo, quando il proprietario della fabbrica sbarrò tutte le uscite. Divampò un incendio, forse appiccato dallo stesso padrone, in cui persero la vita le centoventinove operaie. Ma anche su questo episodio le fonti sono lacunose e discordanti. È certo però che l’8 marzo è innanzitutto una storia di donne che hanno contribuito all’articolazione e allo sviluppo del femminismo in tutto il mondo. È la storia di Clara Zetkin, dirigente del movimento operaio tedesco. Di Rosa Luxemburg, fondatrice del Partito socialista polacco e del Partito comunista tedesco. Di Aleksandra Kollontaj, rivoluzionaria femminista russa, dirigente del Partito comunista con posizioni critiche nei confronti dell’istituzione familiare. Di Corinne Brown, femminista statunitense organizzatrice del primo Women’s day. È la storia di donne che lottarono anche all’interno delle loro organizzazioni politiche per affermare la centralità delle lotte femminili. Vicende che contengono in nuce gli elementi della storia dei movimenti femministi, le diversità di formazione politica, le alleanze tra donne socialiste e femministe borghesi, i rapporti tra movimenti di donne e movimenti rivoluzionari, i rapporti con i partiti.
Comune denominatore è stata la lotta per l’uguale libertà, contro lo stigma, l’esclusione o l’assimilazione e per un’esistenza da esseri umani di sesso femminile. È grazie alla loro tenacia e alla condivisione di pratiche, esperienze, difficoltà e idee che la giornata internazionale della donna è diventata l’emblema della lotta femminista. Storie che si intrecciano. Nel 1910 a Copenaghen si tiene una conferenza delle donne socialiste. A coordinare i lavori è Clara Zetkin e la proposta è quella di istituire una Giornata internazionale delle donne. Sono anni in cui le lotte per il suffragio femminile ottengono delle vittorie in Nuova Zelanda, in Australia e in Finlandia. Negli Stati Uniti si celebrava già il Women’s day ogni ultima domenica di febbraio, una giornata che era il risultato del consolidamento dei rapporti tra le femministe borghesi e quelle socialiste. Proprio negli Stati Uniti infatti l’alleanza fra le donne andò oltre le posizioni dell’Internazionale socialista, secondo cui la sconfitta del patriarcato era legata indissolubilmente alla sconfitta del capitalismo. Soprattutto nell’epoca delle lotte per il suffragio femminile la solidarietà trasversale alle classi sociali cominciò a permeare le lotte delle donne. Lo sciopero delle operaie di New York del 1909 si trasformò perciò nello sciopero del movimento delle donne. E nello stesso anno migliaia di donne si ritrovano insieme, in solidarietà, nella Giornata internazionale della donna.
Già nel 1909 insomma era evidente la dimensione simbolica della scadenza, anche se nella conferenza di Copenaghen, a cui parteciparono fra le altre le americane del Women’s day, si decise di rimandarne l’istituzione internazionale a tempi più maturi. Fino allo scoppio della Prima guerra mondiale la Giornata della donna verrà comunque celebrata in diversi paesi: in Russia nel marzo del 1913 con il nome di Giornata delle operaie, l’anno successivo in Germania, in Francia, in Finlandia, in Norvegia. È l’occasione per rivendicare l’emancipazione politica, ma anche per mettere al centro la pace come obiettivo comune di tutte.
Un elemento di rottura con l’interclassismo della giornata è l’istituzione della Giornata dell’operaia nella II conferenza delle donne comuniste di Mosca del 1921. A presiedere i lavori è proprio Aleksandra Kollontaj. La data scelta è quella della rivolta delle donne di Pietrogrado contro lo Zar, avvenuta il 23 febbraio 1917, l’8 marzo del calendario gregoriano. Nel bel mezzo della guerra, stremate dalla fame, esse ebbero il coraggio di chiedere con forza pane e pace. Una giornata che si iscrive a pieno nella storia della rivoluzione russa dello stesso anno in cui, per dirla con le parole di Kollontaj, «le donne russe hanno brandito la torcia della rivoluzione proletaria e hanno dato fuoco alle polveri. La rivoluzione di febbraio stava per cominciare». Nonostante la ben nota Giornata dell’operaia, non si ricollega che di rado la storia dell’8 marzo alla storia della rivoluzione sovietica.
Anche nel 1945 è dal clima che precede la fine della guerra che emerge l’esigenza di emancipazione delle donne. Una Carta della donna, contente richieste di parità di diritti e lavoro, viene approvata a Londra e inviata all’Onu. In Italia nello stesso anno l’Unione donne in Italia, fondata l’anno precedente, celebra la Giornata della donna l’8 marzo. Nell’anno successivo la celebrazione si estese in tutto il territorio italiano e la mimosa come simbolo fece la sua comparsa. Sono gli anni dell’elaborazione faticosa della costituzione italiana, quelli di una nuova presa di coscienza della necessità di esserci e di lottare per i propri diritti. Non per questo era più facile celebrare l’8 marzo: numerosi furono gli scontri con le forze dell’ordine e le denunce ai danni delle donne che volantinavano o si ritrovavano in manifestazioni non autorizzate. Spesso venivano perseguitate e arrestate, con l’accusa di turbare l’ordine pubblico.
Negli anni Settanta con l’entrata in scena dei movimenti femministi la storia dell’8 marzo muta assieme all’irrompere sulla scena politica di movimenti in grado di conquistare diritti fondamentali per le donne. Sono gli anni delle grandi rivendicazioni femministe, da “l’utero è mio e lo gestisco io”, alla rivendicazione del diritto all’aborto legale e al divorzio. Sono gli anni delle grandi mobilitazioni, ma anche della rottura di un continuum storico. Il movimento operaio, che nella prima parte del secolo aveva ispirato le lotte più significative e le conquiste più importanti, ha subito processi di burocratizzazione che ne minarono la capacità di critica dell’esistente. L’ispirazione venne perciò prima di tutto da un altrove sociale e geografico, dalle lotte degli afroamericani e delle studentesse e degli studenti statunitensi contro la guerra, dai gruppi che cercarono di applicare alla politica la lezione della psicoanalisi, dal marxismo eretico e radicale.
Con il riflusso dei movimenti anche la giornata dell’8 marzo subisce una mutazione: alla lotta si sostituiscono i convegni e gli spettacoli teatrali, ma anche in quei momenti non mancano continui tentativi di riportare la politica e la lotta al centro della celebrazione. Così che l’8 marzo diventa una specie di Giano bifronte: un volto sul mercato e le celebrazioni rituali; un altro sul desiderio di avere un passato di lotta da ricordare perché la memoria dia impulso a nuove lotte.

I movimenti che stanno attraversando il mondo in questo momento hanno però deciso di riprendere il filo di questa storia, immaginando un 8 marzo in cui costruire uno sciopero globale delle donne. Recuperando nel presente il significato di questa scadenza, ritessendo un filo rosso con la storia dei grandi movimenti delle donne, combattendo la rimozione del passato che fa apparire ogni irruzione femminile sulla scena politica uno scaturire improvviso e un’uscita dal silenzio.
Il tentativo è quello di vedere gli aspetti autentici del presente, con uno sguardo rivolto al passato e al futuro. Uno sciopero delle donne è una pratica inedita? Abbiamo dimostrato il contrario. Ma lo è forse in ogni momento in cui si impone sulla scena politica, per la difficoltà dei movimenti del presente a mantenere una memoria storica collettiva.
Le lotte delle donne sono sorprendenti e inaspettate e si innervano all’interno di contraddizioni incomprensibili all’altra metà della società. E spesso incomprensibili alle donne stesse, abituate a pensare con gli schemi mentali e con le coordinate storiche della parte maschile dominante. Sorprende infatti leggere che uno degli scioperi più riusciti della storia delle donne è avvenuto nel 1991 in Svizzera, con la partecipazione di 500mila donne, seguito da quello islandese del 1975. O ancora ricordiamo lo sciopero delle donne di New York nel 1970.
Una grande novità del 2016 è stato lo sciopero delle donne polacche contro la decisione del governo di approvare una legge restrittiva sul diritto all’aborto. Le donne in Polonia hanno avuto il merito di costringere un governo conservatore e la Chiesa polacca ad arretrare, e di legare al tema della violenza il tentativo di privare le donne di ogni forma di depenalizzazione dell’aborto.
Ed è da qui che si arriva all’inedito sciopero dell’8 marzo 2017. Non solo per l’ambizione di essere uno sciopero mondiale, non legato a un settore specifico del lavoro, né necessariamente al lavoro, ma per la rivendicazione transnazionale di mettere fine alla violenza di genere in quanto strumento di oppressione e sfruttamento su scala mondiale. Uno sciopero per minare i rapporti di potere basati sul genere che permeano la nostra società. «Se la mia vita non vale, mi fermo e non produco», è lo slogan che tradotto in diverse lingue fa il giro del mondo.
Agli scioperi lanciati nel 2016 in Argentina e dalle donne polacche è seguita l’enorme manifestazione delle donne statunitensi contro la destra sessista e omofoba al potere, personificata da Donald Trump. All’interno di questa manifestazione alcuni gruppi femministi hanno lanciato l’idea di uno sciopero nel giorno del suo insediamento: «L’amministrazione Trump promette di tagliare, indebolire, privatizzare o eliminare ogni politica sociale, dalle scuole pubbliche alla Medicare fino all’assistenza sociale. Si aspetta che la famiglia (cioè le donne) riempia i vuoti e raccolga i cocci. Noi non lo faremo. Questo sciopero è un avvertimento. Il nostro lavoro [anche domestico, n.d.r.] non può più essere considerato come garantito».
È proprio attraverso lo sciopero che ci si può riappropriare della storia dell’8 marzo e di una pratica che è alle origini del movimento femminista. E con lo sciopero globale la partita in gioco diventa anche la possibilità di costruire connessioni tra diversi paesi. Assume una dimensione globale non solo a livello geografico, ma anche sui temi: denuncia una ristrutturazione dell’economia mondiale basata sulla finanziarizzazione, il neoliberismo e la messa in concorrenza della forza lavoro a danno delle vite, soprattutto di quelle femminili; aggredisce anche la dimensione di sfruttamento del lavoro domestico e di cura; denuncia la precarietà lavorativa e di vita e rivendica il diritto alla casa; permette di stare dalla parte dei e delle migranti, schierandosi al fianco di coloro che subiscono l’oppressione del razzismo e sottolinea come il lavoro di cura non preso in carico dallo Stato determini lo sfruttamento classista e neocoloniale tra donne, perché spesso il prezzo della nostra libertà viene pagato dalle migranti.
Bloccare la produzione e la riproduzione rende insomma visibile tutto il lavoro invisibile di cui le donne si fanno carico. E permette di costruire relazioni ed intersezioni con soggetti che allo stesso modo subiscono esclusioni e violenze materiali e simboliche, come trans, lesbiche e gay.

Come affermano le donne argentine nel loro appello per lo sciopero internazionale dell’8 marzo 2017: «Rendiamo lo sciopero di donne uno strumento ampio e attuale, capace di essere utile alle lavoratrici e alle disoccupate, a quelle senza stipendio e a quelle che ricevono sussidi, alle lavoratrici autonome e alle studentesse, perché tutte siamo lavoratrici. Noi ci fermiamo. Ci organizziamo contro la ghettizzazione domestica, contro la maternità obbligata e contro la competizione tra donne, tutte forme indotte dal mercato e dal modello di famiglia patriarcale. Ci organizziamo in ogni luogo: nelle case, nelle strade, nei posti di lavoro, nelle scuole, nei negozi, nei quartieri. La forza del nostro movimento sta nelle relazioni che creiamo tra di noi. Noi ci organizziamo per cambiare tutto».
Noi vogliamo recuperare la storia del femminismo per interpretare il nostro tempo e puntare su una dimensione internazionale, per ricostruire un nuovo internazionalismo femminista. E come abbiamo fatto per il 26 novembre 2016 con Non una di meno facciamo nostri ancora una volta gli slogan delle donne argentine:
Siccome #CiSiamoPerNoi, questo 8 marzo è il primo giorno della nostra vita.
Perché #SiamoMosseDalDesiderio, il 2017 è il tempo della nostra rivoluzione.