Accade a sinistra

Italia, scomparsa della sinistra

Hugue Le Paige (da Politique)*

“Dove è scomparsa la sinistra?”. E si vedrà che le risposte prendono a volte i contorni del giallo, del romanzo poliziesco (in questo caso politico) con molti colpi di scena, occasioni mancate, tradimenti, sacrifici e cinismo.

Nel film Ladri di Biciclette, per tentare di ritrovare il proprio indispensabile strumento di lavoro che gli è stato appena rubato, il protagonista del film di Vittorio De Sica si rivolge alla polizia che non gli lascia molta speranza. Cosa fa allora Antonio Ricci, il proletario disperato? Si rivolge alla sezione locale del Partito comunista del quartiere popolare di Roma, Val Melania, per cercare di trovare aiuto e conforto. Ladri di biciclette, archetipo del realismo italiano, è del 1948. Per Salvatore Cannavò, giornalista, editore, ex deputato di Rifondazione comunista, questa scena illustra bene il ruolo che svolgeva il Partito comunista italiano negli anni Cinquanta e che svolgerà per molti anni.
Con alterne fortune, il Pci resterà il partito dominante nella sinistra italiana ed egemonico in larghi strati della società fino alla metà degli anni Settanta, con successi elettorali rilevanti nel 1975 (regionali) e poi alle legislative del 1976. Il partito di Enrico Berlinguer e dell’eurocomunismo allora faceva sognare la sinistra europea. Anche se l’autodissoluzione del Pci nel 1991 è stata un trauma profondo per i suoi militanti e simpatizzanti, in Italia e altrove resiste un’immagine forte e senza dubbio mitica di quel che è stato il più grande partito comunista del mondo occidentale. E costituisce, in ogni caso, ancora un riferimento per una sinistra italiana in frantumi, divisa e senza punti di riferimento.
Anche se Miguel Gotor, storico e senatore del gruppo Mdp-Articolo 1 [area Bersani interna a Liberi e Uguali, ndt], avverte: «Non bisogna confondere la realtà dei processi politici italiani con lo sguardo esterno. Non bisogna fidarsi degli sguardi nostalgici come quelli che guardano agli Stati Uniti come nei film di Woody Allen. È uno sguardo particolare e minoritario. Accade spesso con le descrizioni estere della sinistra italiana. Si evoca – rimpiangendola – la sua radicalità e la sua egemonia passata. E si giunge così a espressioni nostalgiche tipo “la sinistra è scomparsa” senza tener conto che di fatto questa sinistra, come tutte le cose in natura, si trasforma. Il vero tema è quello del declino italiano le cui difficoltà della sinistra costituiscono una parte».
Marco D’Eramo è fisico di formazione ma anche sociologo. È un pensatore del paradosso. E aggiunge un’altra dimensione: «L’Italia non ha mai avuto una borghesia. Ha avuto dei ricchi, certo, degli industriali e anche dei borghesi, ma mai una classe borghese. E dunque non ha mai costruito uno Stato. La sinistra sembrava forte in ragione di questa assenza, ma il suo problema non era semplicemente quello di cambiare lo Stato, ma di doverlo innanzitutto costruire… Naturalmente non ha fatto nessuna delle due cose. Proprio perché non ha avuto uno Stato nazionale né una riforma protestante, che ne sono le condizioni, la sinistra ha sempre avuto un problema con la modernità». Dunque D’Eramo ci invita a riposizionare i nostri interrogativi in questo quadro.
Queste avvertenze sono utili ma non impediscono, vista la situazione politica attuale e prendendo come punto di partenza l’egemonia una volta esercitata dal Pci fino alla sua scomparsa, che la questione possa porsi seccamente in questi termini: “Dove è scomparsa la sinistra?”. E si vedrà che le risposte prendono a volte i contorni del giallo, del romanzo poliziesco (in questo caso politico) con molti colpi di scena, occasioni mancate, tradimenti, sacrifici e cinismo in una società fatta di dubbi e di timori […].

La fine di un movimento operaio
La sinistra italiana non è sfuggita alla crisi globale provocata dall’ultraliberismo, dalla fine del “socialismo reale” e dalla modificazione dei rapporti di produzione provocati dalla mondializzazione. Salvatore Cannavò, che è stato un militante attivo e un parlamentare di Rifondazione comunista fino al 2008, fa un’analisi di portata generale: «Quello che non abbiamo compreso, a un certo momento, è che la politica dei governi di sinistra e i cambiamenti strutturali della società capitalista indebolivano sempre più il movimento operaio del XX secolo. Non mi riferisco al movimento operaio dal punto di vista della sua importanza numerica, ma come apparato di idee: il partito, i sindacati, il mutualismo, le cooperative, la cultura, il cinema. Tutto ciò che costituiva la storia del movimento operaio, che determinava un campo d’azione unitario all’interno del quale potevano esistere diverse sinistre. Per un lungo periodo il movimento operaio è stato composto dal Pci, dal Psi, dall’estrema sinistra e anche, per una fase, dall’Autonomia. Dentro Rifondazione per molti anni abbiamo ritenuto che questo quadro potesse perdurare e che si potesse tranquillamente costruire qualcosa alla sinistra del Pds e poi del Pd, un’altra sinistra in grado di conquistare l’egemonia. Invece quel quadro si disgregava in mille pezzi. Sarebbe stato necessario a quel punto cercare di costruire un’altra strada, con una forte radicalità ma di pari passo con la ricostruzione di un tessuto sociale più coerente e solido».
E a questo che guarda oggi Salvatore Cannavò, in particolare attraverso il mutualismo e i movimenti sociali. Si può discutere questa opinione politica ma, ideologicamente e sociologicamente, il quadro è poco contestabile.

Quando comincia la crisi?

Se si vuole comprendere la scomparsa o la trasformazione della sinistra italiana conviene mettersi d’accordo sul suo punto di partenza. La cosa più semplice, se non la più evidente, sarebbe cominciare dalla fine del Pci nel 1991. Ma in realtà occorre andare ancora più indietro. Il Pci di Berlinguer conosceva già delle difficoltà durante gli anni Settanta a dispetto dei buoni risultati elettorali che gli permisero di accedere al potere nelle regioni “rosse” a partire dal 1975. Enrico Berlinguer aveva lanciato la proposta del “compromesso storico” nel 1973, all’indomani del colpo di stato militare in Cile. Si trattava di formare una maggioranza di governo che comprendesse le “forze popolari” comuniste, socialiste e cattoliche. Ma, a parte Aldo Moro, che sarà rapito nel marzo del 1978 e poi assassinato dalle Brigate rosse, il Pci non avrà alcun interlocutore in seno alla Dc e si accontenterà di astenersi in una maggioranza di “solidarietà nazionale”, essenzialmente per combattere il terrorismo e difendere la costituzione. Alle elezioni del 1979 il Pci perde un milione e mezzo di elettori. Berlinguer ne tira le conseguenze ed effettua una svolta a sinistra. Torna l’alternativa politica, la vicinanza con i movimenti sociali. La morte del segretario generale l’11 giugno 1984, in piena campagna elettorale per le europee, non permetterà di sapere cosa sarebbe divenuta la sinistra italiana sotto la guida di questo “secondo Berlinguer”, come è stato chiamato, ma lascia in ogni caso campo libero a chi ha altri orizzonti politici.
La tappa seguente è l’autodissoluzione. Quando l’11 novembre 1989, all’indomani della caduta del muro di Berlino, il segretario generale del Pci, Achille Occhetto, propone il cambiamento di nome del partito e l’abbandono del riferimento al comunismo, si fa fatica a credere che raccolga il 67% di adesioni al comitato centrale e praticamente lo stesso risultato due anni più tardi al congresso di Rimini che, dopo un dibatto lacerante, proclamerà la fine del Pci.
Come è accaduto che in qualche mese il partito che aveva avuto “una sezione in ogni campanile”, come raccomandava Palmiro Togliatti, sia potuto scomparire? Ci sono certamente le grandi ristrutturazioni capitaliste e l’egemonia liberale all’opera dagli inizi degli anni Ottanta, spiegazione che evoca Salvatore Cannavò e che condivide Guido Liguori. Storico del pensiero politico contemporaneo e specialista di Gramsci, Liguori ha pubblicato uno degli studi più pertinenti sulla morte del Pci. Sul piano ideologico egli nota «il ruolo che occupano, a partire dagli anni Ottanta, pensatori liberali come Bobbio, Dahrendorf o Popper che diventano, presso i circoli dirigenti del Pci, punti di riferimento più importanti dei pensatori marxisti». Egli aggiunge poi «il ruolo considerevole che ha giocato il gruppo La Repubblica nell’evoluzione del partito. Non passava giorno in cui quel giornale non scrivesse che il Pci era il miglior partito esistente ma che, fino a quando avesse conservato la denominazione “comunista”, non avrebbe potuto accedere a nessuna responsabilità di governo. Occorre poi aggiungere un altro elemento: la fedeltà delle masse comuniste nei confronti dei loro dirigenti e del segretario generale in particolare: “Il segretario sa quel che fa”. Siamo vicini alla fede… La combinazione di questi due elementi spiega il successo di Occhetto. E spiega anche – aggiunge Liguori – il fatto che in seguito sia avvenuta una scissione silenziosa: decine di migliaia di militanti delusi, sono tornati semplicemente a casa». Si stima che siano stati un terzo del 1.400.000 membri che il Pci dichiarava nel 1991.

Le esitazioni di Rifondazione

La maggioranza dell’ormai ex Pci si ritrovava nel Pds mentre una minoranza fondava Rifondazione comunista che faceva ancora riferimento all’identità comunista, sebbene “rifondata”, e raggruppava sia i nostalgici dell’Urss che militanti dell’estrema sinistra, dei sindacati e dei movimenti sociali particolarmente attivi agli inizi degli anni 2000.
Mentre catalizza le speranze della sinistra radicale, Rifondazione conosce anche numerose scissioni. La questione delle alleanze con il Pds e la partecipazione al potere saranno decisive, con l’appoggio al primo governo Prodi (1996-1998) e la partecipazione al secondo (2006-2008). La politica condotta da queste due coalizioni, dove si trovavano anche vecchi democristiani, fu ricalcata largamente sulle esigenze europee. La disillusione fu forte e le maggioranze esplosero. Rifondazione si farà contestare sia per la sua partecipazione a questi governi che per averli abbandonati.
Cannavò è molto duro su questa fase: «La sinistra non ha fatto nulla di ciò che ci si aspetta da lei quando è al potere. Non una sola grande riforma sociale come, ad esempio, la riduzione dell’orario di lavoro. Nessuna misura nemmeno simbolica. Al contrario, ha anticipato le politiche di austerità e ne ha pagato un caro prezzo. E Rifondazione è stata punita per le sue esitazioni». Alle elezioni del 2008 la coalizione Arcobaleno che raggruppa sinistra radicale ed ecologisti non ottiene nemmeno un eletto in parlamento. È una “prima” storica, e un’altra tappa nel processo di disfacimento della sinistra italiana.
Negli anni Settanta, parlando dell’avvenire della sinistra, si diceva che l’Italia fosse il laboratorio politico dell’Europa. A partire dagli anni Novanta la penisola diventerà il laboratorio politico della destra e più ampiamente quello della crisi della politica. In meno di due anni, i due grandi partiti di massa che hanno dominato la scena dalla Liberazione, scompaiono. Nel 1991-92, con l’operazione Mani pulite da parte del pool di Milano, la Democrazia cristiana è travolta dall’affarismo e dalla corruzione così come il Psi di Bettino Craxi, costretto all’esilio in Tunisia. Con il Pci che ha scelto la dissoluzione, la crisi della prima Repubblica non offre sbocchi a sinistra.
Ad approfittarne è Berlusconi. Dal 1975 le sue televisioni private hanno invaso le case imponendo una nuova egemonia culturale: quella dello spettacolo mediatico, della riuscita individuale, del “fare”. Nel 1994 l’uomo d’affari costruisce in due mesi un partito-azienda diretto dai suoi funzionari e vince le elezioni legislative.
La sinistra non sarà capace di costruire un’alternativa credibile. L’anti-berlusconismo sarà il suo unico cimento e la sua unica prospettiva. Ma, ancora una volta, l’Italia ha giocato il suo ruolo di laboratorio perché, come sottolinea Marco d’Eramo, «in questa postmodernità politica, Berlusconi è il precursore di Trump con circa un quarto di secolo di anticipo. Berlusconi si è impadronito dello Stato con le sue televisioni. Come Trump viene dall’immobiliare. Entrambi sono arrivati al potere senza partito e hanno praticato un populismo di governo».

Pds-Ds-Pd: scivolamento progressivo
Autoaffondandosi nel 1991, l’abbiamo visto, il Pci si trasforma in Pds. Nel suo logo, sotto la quercia che è l’emblema del nuovo partito, figurano ancora, in un piccolo simbolo, la falce e il martello. Comincia allora una lunga evoluzione che porterà gli eredi del Pci verso un centrosinistra a pretesa socialdemocratica ma che poco a poco si converte al social-liberismo. L’evoluzione non è certamente originale: praticamente tutta la socialdemocrazia europea conoscerà questo declino. Ma qui sono gli ex comunisti che conducono la barca. Walter Veltroni, affascinato dal modello del Partito democratico americano, da segretario generale del Pds sceglierà come motto “I Care”.
Nel 1998 il Pds lascia il passo ai Ds che si alleeranno, formando l’Ulivo, con la Margherita, composta essenzialmente da ex democristiani. Sotto la quercia, sarà simbolicamente una rosa a rimpiazzare la falce e martello. Un nuovo centrismo si afferma a sinistra, ma sta già facendo politiche di centrodestra, di cui i due Governi Prodi saranno, come detto, la forma concreta. Nel 2007 i Ds lasciano il posto al Pd, frutto della fusione pura e semplice di Ds e Margherita. A quasi trent’anni dalla loro dissoluzione, gli eredi di Pci e Dc non sono divenuti altro che un unico partito. Seguiranno numerose peripezie con scissioni e conflitti personali fino ad arrivare alla figura di Matteo Renzi.

…completato da Renzi

[…] Come Berlusconi ha preceduto Trump, in un certo modo Renzi anticipa Macron. Ancora il laboratorio italiano... I due sono blairisti, rifiutano la dicotomia destra/sinistra, portano avanti politiche liberiste ammantate da populismo di Stato. Peraltro condividono lo stesso autoritarismo e accentuano la personalizzazione della vita pubblica. Si rivolgono prioritariamente alle stesse categorie sociali (i “vincitori” della mondializzazione). Le loro politiche economiche e sociali sono molto simili in materia di deregulation e flessibilità del lavoro. Anche se i contesti sono differenti è Renzi ad aver aperto la strada. Il segretario del Pd ha compiuto una svolta nella storia del centrosinistra.
In questa dinamica, al di là di artifici oratori, la denominazione “sinistra” non ha più luogo d’essere. La conversione al social-liberismo è compiuta e la struttura del partito è completata: i social network prendono il posto del radicamento territoriale. Sin dall’inizio Renzi ha rivoltato da cima a fondo il Pd e non ha mai nascosto il suo desiderio di sbarazzarsi dei vecchi quadri di derivazione Pci (Bersani, D’Alema). Questo però non gli ha impedito di raccogliere un largo consenso elettorale [almeno fino alle elezioni del 2018, ndt] nelle ex regioni “rosse”. E questo sia perché si tratta di regioni a tradizione riformista e più sensibili a una certa “modernità”, di cui Renzi si vanta, sia perché per un elettorato anziano il “partito” è sempre l’erede del vecchio Pci. Paradossalmente è proprio a causa di questa legittimità storica, sacrale (che non corrisponde evidentemente ad alcuna realtà) che Renzi ha finora ottenuto un sostegno imprevisto.

La componente personale
Ma il percorso non è privo di insidie. Dalla sconfitta al referendum nel dicembre 2016, Renzi è in una situazione delicata […]. La sua personalità suscita molti interrogativi, in particolare sulla sua capacità di aggregare, anche tra coloro che l’hanno sostenuto.
Il politologo Roberto D’Alimonte, che è stato uno dei suoi consiglieri più ascoltati in materia elettorale, ne conviene: «Si è costruito un’immagine di rissoso permanente. Ha voluto essere un uomo di rottura con una brutalità precisa. È stato respinto o evitato dai circoli (padronali o mediatici) che sono pur sempre vicini alle sue posizioni e che anche io definisco social-liberali. Vuole fare un “new Pd”, come Blair ha voluto fare il “new Labour”… ma Renzi lavora da solo. Non ama il gioco di squadra. Chiama degli esperti (dei quali ho fatto parte) ma non sa costruire una rete di collaboratori».
Michele Magno, specialista delle questioni sociali e del lavoro, che è stato renziano convinto, per parte sua ritiene che «se prendiamo in considerazione i risultati elettorali dal 1991, il centrosinistra italiano è il solo in Europa che ha resistito all’erosione, anche se oggi il Pd conosce delle difficoltà». Ma per Magno il problema del Pd e di Renzi è che «lo zoccolo duro del partito che rappresenta tra il 20 e il 25% dell’elettorato italiano, è costituito dalle fasce più agiate e colte e ha perduto il contatto e il sostegno degli strati più deboli, i più popolari e soprattutto i giovani. Non riesce a parlare a tutta la società italiana. Manca di un progetto politico capace di ricreare delle alleanze sociali. L’epicentro della società italiana resta il lavoro salariato – 2/3 di coloro che hanno un impiego sono ancora tutti salariati – e Renzi non comprende questa centralità. Alle elezioni europee del 2014 ha raggiunto il risultato record del 41% ma con una grande astensione e andando a prendere voti di elettori del centrodestra, in particolare di Forza Italia. E oggi questi elettori sono tornati alla famiglia d’origine».
Le incertezze elettorali caratterizzano la fase. L’uscita di scena di Berlusconi aveva fluidificato l’elettorato di destra. Marco Damilano, direttore de L’Espresso, ricorda che nel 2013, mentre Renzi si impadroniva del Pd, «l’Italia ha vissuto in una sorta di incubatore politico dove si ritrovano elementi che anticipano anch’essi Macron: la tecnocrazia con il partito dei “moderati” di Mario Monti che privilegia le competenze; la “rottamazione” di Renzi che nel corso di uno dei suoi primi discorsi dice “non sono che un giovane che non ha niente a che fare con gli altri: votate per me, non sono certo io il responsabile dei disastri del passato”. E infine, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo che si costruisce sull’antipolitica».

Un movimento populista trasversale
Qui entrano in gioco i Cinque Stelle che sono un fattore determinante per comprendere la gravità della crisi della sinistra italiana. Movimento populista che rifiuta la distinzione sinistra/destra, incline alla democrazia diretta e partecipativa (principalmente tramite Internet) così come al divieto al cumulo di mandati e al finanziamento pubblico ai partiti, il M5S combina un programma ecologista con una visione economica liberale. Rivendica un “reddito di cittadinanza”, simile alla francese “allocation universelle”, e persegue una riduzione drastica dei servizi pubblici. Rivendica il suo carattere antipolitico e si distingue per posizioni “anti-immigrati” vicine alla destra. Si oppone infatti allo ius soli. Conduce inoltre delle campagne antisindacali piuttosto veementi […]. Il M5S è un movimento populista e antisistema di massa che ha conosciuto un successo folgorante. «Il successo si spiega con un messaggio che riconduce qualsiasi responsabilità di quanto accade nella società italiana a “l’altro” (l’immigrato, il politico, il sindacalista, etc.), dice Gotor. “È colpa loro, non nostra”. Coltiva dei valori prepolitici: l’indignazione e il rancore». «Il M5S si indigna, ma ignora il concetto di solidarietà. Allo stesso tempo è divenuto egemone su una parte importante della media borghesia che votava a sinistra», aggiunge Salvatore Cannavò. «Chi sta male non vota più a sinistra ma affida la propria rabbia a Beppe Grillo», conclude Marco Damilano toccando un punto essenziale. L’impotenza velleitaria di una sinistra dedita alla guerra tribale ha creato un vuoto che il M5S si è affrettato a occupare.

Confusione a sinistra
Alla sinistra del Pd, che ha conosciuto diverse scissioni nell’ultimo anno, il panorama è affollato e poco leggibile. Forti del loro successo, i promotori dei “comitati per il No” al referendum del 4 dicembre, Anna Falcone e Tomaso Montanari, hanno tentato invano di unificare le forze per formare un’alleanza alternativa al Pd. Tre formazioni, invece, [Mdp-Articolo 1, Possibile e Sinistra italiana, ndt] hanno deciso di lanciare la coalizione Liberi e Uguali con a capo l’ex magistrato e presidente del Senato, Pietro Grasso […] L’obiettivo di questo raggruppamento è costruire un “vero” centrosinistra. Ma Liberi e Uguali non vede la presenza di Rifondazione comunista e dei movimenti sociali che hanno formato un’altra lista, Potere al popolo.
Al di là dell’aspetto “bricolage” degli apparati, Liberi e Uguali rischia di non essere affatto attrattivo dato che non si è costruito su basi concrete e la sua strategia politica resta fluida. Sinistra italiana vuole provare a rifondare la sinistra ma, per gli ex Pd, l’obiettivo è più orientato a ricostruire un centrosinistra senza Renzi che a tentare di costruire una vera alternativa politica a sinistra con il conseguente necessario lavoro a medio lungo termine.
Il senatore di Mdp, Miguel Gotor, su questo è chiaro: «In Italia la sinistra non ha governato che in due tipi di configurazione: il centrosinistra negli anni Sessanta, socialisti e Dc, e in seguito con i due governi ulivisti di Prodi oppure con grandi coalizioni (Monti, ma anche la stagione del compromesso storico di Berlinguer). Il “frontismo” non ha mai pagato. La sinistra rappresenta al massimo un terzo dell’elettorato e il sistema elettorale italiano non le permette di accedere da sola al potere. Dobbiamo costruire una forza di sinistra ma che abbia per orizzonte il centrosinistra, altrimenti, aggiunge Gotor, siamo condannati alla testimonianza».
Eterno dibattito che non può essere schivato, ma il punto è che in Italia, come altrove, il centrosinistra ha finito per fare la politica del centrodestra. Guido Liguori la riassume alla sua maniera: «La sinistra continua a essere ostaggio di un dilemma: costruire un gruppo autonomo alternativo al Pd o ricostruire un’alleanza con questo. L’abbiamo già sperimentato con i risultati che sappiamo».
La campagna elettorale sarà difficile e senza esiti certi. Tanto più che nel contesto “tripolare”, la legge elettorale rischia di non fornire alcun vincitore, il che approfondirà la crisi politica. E non sarà dal prossimo scontro elettorale che uscirà una sinistra credibile e coerente, quella che potrebbe rispondere alle delusioni delle esperienze di governo, all’abbandono della politica sul territorio, alla paralisi ideologica e alla sottomissione al social-liberismo. «Il Pci è nato dopo la costruzione delle case del popolo. È da lì che occorre ripartire» spiega Salvatore Cannavò che propone un “mutualismo conflittuale” costituito da esperienze esemplari sul territorio. «Occorre ricordarsi delle “casematte” di cui parlava Antonio Gramsci, è ciò di cui occorre impadronirsi». Il progetto è senza dubbio utopico, ma la sinistra italiana non ha molte scelte. La sua salute, la sua rinascita, non verrà dalle prossime elezioni che saranno il terreno di scontro della destra, dei Cinque stelle e del Pd di Renzi. Tutto è da reinventare. Da capo. Dal principio. E la strada sarà lunga.

Un grazie per il loro aiuto e i loro consigli a Marcelle Padovani, Luciana Castellina, Matia Gambilonghi ed Enzo Traverso.

*Fonte articolo: Rivista "Politique" (rivista belga di analisi e dibattito) n. 103, marzo 2018: http://www.revuepolitique.be/italie-disparition-dune-gauche-modele/
Traduzione di Salvatore Cannavò.

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