Nota quotidiana

Il successo dell'orgoglio indipendente

Book Pride, il primo festival organizzato direttamente dagli editori indipendenti a Milano, è stato un successo oltre le più ottimistiche previsioni. Pubblichiamo il comunicato dell'associazione Odei e il commento di Giuseppe Genna dopo l'iniziativa di chiusura dedicata agli "Oggetti narrativi non identificati" [nella foto].

Book Pride, la prima fiera "naturalmente indipendente" organizzata a Milano dall'Associazione Odei - di cui come Alegre siamo tra i fondatori - è stato un successo oltre le più ottimistiche previsioni. Un successo che insegna come la cooperazione tra editori indipendenti sia il vero mezzo per reagire alla concentrazione editoriale e alla conseguente omologazione della produzione culturale. E che mostra come una fiera più piccola ma più caratterizzata, interamente dedicata ai libri, e con un programma costruito insieme dagli editori facendo discutere tra loro i propri autori, si riveli non inferiore nemmeno commercialmente a quelle organizzate con i grandi gruppi editoriali.
Di seguito pubblichiamo il comunicato dell'associazione, con i dati della fiera, e l'entusiasta commento sul suo blog (http://www.giugenna.com/) di Giuseppe Genna che - insieme a Wu Ming 1, Luciana Castellina e Maria Pace Ottieri - ha partecipato domenica all'evento di chiusura di Book Pride dedicato agli "oggetti narrativi non identificati", che ha visto la partecipazione di quasi 250 persone.

Comunicato di Odei - Associazione degli editoi indipendenti

124 marchi editoriali rappresentati, 66 incontri in tre giorni, più di 1.000 tweet con l’hashtag #bookpride, 20.000 presenze e circa 20.000 libri venduti: un bilancio positivo e un afflusso di pubblico superiore alle migliori aspettative per Book Pride, la prima fiera nazionale dell’editoria indipendente che si è svolta dal 27 al 29 marzo ai Frigoriferi Milanesi su iniziativa di Odei – Osservatorio degli editori indipendenti e con il supporto organizzativo e amministrativo di Doc(k)s – Strategie di indipendenza culturale.

Giorgio Agamben, Luisa Muraro, Jonathan Nossiter, Marco Aime, Nanni Balestrini, Luciana Castellina, Wu Ming, sono solo alcuni degli ospiti che si sono alternati nei vari dibattiti, atelier professionali, presentazioni che hanno accompagnato la Fiera e che per la maggior parte hanno registrato il tutto esaurito.

Nata con lo scopo di promuovere una produzione culturale non omologata, Book Pride ha intercettato un pubblico colto e preparato, alla ricerca di proposte non standardizzate e di titoli che normalmente non trovano spazio nella grande distribuzione e nelle librerie di catena. Grande la risposta da parte di giovani e studenti, che hanno affollato i corridoi della Fiera. Tra le chiavi del successo la possibilità di parlare direttamente con gli editori, in massima parte presenti di persona agli stand.

Con Book Pride, prima iniziativa di questo genere riuscita a Milano, dopo anni e svariati tentativi, gli editori indipendenti, che insieme costituiscono oltre il 30% del fatturato nazionale, hanno coraggiosamente lanciato la loro sfida proprio nel capoluogo lombardo, principale bacino di vendite per l’editoria libraria e sede delle grandi concentrazioni editoriali, vincendo la loro scommessa e confermando l’appuntamento al prossimo anno.

Non solo una Fiera, Book Pride vuole essere un progetto di ampio respiro che unisce editori e operatori culturali indipendenti in una rete di cooperazione, alla ricerca di nuovi strumenti per promuovere la lettura e difendere il pluralismo culturale.

Il commento di Giuseppe Genna sul suo blog dopo l'iniziativa di chiusura di Book Pride "Oggetti narrativi non identificati"

Wu Ming 1, Luciana Castellina e Maria Pace Ottieri insieme al sottoscritto e a Giulio Calella delle Edizioni Alegre, all'incontro affollatissimo che ciudeva Book Pride 2015, ieri sera. Si è parlato di oggetti narrativi non identificati. Grazie a un serratissimo e sintetico e molto intenso intervento iniziale di Wu Ming 1, per la prima volta nella mia trascurabile vicenda esistenziale e intellettuale mi è parso di partecipare a un incontro fuori finalmente dal Novecento.
Sono due gli spunti riflessivi che Roberto Bui (ovvero appunto Wu Ming 1) ha lanciato in modo dolcemente tassativo:
1) la dimensione planetaria di un canto epico diffuso, che consiste nello spostamento del canone narrativo precedente, il quale si allarga per accogliere narrazioni molto aperte, inclusive di molteplici elementi cognitivi e poetici e linguistici capaci di allargare la delega di responsabilità che è la cifra fondamentale della scrittura in questo tempo che viviamo;
2) la necessità di mappare, teoricamente e fenomenologicamente, questa baraonda al tempo stesso artistica e politica e, soprattutto, realmente globale.
Gli impliciti di queste riflessioni sono molteplici e, a mio avviso, tutti fondamentali per giocare nel presente il proprio ruolo di umani tra umani: dalla trasformazione radicale dell'idea di canone (qualunque canone, a principiare da quello storico, dipende dalla percezione e la percezione ha subìto un salto di quantità e qualità negli ultimi anni) all'allargamento con cui la poesia stessa entra in osmosi con la molteplicità delle possibili forme.
Quanto al sottoscritto, mi sono limitato a un apparentemente criptico intervento di liberazione personale, enunciando la frescura in cui respiro in questi anni, potendo lavorare all'opera che interessa me e spero interessi chi legge, di cui mi interessa davvero in quanto non mi interessa di critici opinionisti giornalisti e operatori avanspettacolari. Questo movimento interno alla scrittura, che sono convinto coincida con una torsione politica della stessa, in grado di riverberare in ogni presente umano (nel senso dell'umanismo e dell'umanesimo) è sintetizzata da una citazione da "Petrolio" di Pasolini, che ho posto a inizio di un mio libro, "Italia De Profundis", e che dice:
«Nel progettare e nel cominciare a scrivere il mio romanzo, io in effetti ho attuato qualcos’altro che progettare e scrivere il mio romanzo: io ho cioè organizzato in me il senso o la funzione della realtà; e una volta che ho organizzato il senso e la funzione della realtà, io ho cercato di impadronirmi della realtà. […] Nello stesso tempo in cui progettavo e scrivevo il mio romanzo, cioè ricercavo il senso della realtà e ne prendevo possesso, proprio nell’atto creativo che tutto questo implicava, io desideravo anche di liberarmi di me stesso, cioè di morire.»

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