Nota quotidiana

Il mutualismo tra subalternità e autonomia

Fabio Ciabatti (da Carmilla On Line)*

Pubblichiamo la recensione di Fabio Ciabatti del volume di Salvatore Cannavò, Mutualismo. Ritorno al Futuro per la Sinistra uscito ad aprile scorso.

È finito un periodo storico, il movimento operaio conosciuto nel Novecento non esiste più, i suoi strumenti fondamentali, il partito, il sindacato, le cooperative ecc. si sono trasformati in qualcosa di diverso rispetto alle loro origini. Le varie figure lavorative non si rapportano più tra di loro. Il moderno proletariato forma la consapevolezza di sé tramite flussi di coscienza molto complessi, sul posto di lavoro, fuori da esso, sulla rete. La precarietà si è stabilizzata entrando in conflitto con l’accresciuto grado di conoscenza dei lavoratori e lavoratrici, creando una classe più mutevole e dinamica.
Se questo è lo scenario da cui parte Salvatore Cannavò nel suo libro intitolato Mutualismo, la domanda sorge spontanea: come ricostruire “un soggetto che nella sua necessaria, e salutare, pluralità, sia dotato di una qualche unità di intenti e organizzativa”?[1] Per dare una risposta politica alla dispersione e alla frantumazione, secondo l’autore, occorre tornare alle origini, ricominciare dal mutualismo degli albori del movimento operaio. In altri termini, la tesi centrale del libro è che il politico, per “‘farsi’ veramente, deve inverarsi in una dimensione sociale”.[2] Di conseguenza, il politico oggi non può che essere un processo di socializzazione, nelle lotte e nelle idee, dei vari rivoli di cui si compone il moderno proletariato, un processo di riconoscimento reciproco tra idee di alternativa e bisogni elementari, tra teoria e prassi. “Al tempo della ‘precarietà permanente’ occorre iniettare nel sistema sociale dosi di ‘stabilità’, garanzia, supporto e assistenza”.[3]
L’argomentazione è, in linea generale, condivisibile. Ogni ritorno alle origini, però, contiene in sé un rischio, quello di leggere la storia che si è svolta tra l’inizio da recuperare e la propria contemporaneità come una sorta di parentesi, frutto del caso, dell’irrazionalità se non addirittura dell’inganno. Negare o semplicemente trascurare le ragioni e le cause dei processi storici può condurre a ripetere inconsapevolmente quella stessa storia. Una riflessione articolata sul piano politico e storico come quella di Cannavò è dunque la benvenuta in una fase in cui il mutualismo torna ad essere un tema centrale nell’agenda politica, anche perché è diventato uno dei punti programmatici qualificanti di una forza come Potere al Popolo. Nelle note che seguono vorrei sottolineare, a partire dalla lettura del testo di Cannavò, alcuni nodi critici che dovrebbero essere affrontati affinché il mutualismo non si concretizzi in una prassi incapace di partecipare a una prospettiva di trasformazione radicale limitandosi alla ricerca, peraltro sacrosanta, di risposte a esigenze materiali immediate.

L’autore offre molti spunti per mettere a fuoco la questione appena richiamata. L’epoca del mutualismo non è descritta come una perduta età dell’oro. Essa nasce all’insegna dell’ambivalenza: le classi dominanti, di fronte alla questione operaia che nasce con lo sviluppo industriale, non possono rispondere con la sola repressione e effettuano così un’apertura di credito nei confronti del mutualismo, visto come un lenitivo delle sofferenze del popolo, come un welfare affidato agli operai stessi senza alcun costo per i padroni. Nonostante la presenza di forze, anche interne alle classi popolari, che volevano limitare il mutualismo ad una prassi assistenzialista e apolitica, gli operai riescono ad affermare la loro forza facendo del mutualismo, coniugato a forme di resistenza, uno strumento per affermare una concezione del tutto inedita della solidarietà di classe.
Il punto più problematico segnalato da Cannavò è però un altro. La crescita delle lotte operaie, la loro forza e intensità si traduce, in un tempo tutto sommato breve, in significativi successi elettorali che, insieme all’espansione economica di fine Ottocento/inizio Novecento, comportano una progressiva democratizzazione degli Stati e la convinzione di poter codificare nelle istituzioni borghesi importanti diritti sociali. L’esito, sostiene l’autore, è contraddittorio perché l’introduzione dei primi diritti sociali nello Stato costituisce certamente un progresso assai rilevante, ma induce il movimento operaio a dirigersi verso la “conquista dello Stato”, tramite l’azione parlamentare, e ad abbandonare o marginalizzare la prassi mutualistica. In sintesi potremmo dire che il mutualismo del movimento operaio diventa vittima del suo stesso successo: lo Stato borghese incamera le sue istanze ed è in grado di soddisfarle in modo più efficace potendo sfruttare l’efficienza derivante da significative economie di scala.
Se questo è vero, risulta davvero difficile assumere il mutualismo come orizzonte strategico senza fare delle assunzioni forti sull’attuale fase dell’accumulazione capitalistica. Senza cioè sostenere che essa è incapace, strutturalmente, di creare integrazione socio-economica per una fetta crescente di popolazione lavoratrice; che non è possibile mettere in piedi un nuovo patto sociale con una frazione più o meno illuminata dell’élite politico economica tramite iniezioni di politiche keynesiane (genericamente intese); che gli anni d’oro dello stato sociale non torneranno.

Ciò a sua volta comporta la necessità di sottrarsi a un ruolo meramente sussidiario nei confronti di uno Stato sociale in via di progressivo smantellamento. Questo è un rischio che Cannavò segnala con forza e rispetto al quale propone, potremmo dire, un contro-movimento complementare a quello dell’inveramento sociale della politica: la politicizzazione dell’intervento sociale. Il mutualismo, in altri termini, non può prescindere da un programma rivendicativo generale in grado di collegare la solidarietà pratica finalizzata all’obiettivo immediato con una politica di resistenza e di contrapposizione alla borghesia dominante. Quattro dovrebbero esserne i punti focali: salario minimo legale, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, reddito di base svincolato dalla cittadinanza, erogato incondizionatamente sulla base della residenza e, infine, una “carta dei diritti del mutualismo” che “garantisca la sopravvivenza e la prospettiva alle attività cooperative, autogestite, mutualistiche e solidali, che ne mappi i bisogni, ne valorizzi l’utilità sociale, ne riconosca il valore d’uso, anche sul piano giuridico”.[4]
Vale la pena sottolineare che questa carta dei diritti, se non vuole ridursi a un mero strumento di “sopravvivenza”, dovrebbe alludere a una prospettiva di lungo periodo che preveda la trasformazione in profondità delle istituzioni pubbliche nel senso di una rottura con il “potere statale centralizzato, con i suoi organi … prodotti secondo il piano di divisione del lavoro sistematica e gerarchica”.[5] Una fuga in avanti? Forse. Di certo alcuni nodi non da poco andrebbero sciolti con una certa urgenza. Per esempio, come si può rapportare la prassi mutualistica con le legittime richieste di rinazionalizzazione di produzioni, servizi e infrastrutture essenziali? È possibile limitarsi a giustapporre le richieste di ampliamento dell’intervento statale alla prassi mutualistica senza che quest’ultima venga depotenziata, ridotta a mero espediente di corto respiro? Di fronte a questioni di tale natura sviluppare una prospettiva di trasformazione ad ampio spettro rappresenta una delle condizioni necessarie per tracciare una rotta politica in grado di evitare la Scilla di una statalizzazione che espropria le autonome capacità delle classi popolari e la Cariddi di una sussidiarietà che inscrive queste stesse capacità all’interno di una prassi subalterna all’assetto dominante.

Secondo l’autore, preservare la capacità di “fare da sé”, come prassi alternativa al “fare attraverso lo Stato”, non è un’opzione di tipo meramente ideologico, ma, nella fase attuale, la precondizione necessaria alla formazione di un processo di soggettivazione politica. Una soggettivazione che dovrebbe essere spesa nella costituzione di una autonomia in senso forte, recuperando una delle caratteristiche fondamentali del movimento operaio delle origini. Secondo Cannavò, infatti “Nel ‘migliorare’ le condizioni di vita, alleviare le sofferenze, e poi determinare un grado più avanzato di indipendenza di classe, il mutualismo gettava le premesse per una ‘società nella società’ che, sia pure non arrivando a sovvertire l’ordine esistente, garantiva però l’alterità tra le strutture amministrative dello Stato, tra la burocrazia compresa quella di partito e di sindacato, e la concreta realtà operaia”.[6]
Ci troviamo qui di fronte ad un altro punto delicato. In realtà si può sostenere che le premesse della “società nella società”, erano insite nella struttura sociale capitalistica, almeno finché essa non si costituì compiutamente come società di massa, erodendo la netta divisione tra società patrizia e cultura plebea ereditata della società precapitalistica. Le classi popolari nel modo di produzione capitalistico hanno mantenuto, fino ad un certo punto, una forte impronta comunitaria di derivazione contadina, e anche grazie a questo erano portatrici di una loro “economia morale”, vale a dire di una propria concezione fortemente radicata circa la legittimità e l’illegittimità dei modi in cui andava esercitata l’attività economica, circa gli obblighi delle classi dominanti nei confronti della società. La violazione di questi principi produceva un incentivo immediato e condiviso all’azione. Se, dunque, una comunità operaia separata era già in qualche misura data nelle modalità di riproduzione della classe stessa, si può sostenere che le attività mutualistiche andavano a ricucire, in certo modo spontaneamente, quegli strappi che la produzione capitalistica produceva nel tessuto comunitario operaio. In questa opera di rammendo, però, si finiva per cucire un abito nuovo, quello che avrebbe vestito la moderna classe operaia con il passaggio dalla difesa dell’antica autonomia artigiana, messa in crisi dalla produzione capitalistica, alle rivendicazioni salariali in senso proprio che la separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione dava per acquisita.[7]

Queste condizioni evidentemente non esistono più. Ma ciò non squalifica in partenza l’ipotesi di un nuovo mutualismo. Segnala piuttosto le difficoltà aggiuntive di cui si deve prendere atto. Oggi sembrerebbe necessario un surplus di soggettività e di capacità associativa, anche se i vecchi modelli organizzativi non sono utili alla bisogna, dato che sono gli stessi che hanno messo fuori gioco il vecchio mutualismo. Una forma istituzionale, statalizzata e gerarchica non sembra la più appropriata alla necessità di immergersi nell’attuale tessuto di relazioni e di codici popolari che può dar luogo a una rinnovata economia morale delle classi subalterne, base indispensabile su cui poggiare istanze rivendicative e prassi mutualistiche in grado di imporsi al senso comune. E tanto meno di entrare in relazione con le forme di rabbia, rifiuto, ribellione popolare, anche quando assumono la configurazione di moderni riot.[8]
Se questo è il contesto problematico che ci troviamo di fronte è opportuno il richiamo di Cannavò ad alcune istanze sorte nell’ambito del dibattito interno a Podemos. Una forma organizzativa non si può soltanto nutrire di un flusso che va dal sociale al politico ma deve dare luogo anche ad un movimento uguale e contrario. Questo doppio flusso deve essere in grado di costruire “istituti, sia pure parziali o provvisori, che parlino di un altro tipo di potere, di un’altra idea dell’agire in comune”. In breve, “Senza contropotere, lo Stato non viene ‘preso’ ma ti ‘prende’”.[9]

[1] Salvatore Cannavò, Mutualismo, Edizioni Alegre, 2018, p. 60.

[2] Ivi, p. 61.

[3] Ivi p. 62.

[4] Ivi, p. 65.

[5] Karl Marx, La guerra civile in Francia, Editori Riuniti, 1990, p. 31.

[6] Ivi, p. 91.

[7] Per quanto riguarda il concetto di “economia morale” il riferimento classico è Edward Palmer Thompson, Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, il Saggiatore, 1969. Sui temi trattati in questo paragrafo si veda anche Zygmunt Bauman, Memorie di classe, Einaudi, 1987.

[8] Per un’interessante applicazione della categoria di economia morale a un contesto contemporaneo cfr. Nique la Police, Londra sta chiamando. L’economia morale dei riot britannici, pubblicato su Senza Soste.it.

[9] Ivi, p. 117

* da Carmilla On Line

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