Nota quotidiana

Il lavoro mai visto

Fabrizio Marcucci (da Ribalta)*

Si tratta dell’accenno di una piccola rivoluzione, perché questo nuovo scrivere potrebbe essere in grado di modificare la percezione che di sé hanno gli stessi lavoratori, assuefatti alla loro condizione da racconti e descrizioni fatti da altri, e magari portarli a voler cambiare quello che viene descritto come naturalmente dato, che è invece una costruzione che scaturisce da rapporti di forza che possono mutare.

Magari può essere un’illusione. Però, al di là della cappa di piombo dalla quale ci si sente spesso avvolti, si captano segnali di vita. Perché sì, ci si concentra sui muri che vengono eretti qua e là per l’Europa contro i migranti; e però ci sono navi e persone e organizzazioni che accettano la sfida e i migranti li accolgono. Oppure, ancora, la disuguaglianza, tema bandito nell’ultimo quarantennio, si riaffaccia nel discorso pubblico e in volumi che diventano dei quasi classici già alla loro uscita (vedi Il capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty). E il lavoro, anzi, i lavoratori, relegati dagli anni ottanta del novecento a variabile dipendente da tutto, sotterrati, reclusi, ingiuriati, tornano a essere protagonisti in letteratura. Il che non è cosa da poco. La letteratura come tutte le forme d’arte è impregnata del clima in cui sta immersa. E seppure la condizione del lavoro è quella che è, l’uscita di romanzi imperniati su di esso – magari è un’illusione – è come se aprisse una finestra dalla quale si percepisce l’entrata di quelle primissime folate d’aria non più gelida che annunciano la coda dell’inverno.

O ti racconti da te o ti raccontano gli altri

E se possibile, c’è anche di più. Perché i lavoratori non sono semplicemente tornati a essere i protagonisti di queste storie. Ne sono gli autori. Si sono appropriati della cassetta degli attrezzi per costruire racconti e hanno cominciato a mettere in scena il lavoro come non lo si è mai fatto, o quasi. È un capovolgimento di prospettiva: come seguire una gara di Formula 1 attraverso le immagini che arrivano dalla telecamera montata sul casco del pilota invece che dall’alto. È come entrare dentro la fabbrica, indossare la tuta, sporcarsi di grasso; è come entrare dentro le famiglie che dal lavoro prestato in quella fabbrica traggono le risorse per campare. È vedere le cose come non si sono mai viste. È provare il senso di sospensione, la voglia di riscatto, le nevrosi, le umiliazioni, le soddisfazioni per le vittorie stando al di là della retina di chi le prova, sentirsene la carezza, o la morsa, quasi fisicamente, sulla propria pelle. È una sorta di letteratura-blues. Quella musica nacque dai lamenti degli uomini e delle donne spremuti nei campi di cotone e provocò cambiamenti irreversibili nell’uso degli strumenti, della voce e delle cose che venivano cantate; questa letteratura sta cominciando a dire al mondo: il lavoro non è quello che vi viene raccontato, ma questo che proviamo noi. Non è cosa da poco. Si tratta dell’accenno di una piccola rivoluzione, perché questo nuovo scrivere potrebbe essere in grado di modificare la percezione che di sé hanno gli stessi lavoratori, assuefatti alla loro condizione da racconti e descrizioni fatti da altri, e magari – ma forse è un’illusione – portarli a voler cambiare quello che viene descritto come naturalmente dato, che è invece una costruzione che scaturisce da rapporti di forza che possono mutare. «O ti racconti da solo, o ti raccontano gli altri» dice lo storico Sandro Portelli. Il racconto fatto da altri può essere interessato a evidenziare alcune cose e altre no, a distorcere, magari, a dopare l’immaginario. Il senso di questo scrivere è appunto quello di capovolgere: mi racconto io, io vi dico cosa sono, cosa provo, cosa faccio.

Una trilogia

Nuovo scrivere, abbiamo detto. Alberto Prunetti, intellettuale, precario, figlio di una famiglia operaia, che è uno degli autori di queste opere, parla di scritture operaie. Ma al di là delle definizioni che se ne possono dare, ci sono almeno tre libri che danno la dimensione di cosa stiamo parlando. Tre opere che nonostante scaturiscano da progetti differenti e da autori diversi, sembrano far parte di una trilogia. Meccanoscritto (edito da edizioni Alegre e scritto a più mani), Inox (di Eugenio Raspi, edito da Baldini&Castoldi) e Amianto (di Alberto Prunetti, edizioni Alegre) danno una dimensione anche cronologica delle trasformazioni subite dal lavoro e imposte ai lavoratori. Raccontano un pezzo di storia d’Italia lungo oltre cinquant’anni da un’angolatura inedita.

Ieri, oggi e durante

In Meccanoscritto la prospettiva è chiarissima. Qui si mescolano racconti scritti da metalmeccanici all’alba degli anni Sessanta – sull’onda di una lotta durata mesi che portò alla conquista di un contratto nazionale storico – con le storie partorite da un collettivo di operai-narratori nato negli anni dieci del duemila in seno a un laboratorio di scrittura curato da Wu Ming 2; il tutto con “infrastorie” scritte dallo stesso Wu Ming 2 e da Ivan Brentari, l’autore che durante una ricerca si è imbattuto in quei racconti di più di cinquant’anni fa e senza il quale Meccanoscritto non sarebbe nato. In questo «romanzo storico ipercollettivo», in questa «antologia di fiabe operaie», secondo alcune delle definizioni abbozzate dagli autori e che però vanno strette a loro stessi, c’è il passaggio di un’epoca. I racconti scritti cinquant’anni fa vennero sollecitati dalla Fiom Cgil di Milano sull’onda della lotta vittoriosa per il contratto. In quel momento c’era già nell’aria la miscela di elementi che avrebbe portato al varo dello Statuto dei lavoratori. I lavoratori avanzavano, miglioravano le proprie condizioni. E di questo guardare avanti quelle «fiabe» sono intrise. Il solo fatto che la Fiom abbia bandito un concorso letterario per operai, e che nella giuria figurassero i nomi di Umberto Eco e di Luciano Bianciardi, dà la dimensione di quale fosse lo spirito del tempo. Cinquant’anni dopo lo Statuto dei lavoratori è oggetto di uno smontaggio sistematico, il mondo del lavoro sotto attacco. E di questo nuovo spirito dei tempi sono innervati i racconti del collettivo MetalMente, autore delle «fiabe» degli anni dieci del duemila.

Il passaggio

Il tramite tra le due epoche è solcato in Amianto. Qui il lavoro che viene raccontato è quello che dà reddito e pretende in cambio salute. Anzi, vita. Qui il protagonista è un abile operaio specializzato che porta la sua competenza nelle acciaierie di mezza Italia come trasfertista. Lo fa foderato con tute imbottite di quel minerale, l’amianto, appunto, che solo dopo si scoprirà mortifero. In Amianto si avverte il primo di quella che sarebbe stata una lunga serie di scivolamenti verso il precariato, verso il peggioramento delle condizioni del lavoro, dei lavoratori. Fino al sacrificio finale. Non prima però che il protagonista abbia trasmesso il concetto della coscienza di classe, dell’appartenenza a una parte, al figlio. Una trasmissione che avviene per vita vissuta, non per lezioni. E di cui Alberto – l’autore del libro, figlio nella vita reale di Renato, che del libro è invece il protagonista – farà tesoro, fino a scrivere quest’opera con la storia di suo padre, che è la storia che ridà volto ai mille morti di amianto senza faccia. Amianto è la riconquista dell’identità, ed è l’affresco del lavoro che dà ma prende di più di quello che dà. Il lavoro a cui si è attaccati perché sennò non si mangia, ma che tritura vite per soddisfare la voracità di chi di profitta sopra.

Le vite sospese (cioè oggi)

Amianto è la sospensione della vita di chi lavora, anche se la vita fuori dal lavoro è stata ricca e per certi versi proseguirà grazie all’eredità che si è saputa trasmettere. Lì sospensione sta per stop. Fine. Sospensione che assume un significato differente in Inox, l’opera di Eugenio Raspi, ex operaio all’acciaieria di Terni, che è anche la cornice in cui si svolge il romanzo. Qui si sta sospesi. Vivi ma sospesi. Costantemente. Eternamente in bilico insieme ai lavoratori protagonisti del romanzo. Che aspettano decisioni dall’alto e che nell’attesa fatta di paure, congetture, piccole guerre quotidiane; l’attesa fatta dell’arrangiarsi per mettere insieme lavoro e vita, della frustrazione del non poter fare nulla contro un destino che pare ineluttabile, contro un padrone invisibile, del dover obbedire a continue restrizioni; ecco, in quest’attesa vivono, ma segnati da quella sospensione.

Gli operai di queste storie, cioè tutti

Questa sospensione, che una volta era il guardare avanti, non è dei soli operai le cui storie sono raccontate in questa trilogia inedita. Perché sembra che si parli solo di operai, in queste opere. Invece si parla di tutti. Di chi per campare lavora. Che sia commesso, infermiere, impiegato, facchino, trasportatore, insegnante, magazziniere, traduttore, bidello. Erano tutti i lavoratori che negli anni sessanta guardavano avanti come per conquistare il domani; e sono tutti i lavoratori oggi costretti a guardare in tralice il domani come una minaccia da cui difendersi. Sono tutti i lavoratori oggi appesi al filo di un potere senza volto. Perciò questo nuovo modo di scrivere, questo parlare di lavoro da parte di chi lavora, parla a tutti. Parla di tutti, o almeno della stragrande maggioranza delle persone. E facendolo, abbatte già una delle distorsioni dei racconti interessati confezionati dagli altri che hanno contribuito a forgiare un immaginario dopato: dice cioè che i lavoratori stanno nella stessa barca e che rappresentarli in condizioni diverse ha contribuito a creare quell’idea sballata per cui ognuno potesse pensare di salvarsi da sé, anche a spese dei propri compagni, di fronte a poteri immensamente più grandi del solo sé. Invece ci si salva insieme. Tornare a capirlo è già un passo avanti. E per capirlo è utile riprendere la parola, raccontarsi. Sennò sono gli altri a raccontarti. Come pare a loro.

Fonte: Ribalta

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