Rassegna dal web

Il Primo maggio, la razza, i "clandestini"

Wu Ming da Internazionale

«L’immagine di un paese dove il lavoro e la razza sono strettamente collegati. Perché le razze non esistono, ma l’organizzazione del lavoro finisce per riprodurle e per imporre gerarchie lungo la linea del colore.»

Se dovessi scegliere un’immagine per illustrare il primo maggio 2013, inserirei in un motore di ricerca le parole Cie, Bologna, Cgil.

La Camera del lavoro del capoluogo emiliano chiede da tempo la chiusura del Centro di identificazione ed espulsione di Bologna per via della vergognosa condizione dei migranti reclusi, per l’inadeguatezza di chi gestisce la struttura, per le retribuzioni non corrisposte agli operatori. Questi ultimi non ricevono la busta paga da gennaio – quando la prefettura versò loro gli stipendi arretrati al posto del Consorzio Oasi. Inoltre, da metà marzo, sono tutti in cassa integrazione perché la struttura (ormai fatiscente) è chiusa per lavori in corso.

Dietro le sbarre, intanto, i cosiddetti “ospiti” – colpevoli soltanto di essere migranti irregolari – protestano, si cuciono le labbra, chiedono visite mediche, interpreti, vestiti e lenzuola pulite, carta igienica, assorbenti, sigarette, cibo, avvocati.

Una situazione che molti avevano previsto, dato che a ottobre dell’anno scorso l’appalto per la gestione venne assegnato con un bando al massimo ribasso. Il Consorzio Oasi di Siracusa si aggiudicò la gara grazie a una richiesta di soli 28 euro per ogni migrante, contro i 70 della precedente amministrazione, quella della Confraternita della Misericordia di Daniele Giovanardi (gemello dell’ex ministro).

A noi pare che la situazione attuale fosse prevedibile non tanto per via della gara al ribasso, ma piuttosto perché le condizioni dei migranti, in queste strutture di concentramento, non sono mai state umane, nemmeno quando le rette erano più alte. Chi lavora nel terzo settore sa benissimo che i costi pro capite di un progetto non determinano sempre la qualità del progetto stesso, ma spesso permettono a chi lo gestisce di fare cassa. Lo stesso Giovanardi, in un’intervista a Report di nove anni fa dichiarò:

Io spero che questa attività alla fine porti un utile da reinvestire. Per esempio noi non abbiamo una sede e questi soldini da qualche parte bisogna trovarli! La storia del Cpt alla fine ci porta un utile, per cui la prossima ambulanza sarà pagata in parte dal Cpt. A me questa sembra una cosa bellissima…

La vera novità, quindi, è che questi centri non sono più redditizi, non muovono denaro, e la crisi economica fa sì che diventino un incubo non soltanto per i reclusi, ma anche per gli operatori. Costringendo i sindacati (oltre alla Cgil, ora anche Cisl e Siulp) a chiederne la chiusura.

Ma l’immagine che vorrei consegnare a questo primo maggio contiene anche un’altra contraddizione evidente: quella di stranieri che non hanno un regolare contratto di lavoro in Italia, quindi vengono reclusi come clandestini, in strutture gestite da società che violano i contratti e non pagano i dipendenti. Come dire – con una sola immagine – che la regolarità lavorativa richiesta ai migranti è il rovescio assurdo di quella “flessibilità” che invece viene imposta ai lavoratori autoctoni.

L’immagine di un paese dove il lavoro e la razza sono strettamente collegati. Perché le razze non esistono, ma l’organizzazione del lavoro finisce per riprodurle e per imporre gerarchie lungo la linea del colore.

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