Cronache dalla crisi

Il monopoli degli affari milanesi

Piero Maestri

Un libro aiuta a capire l'intreccio di interessi, speculazioni e profitti che si accumulano su Expo2015. Un'impresa che accomuna centrosinistra e centrodestra

Milano è alla ricerca della sua identità - economica, sociale, culturale - persa ormai da molti anni e ancora indefinita. Ma cos'è l'identità per una metropoli? Dirigenti politici, urbanisti di potere, manager di banche e finanziarie, capitani (d'impresa) poco coraggiosi hanno cercato di spiegarcelo in questi anni: identità è il marchio (ovviamente loro direbbero brand) che permette ad una metropoli di restare al centro dei processi internazionali economici e finanziari, garantendo nuove fonti di profitto. Insomma, in poche parole, identità è il marchio che fa vendere. E per vendere meglio serve organizzare il marketing territoriale.
Ridotto alla sua sostanza più intima e evidente, Expo2015 è questo.

Ci è voluta una ricerca dell'Ocse per “suggerirlo” ai dirigenti politici e agli amministratori di questa metropoli impalpabile. In quella ricerca (commissionata – e ben pagata - dalla Provincia di Milano nel 2006), l’Ocse scriveva che “in generale, Milano deve produrre una nuova visione per il suo futuro. Tale visione dovrebbe riuscire a coinvolgere ed integrare gli attori principali della regione, ad esempio attraverso una strategia di branding che promuova Milano…”; e ancora che “un fattore essenziale per costruire tale strategia sono i “grandi progetti” (flagship projects)… altre città hanno compreso anche grazie a loro come rinnovarsi (come Torino con le Olimpiadi Invernali 2006 o Bilbao con il progetto culturale Guggenheim)”. E così via….

In occasione della scorsa MayDay è uscito il libro “Expopolis” (edizioni AgenziaX), curato da Roberto Maggioni (giornalista di Radio Popolare di Milano) e dal collettivo Off Topic, che già aveva prodotto l’omonimo “gioco” ispirato al Monopoli (http://www.inventati.org/expopolis/). Il libro ricostruisce il senso e il non-senso di questa ennesima opera inutile rappresentata da Expo2015, mettendone in luce in maniera semplice e approfondita obiettivi, costi, contraddizioni, conseguenze e probabile eredità per la metropoli del 2016 (“debito, cemento, precarietà”, come intitola un capitolo del libro e come proclamava il manifesto della MayDay 2013).
Il libro, appunto, non è solo un libro ma si accompagna al gioco – la cui icona è, come per il Monopoli, il capitalista/finanziere con cilindro e tigth che in questo caso scappa con la (nostra) cassa. Così Exopopolis si può leggere ma anche scaricare come gioco. Il risultato è comunque assicurato: capire meglio cosa rappresenta Expo2015.

Una volta scelte le pedine – che sono i protagonisti del gioco sulla nostra pelle (i “sei personaggi in cerca di affari”: immobiliaristi, confindustriali, dirigenti politici della Regione, banche e Cassa depositi prestiti, n’drangheta più il sindaco Pisapia…) si può partire.
La prima tappa è la ricostruzione del percorso che ha portato alla programmazione dell’evento, le decisioni politiche, gli interessi di finanza e imprese, le geometrie del potere che intorno e in vista di Expo si sono create e consolidate. Con una costante: sono cambiati i colori politici di alcune amministrazioni (la Provincia dal centrosinistra di Penati al centrodestra di Podestà, il Comune di Milano dalla destra della Moratti all’arancione di Pisapia e la Regione dal celeste di Formigoni al verde della Lega di Maroni) ma non è cambiato il ruolo (e l’intreccio tra loro) di imprese, banche, costruttori/immobiliaristi e potentati politico-economici (Fiera Milano, Lega Coop e Compagnia delle Opere in prima fila).
Rileggere le percentuali di partecipazione ai due luoghi fondamentali della “governance” di Expo è sempre istruttivo. Vediamo così che nella società Expo2015 SpA – titolare dell’evento – le quote sono di: governo 40%, Comune di Milano 20%, Regione Lombardia 20%, Provincia di Milano 10%, Camera di Commercio, industria, artigianato e agricoltura di Milano 10%. Per quanto riguarda invece Arexpo SpA – acquirente dei terreni da Fiera Milano e Cabassi – le quote sono invece di: Regione Lombardia 34,67%, Comune di Milano 34,67%, Provincia di Milano 2,00 %, Comune di Rho 1,00%, Ente Autonomo Fiera Internazionale di Milano 27,66%.
Da questi dati già si capisce l’intreccio tra pubblico e privato – con i primo a metterci i soldi e il secondo a raccogliere gli utili, oggi con gli appalti, domani con i crediti e le nuove opere da realizzare.

Intorno a Expo 2015 si costruisce la metropoli dei prossimi decenni, e i poteri che la governeranno. E questo - è reso molto bene dal libro – senza alcuna “visione” (con buona pace dell’Ocse) ma solamente con una riaffermazione del solito metodo di estrazione del valore: speculazione sui terreni, ruolo centrale di banche e finanza, valorizzazione economica del territorio e sua progressiva distruzione attraverso il consumo di suolo e la riduzione di spazi agricoli.
È la contraddizione apparente di un Expo che si presenta come “verde” e incentrato sull’agricoltura “di qualità” mentre trasforma terreni agricoli in cemento e asfalto, con nuove autostrade, centri commerciali e così via…
Expo2015 rappresenta in questo senso un piccolo esperimento di “shock terapy”, perché la sua realizzazione “giustifica” la realizzazione di opere “collegate” (anche se alcune di esse sono state ideate oltre 30 anni fa) e per garantire la realizzazione di tali opere serve una “governance di emergenza”. Il modello Bertolaso, in crisi nel resto del paese seppellito da scandali e inefficienze, si afferma ancora in questo accogliente territorio milanese.
È per questo che i curatori collegano questo evento al progetto di TAV in Val di Susa: per “l’impatto socioterritoriale” che avranno, sconvolgendo equilibri naturali e umani; per “l’ingresso di soggetti non convenzionali specie nella loro fase realizzativi, dai militari a protezione dei cantieri ai poteri di ordinanza della protezione civile”; per lo “stato di emergenzialità pianificata” (pag. 94).
Attraverso Expo2015 vengono sbloccati finanziamenti per centinaia di milioni, con l’intervento di Banca Intesa e Cassa depositi e prestiti a garantire che i profitti vadano nelle mani giuste.

La posta in gioco è la città stessa e la sua polis. Si modifica il territorio, si modificano le modalità di governo dello stesso. Insomma, grandi opere e grandi eventi sono “nuovi dispositivi di governo del territorio, quindi probabile terreno di scontro tra meccanismi di governance e conflittualità emergenti” (pag. 95).
Nell’epoca della finanziarizzazione e della speculazione il territorio diventa fonte di “estrazione di valore” e i poteri “pubblici” diventano lo strumento di sostegno e promozione di questo obiettivo per sostenere i profitti privati.
Expo2015 rappresenta una sintesi di questo meccanismo, il suo apogeo, ma è accompagnato da altri strumenti come i Piani di governo del territorio (Pgt), la programmazione di opere collegate ecc…
E in questo quadro non sono secondari i “soliti” meccanismi di scambio politico, del conflitto di interessi, dell’ingresso delle varie mafie negli appalti e nella realizzazione delle opere: anche in questo caso l’ipocrisia inefficace delle “white list” rappresenta una solenne presa in giro, visto che non ferma in alcun modo l’infiltrazione di società legate alla n’drangheta negli appalti e subappalti).
Tutti questi aspetti sono anch’essi ben delineati nel libro, che non vuole in nessun modo soffermarsi sugli “scandali”, come fossero un corpo estraneo in un “Expo pulito”, ma ne mette in luce la loro logica tutta interna al sistema.

Le resistenze al progetto e a questa modalità di governo del territorio esistono, come viene sottolineato in maniera efficace e interessante nella parte del testo sui “banditi a Milano”, cioè su tutte quelle esperienze conflittuali e indipendenti di autogestione, riappropriazione sociale, innovazione culturale, accomunate dal loro non allineamento ai meccanismi e alle regole della “legalità”. Queste esperienze producono antagonismo e progetti alternativi di governo del territorio, partendo dalla sua storia, dalle sue relazioni, dai suoi soggetti reali, dalla sua “vocazione” e dai bisogni sociali e ambientali.
Non mancano anche esperienze di resistenze territoriali, contro le diverse opere “collegate”: Iniziative importanti ma, viene riconosciuto nel libro, “troppo timide per resistere e ribaltare agli occhi delle popolazioni gli specchietti per le allodole formigoniani”

Il libro è davvero esaustivo, per quanto agile, anche grazie ai rimandi e approfondimenti che si trovano sul sito collegato. Ci permettiamo – non come elemento critico, ma come ulteriore possibilità di approfondimento - di segnalare due facce di Expo2015 poco indagate nel testo.
In primo luogo il ruolo che nella presentazione della candidatura e nei primi passi di Expo ha giocato il centrosinistra di Filippo Penati, presidente della Provincia di Milano dal 2004 al 2009. È vero che ormai ci si ricorda di lui quasi solamente nelle cronache giudiziarie e che la sua stella è decisamente caduta anche nel PD, ma in quel periodo è stato determinante nel sostegno al progetto e nel farlo digerire a tutti i suoi alleati, che da allora (prendiamo l’esempio del Prc) non sono in grado di andare oltre qualche balbettio e certamente non hanno mai espresso un’opposizione al progetto stesso. Ma ancora più importante è il contributo che Penati e la sua Giunta hanno dato nella progettazione e nel sostegno alle opere infrastrutturali (autostrade, essenzialmente) e nella loro ulteriore trasformazione in strumenti finanziari al servizio di banche, imprese e bande politico-economiche. Non è tanto per dovere di cronaca che va ricordato, quanto per sottolineare il ruolo negativo delle “sinistre” anche in questa vicenda – oltre alla loro totale complicità: ricordiamo solamente che il primo appalto di peso di circa 60 milioni di Euro, poi lievitati a 90 milioni, viene ottenuto dalla CMC di Ravenna, area Legacoop, di cui l’attuale presidente del consiglio (che tra i suoi primi atti ha viaggiato fino a Milano per firmare il decreto di nomina del nuovo commissario per Expo2015) è grande sostenitore nonché frequentatore delle assemblee dei soci.

Un secondo terreno di ricerca e approfondimento riguarda il tema di Expo2015, “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Giustamente gli autori del libro smascherano le contraddizioni e le ipocrisie di questo ennesimo tentativo di “greenwashing” di opere e eventi dannosi per ambiente e territorio. Allo stesso tempo ne ridicolizzano le sue derive, per cui si parte da un evento sostenuto dall’autorevolezza di SlowFood che viene poi sostituito, una volta che questo si sfila, dalla precisione del “supermercato del futuro”, affidato alla Coop (sic!). è l’ennesimo esempio di quanto questa esposizione sia più simile – in peggio – ad una fiera paesana che non ad un evento che creerà immaginario e innovazione.
Nonostante ciò, andrebbe probabilmente meglio indagato il possibile ruolo che le imprese bio-tech potranno avere, attraverso la promozione di un’agricoltura sempre più tecnologica (http://www.worldexpo2015.it/info/news/news/biotech.html). Non è un caso che tra le prime e più entusiaste adesioni all’Expo si conta quella del governo di Israele (le cui “eccezionali competenze in materia d’innovazione e tecnologia per la coltivazione delle zone aride rappresentano senza dubbio un grande valore aggiunto per lo sviluppo del tema di Expo” come ha affermato Giuseppe Sala, ora commissario straordinario di Expo2015), governo molto attivo nella costruzione di relazioni economiche con Comune e Provincia di Milano già da alcuni anni. Forse il ruolo delle imprese bio-tech non sarà così secondario, e certamente risulterà più importante e determinante di quello delle Ong e associazioni che hanno accettato di fare da foglia di fico alle vergogne di Expo2015 con l’ennesimo “fuorisalone”.

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