Nota quotidiana

Il programma di Grillo

Antonio Moscato

Chi lo contesta non lo fa per quello che ha scritto. Si veda il libro con Dario Fo: un programma progressista, spesso anticapitalista, con cui confrontarsi

Articolo integrale su www.antoniomoscato.alterivsta.org

È forte in questi giorni la tentazione di non acquistare più quotidiani e di lasciare spenta la TV, per tentare di sfuggire agli insopportabili interventi che ribadiscono da ogni punto di vista l’inadeguatezza di Grillo e del suo movimento. Ma è inutile, di argomenti simili è comunque piena la rete, e c’è sempre qualcuno che mi manda il link di qualche severa stroncatura. Non ho votato il M5S, ma a volte mi pento di non averlo fatto, tanto è il disgusto per chi continua a pontificare e a far previsioni catastrofiche sulle conseguenze del suo successo, dopo aver collaborato alla bancarotta elettorale di quel poco che restava di sinistra.

Ma vorrei raccomandare a tutti quelli che mi hanno inviato critiche per la mia presunta indulgenza per questo movimento, e la mia incapacità di prevedere i danni che potrà fare, di fare una cosa semplicissima: smettere di parlarne basandosi solo sugli articoli giornalistici o sugli interventi di frequentatori del blog di Grillo (ne ho trovati di orribili anch’io), ma di basarsi sulle cose scritte da lui stesso. In particolare consiglio il recentissimo libro che Beppe Grillo ha scritto in collaborazione con Gianroberto Casaleggio e Dario Fo, Il grillo canta sempre al tramonto (Chiarelettere, Milano, febbraio 2013). Un libro gradevolissimo, in cui si sente l’impostazione e la “regia” di Dario Fo, e che è concepito come un viaggio nella Grecia classica che si conclude con un discorso di Pericle sulla democrazia ad Atene, ma che affronta strada facendo parecchi nodi del programma del M5S senza nascondere differenze di accentuazioni tra i tre.

Naturalmente chi vuole potrà farne a meno e continuare a immaginare che siano tutte finzioni, e che il programma vero sia quello del nazismo. Le organizzazioni sioniste potranno ribadire che Grillo è antisemita perché dichiara che il governo di Israele è un pericolo per la pace nel mondo (come penso anch’io), e invita sul blog Moni Ovadia... I saccenti residui del naufragio della sinistra sedicente “radicale” correggeranno questa o quella formulazione, ma almeno dovrebbero smettere di citare frasi non dette e basarsi su quelle stampate appunto a “chiare lettere”.

Non sarà come la formulerei io, ma più volte ritorna la rivendicazione di un programma anticapitalista, non solo antiliberista. Qualcuno obietterà che è troppo terra terra, ma la proposta di Grillo di ricostruire una Banca di Stato che invece di investire in derivati aiuti la piccola impresa non mi sembra “di destra”. Forse sarà imprecisa: non si parla di nazionalizzazione: ma come fare altrimenti se attualmente la Banca d’Italia è di proprietà delle grandi banche MPS, Unicredit, ecc.? E lo stesso Casaleggio denuncia lo smantellamento di tante aziende capitaliste, dall’Olivetti alla Telecom e la politica di dismissioni della FIAT.

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Qualche proposta potrà essere forse un po’ fantasiosa (però sempre nella direzione giusta), ma comunque si affrontano molti dei nodi che sono venuti al pettine: ad esempio l’Ilva, per cui propone di far pagare il risanamento ai Riva, partendo da un’inchiesta sui loro profitti precedenti, ed estendola anche all’attuale presidente Ferrante Non c’è scritto esplicitamente “nazionalizzazione” (o “esproprio”), ma ricordo che solo noi di Sinistra critica l’abbiamo formulata chiaramente, mentre perfino la Fiom l’ha sfiorata solo come ipotesi temporanea, ma non l’ha avanzata come rivendicazione (vedi Nazionalizzazioni). La terminologia è vaga e spesso imprecisa: ad esempio Casaleggio scrive: “A me sembra che tutti i problemi di cui stiamo parlando, cioè la legge che non viene applicata, gli operai che muoiono, il lavoro come ricatto, la riduzione in schiavitù delle persone, alla fine siano riconducibili tutti alla questione del denaro, che ha preso il sopravvento su qualunque aspetto della nostra vita”. Una formulazione che sfugge alla più precisa definizione di capitalismo, certo. Se fossimo all’inizio dell’Ottocento questa denuncia, che prosegue spiegando che “l’accumulo di denaro non va d’accordo con la democrazia” e che “chi concentra molto denaro può […] piegare la politica e quindi la gestione della cosa pubblica ai suoi interessi”, sarebbe sufficiente. Ma siamo nel 2013. Non basta dire che “finché il denaro rimarrà concentrato nelle mani di poche persone e le banche disporranno del potere attuale, la democrazia rimarrà un puro esercizio retorico, una caricatura di sé stessa”. Bene, ma ci rendiamo conto che perfino questa modesta denuncia era sparita o marginalizzata al massimo dal discorso del PCI e dei suoi eredi? Ed è questo che ha lasciato spazio a questi discorsi pur vaghi, e poteva lasciarlo alla demagogia di destra.

Ma in altri punti, lo stesso Casaleggio a dire che “è la remunerazione selvaggia del capitale che sta mandando tutto a puttane, il supercapitalismo”. Io direi che è il normale funzionamento del capitalismo. Ma ci ricordiamo che negli ultimi venti anni non si parlava più di capitalismo, ma solo di imprecisati “mercati”? Comunque, dopo che Casaleggio ha aggiunto che “Marchionne va dove vuole per remunerare il capitale” e il capitale “ormai vince sulla democrazia che sembra essere solo un intralcio”, Grillo conclude: “Sì, ma allora rileggiamo Marx. Aveva già detto tutto Marx”. In un’altra pagina lo stesso Grillo ha mitizzato la cogestione alla Volkswagen, che non è tanto invidiabile e che con Marx c’entra poco…

Più semplice e concreto il secco rifiuto di Tav e grandi opere. Naturalmente si può giustamente criticare che nella presentazione della lotta dei No Tav, come di quelle contro il nucleare, o per l’acqua, o contro il pagamento del debito, la ricostruzione di Grillo tenda ad occultare gli altri protagonisti e ad accreditare al suo movimento tutto il merito, ma rimane il fatto che indubbiamente il M5S queste lotte le ha sostenute davvero e da tempo, mentre tutti i governi con l’appoggio del PD le hanno criminalizzate e combattute con la militarizzazione del territorio.

Una cosa è criticare le insufficienze del programma, o la formulazione troppo vaga di alcuni punti, che preoccupa non per gusto di precisione, ma per timore di una mancata attuazione, altra è presentare come di destra il movimento, o ricondurlo addirittura al primo fascismo, come si fa spesso in settori della sinistra frustrata.

Tra l’altro c’è una forte denuncia del sistema carcerario, su cui www.beppegrillo.it aveva già nel 2010 pubblicato da Rizzoli un libro denuncia di Samanta di Persio, La pena di morte italiana. E anche sull’immigrazione c’è appena un residuo (attenuato) delle gravi esternazioni fatte nel momento più acuto di crisi della Lega, di cui Grillo pensava di approfittare, e poi sparite durante la campagna elettorale: c’è infatti la proposta di finanziare le energie rinnovabili in Marocco per crearvi occupazione e ridurre il fabbisogno di importazioni di petrolio. Ma c’è al tempo stesso la denuncia delle condizioni orribili riscontrate in alcuni centri di identificazione ed espulsione. E tante altre cose, alla rinfusa: riconversioni, denuncia dello sfruttamento delle risorse dell’Artico, apologia del microcredito del premio Nobel Muhammad Yunus, o di un san Francesco rivisitato da Fo.

Riassumendo: questo programma è sufficientemente vago per consentire di ridimensionarlo, se il M5S dovrà e vorrà arrivare ad accordi parziali con altre forze, per evitare di assumersi la responsabilità di elezioni troppo ravvicinate, ma non è un programma di destra.

Altra cosa che la destra tenti di infiltrarsi come ha sempre fatto, tanto più facilmente quanto più vago è il programma. Probabilmente in gruppi parlamentari così grandi, in cui ci sono persone quasi sconosciute agli stessi “garanti” e che possono quindi riservare delle sorprese, ci sono culture di provenienza diverse, comprese quelle apertamente di destra come quella manifestata rozzamente dalla prima capogruppo alla camera Roberta Lombardi. Ma ci sono anche candidati con storie concrete di solidarietà col terzo mondo, o accentuazioni di sinistra nelle dichiarazioni di presentazione, e ce ne sono moltissimi senza le più modeste conoscenze politiche: sarà un bel problema la discussione interna, e certo a breve scadenza serviranno a poco i corsi accelerati e intensivi di diritto costituzionale, o di economia.

Se si vuole influire sulla maturazione e crescita politica di questo movimento, che non ha alla sua sinistra nessun partito in grado di tentare una tattica di Fronte Unico, e che vede solo chi pensa a uno “scouting” non molto diverso dalle compravendite di Scilipoti e De Gregorio, bisogna che la sinistra extra parlamentare la smetta di presentarsi saccentemente col lapis rosso e blu (o peggio con l’allarme nei confronti dei “nuovi fascisti”), e apra una discussione fraterna con quelli che hanno occupato lo spazio lasciato vuoto dalla viltà della sinistra.

Oggi è più difficile, ma non è impossibile, e non vuol dire affatto “entrare” nel M5S, ma sollecitarlo a confrontarsi con gli elettori sul territorio. Senza presunzione. Ricordiamoci sempre cosa aveva detto al manifesto Alberto Perino, leader storico della No Tav: “Nel 2006 avevamo appoggiato la sinistra che diceva no all'opera. Poi, dopo quello che ha fatto il governo Prodi, abbiamo smesso. A Paolo Ferrero ho detto che se avessero fatto cadere l'esecutivo sul rifinanziamento delle missioni all'estero o sul Tav a quest'ora avrebbero il 20%”.

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